Discussione

L'uomo che perse l'amore

L'uomo che perse l'amore

Sulla spiaggia di una città vicino a Nyali la sabbia è così chiara che acceca e il mare Indiano è limpido come una sorgente; ogni giorno, dopo il lavoro, passa Kamau, tutti lo conoscono ma nessuno lo conosce davvero; ha cinquant’anni, sul volto ha tre cicatrici che sembrano fatte con un coltello affilato e lo sono; Kamau non sorride mai, cammina a testa bassa, se una donna gli si avvicina la evita, se un uomo gli offre una birra rifiuta, i colleghi all’inizio ci hanno provato a invitarlo ma poi hanno smesso, parlare con quest’uomo è come parlare con un muro che respira, se un cane gli corre incontro scodinzolando lui guarda avanti come se fosse aria, quando vede due innamorati che si baciano volta la faccia, quando incrocia un gruppo di amici che ridono in compagnia guarda altrove. Kamau si siede sempre nello stesso punto, all’estremità sud, dove la spiaggia è quasi deserta e se ne sta li immobile a fissare il mare per ore, al tramonto a volte gli scende qualche lacrima sulle guance, lui le asciuga con il dorso della mano pensando che è dovuto al riflesso del Sole sull’acqua ma non è il Sole; quest’uomo ha smesso di amare, non sente più l’energia della Dea Afrodite, quella che qui in Kenya chiamano Pepo, il soffio caldo che ti sale dal petto quando abbracci un amico, la scossa che senti mentre baci una donna, quella piacevole sensazione che provi quando i tuoi familiari ti accarezzano; Kamau ha perso tutto questo e lo sa. I pescatori che riparano le reti sotto le palme, gli studenti e gli operai che si concedono qualche ora di svago lo guardano di sfuggita, si scambiano occhiate cariche di domande ma nessuno ha mai avuto il coraggio di andargli a chiedere cosa gli è successo. Un pomeriggio sulla spiaggia arriva una ragazza alta e robusta con i lunghi capelli raccolti in un fazzoletto rosso, si chiama Ayanna e si è appena trasferita in città con la famiglia; mentre cammina assieme ad un gruppo di giovani anarchici del posto un ragazzo magro con gli occhiali da sole indica Kamau con il movimento del mento e dice: “Quel signore lo vediamo ogni giorno, è sempre solo e non parla con nessuno, chissà cosa gli sarà successo”. Ayanna lo guarda meglio poi lo riconosce. “Quello è l’uomo che ho visto il giorno del trasloco quando ero in macchina con con mio padre”, dice a bassa voce. “ Kito, mio padre, sa tutto, era con lui il giorno in cui un tragico evento gli ha stravolto la vita”. I ragazzi si avvicinano, Ayanna si siede sulla sabbia e inizia a raccontare. “Quell’uomo si chiama Kamau e trent’anni fa non era così.” Ayanna ha la voce calma, il vento si alza portando con sé il sapore del sale.“Era pieno di vita, rideva come un fuoco d’artificio, aveva due amici incollati alla sua ombra, si chiamavano Ruto e Zahara, si conoscevano da quando avevano tre anni, da bambini giocavano tra le bancarelle del mercato rincorrendosi tra i sacchi di riso e di spezie ma quello che li teneva insieme, più delle case vicine, era l’avversione per i prepotenti; alle elementari difendevano i più piccoli dai bulli, alle medie furono sospesi perché avevano rovesciato la cattedra di un professore che insultava i ragazzi, alle superiori organizzarono una raccolta di firme per far licenziare un insegnante corrotto”. Ayanna, a voce bassa, continua a raccontare: “Col passare degli anni Kamau si innamorò di Zahara, lei era bellissima, con gli occhi color ambra, era sempre serena, portava i capelli raccolti in lunghe trecce che le arrivavano alle ginocchia ma quello che la rendeva speciale agli occhi di Kamau era il suo altruismo, il suo cuore, alle scuole medie dava metà del panino ai ragazzi che i bulli lasciavano senza merenda, una volta aiutò un’amica scappata da un matrimonio imposto a trovare un lavoro, un’altra volta, durante una manifestazione, difese un anziano che un uomo di una milizia violenta stava picchiando; quando Kamau la guardava sentiva l’amore, sentiva l’energia di Pepo che vibrava in tutto il suo corpo. Il nonno di Kamau era un povero pescatore anarchico, gli aveva insegnato che nessun uomo deve avere il potere di comandare un altro uomo; quando morì Kamau aveva vent’anni, l’anziano lasciò a lui i due vecchi locali dove viveva mentre agli altri nipoti lasciò i suoi risparmi; Kamau, Ruto e Zahara decisero di trasformare quella casa in un centro culturale anarchico; i locali erano messi male ma i tre amici lavorarono tanto, sistemarono il tetto, intonacarono, ripararono le finestre e costruirono librerie e tavoli con assi di recupero, Zahara, che aveva una calligrafia bellissima, dipinse un murales su una parete con scritto viva la libertà”. “Doveva essere un bel posto, come il nostro centro culturale” affermò un giovane del gruppo. “E lo era” disse Ayanna. “Quel centro era un punto di riferimento per quelli che stanno in basso, due volte alla settimana si svolgevano delle assemblee a cui tutti potevano partecipare, li nessuno era capo, c’era una sedia vuota al centro della stanza, chi voleva parlare si sedeva lì e diceva la sua, si parlava del neocolonialismo, dello sfruttamento della terra, della vergogna dei matrimoni combinati, della povertà e dello stile di vita disumano imposto dalla società. Dopo le riunioni, quando la città si addormentava e il cielo si riempiva di stelle, i tre amici salivano sul tetto, portavano qualcosa da mangiare, delle bibite fresche e una chitarra poi si sedevano a gambe incrociate, cenavano e suonavano a turno; Zahara chiamava Kamau K. Junior ma solo lei poteva farlo, se lo faceva qualcun altro si arrabbiava ma faceva solo finta, erano felici”. “E poi cosa è successo?” chiese un ragazzo bevendo la sua bibita. il viso di Ayanna si fece serio. “Il centro dava fastidio ai prepotenti, una notte qualcuno scrisse con lo spray nero sul muro la parola pazzi poi iniziarono a trovare bigliettini con frasi intinte d’odio nella cassetta della posta; nessuno ci diede troppo peso ma si sbagliavano; quel giorno mio padre era lì, era un venerdì”. Ayanna si ferma un attimo e beve un sorso di aranciata. “Nel centro c’erano una ventina di persone, Zahara stava parlando, aveva appena finito di spiegare il rapporto tra la corruzione dei politici e le concessioni delle terre alle multinazionali, ad un tratto una quindicina di uomini entrarono dalla porta, avevano la barba lunga, il viso parzialmente coperto da teli ed indossavano delle tuniche bianche, in mano avevano dei manganelli e delle spranghe di ferro, erano integralisti islamici, li aveva mandati l’imam della moschea del quartiere vicino, forse avevano fatto irruzione senza neanche sapere quello che si diceva in quel posto; quei delinquenti iniziarono ad urlare, dissero che tutti lì dentro erano degli infedeli, uno di loro, il capo, ordinò di distruggere tutto, alcuni iniziarono a strappare le pagine dei libri della piccola biblioteca ma Ruto si oppose, urlò parolacce contro di loro e sputò in faccia al capo, pochi secondi dopo prese una manganellata sulla schiena, il secondo colpo lo colpì alla nuca uccidendolo”. Una ragazza del gruppo mormorò: “Quell’imam era veramente un uomo violento e vigliacco, si nascondeva dietro una religione per dar sfogo alla sua crudeltà.” Ayanna continuò: “Kamau vide il suo amico cadere, voleva correre da lui ma tre uomini lo bloccarono, iniziarono a prenderlo a calci sulla schiena, sulle costole e sulle gambe, lui riusciva a vedere solo i loro stivali neri che si alzavano e abbassavano come martelli meccanici poi gli integralisti si accanirono su Zahara, forse era la gonna che ai loro occhi era troppo corta, forse era il fatto che una donna parlava in un’assemblea, sta di fatto che iniziarono ad insultarla dicendo che era una prostituta, la donna chiese aiuto a Kamau ma lui era a terra con tre uomini che gli pestavano le costole, non poteva muoversi, non poteva fare niente.” Il silenzio tra i ragazzi è totale, Ayanna con un espressione triste sussurra: “L’hanno gettata a terra e le hanno tagliato la testa con un’accetta mentre Kamau la guardava impotente”. Il viso di alcuni ragazzi diventa pallido, una ragazza si copre la bocca con la mano, qualcuno tossisce. “Kamau urlò così forte” dice Ayanna “che la gente uscì in strada pensando fosse scoppiata una bomba invece era Kamau che urlava il nome di Zahara mentre la testa della donna che avrebbe sposato pochi giorni dopo rotolava sul pavimento; passarono pochi secondi e gli squadristi si avvicinarono a lui, gli dissero che era amico delle prostitute e mentre due lo tenevano fermo il terzo gli incise il volto con tre tagli ma Kamau non urlò, non sentiva il dolore, era troppo lontano, perso in un punto remoto della sua coscienza, il sangue gli colava sul collo, sulla maglietta, sulle mani ma lui non si accorse di niente”. Un ragazzo mormora: “Oh povero uomo, ecco perché ha quei segni sul volto, ora capisco perché è così freddo, un’esperienza così traumatica deve averlo segnato anche nel cuore.” Ayanna annuisce con la testa e prosegue: ”In quel momento due uomini che dieci minuti prima erano riusciti a scappare da una finestra tornarono con i fucili, spararono sul soffitto e gli integralisti, impauriti, scapparono mollando i manganelli per terra; Kamau venne portato all’ospedale da due amici, mentre lo portavano fuori dal centro culturale, vicino alla porta, vide il corpo senza vita di Ruto con la bocca aperta, gli occhi fissi sul soffitto e una pozza di sangue intorno alla testa, Kamau urlò di nuovo, un altro urlo disperato e profondo si diffuse per tutta la città. All’ospedale i medici lo curarono con un farmaco per bloccare l’emoraggia e con venti punti ma sul suo volto gli rimasero tre cicatrici e sul cuore cicatrici più profonde di quelle visibili; le autorità fecero chiudere il centro culturale il giorno dopo, dissero che era pericoloso per l’ordine pubblico, nessuno fu arrestato per la morte di Ruto e Zahara, solo inutili interrogatori inconcludenti, l’imam negò il suo coinvolgimento e le autorità gli credettero.” “È molto probabile che fecero finta di credergli,” la interrompe una ragazza. Alcuni annuiscono. “Parole giuste,” mormorano. Ayanna fa un cenno di assenso e continua: “Kamau uscì dall’ospedale, i suoi genitori lo abbracciarono ma lui rimase inerte, con le braccia lungo i fianchi e gli occhi fissi al muro; quella sera i fratelli cercarono di stargli vicino, uno gli portò un tè, un altro gli mise una coperta sulle spalle, la sorella più piccola gli chiese di raccontarle una favola ma Kamau li guardò come se non li vedesse; da quel giorno smise di parlare con i familiari e con gli amici, smise di sentire le loro carezze e i loro abbracci, smise di sentire l’amore, l’energia di Pepo”. Ayanna, con la voce strozzata, termina dicendo: “Mio padre e gli altri ci provarono in tutti i modi, andavano a trovarlo ogni giorno, gli portavano i giornali, gli raccontavano le notizie ma niente, Kamau ascoltava, annuiva, ogni tanto rispondeva con monosillabi, era sempre educato, mai scontroso, ma dentro era spento; un anno dopo si trasferì in un’altra città senza dire dove andava, non salutò nessuno, nessuno seppe più nulla di lui, ha perso l’amore”, commenta Ayanna. “Non sente più l’amore né per gli amici, né per i familiari, né per le donne, è come se dentro di lui qualcosa si fosse rotto il giorno in cui Zahara e Ruto sono morti”. Tutti sono in silenzio, qualcuno ha gli occhi rossi, un ragazzo con gli occhiali pulisce le lenti con un fazzoletto poi un altro si alza dicendo: “Dobbiamo aiutarlo.” Ayanna lo guarda. “Come?” I giovani decidono di avvicinarsi e di parlagli, è l’unica cosa che possono fare; Kamau è seduto sulla sabbia con le ginocchia al petto e lo sguardo fisso verso l’orizzonte, Ayanna gli si siede accanto, lui non si sposta, non dice niente, non la guarda, un ragazzo prova a parlagli: “Vedo che anche lei ha una collana con la A cerchiata, noi frequentiamo un centro anarchico non lontano da qui, vorremmo che venisse a trovarci”. Kamau lo guarda per qualche secondo. “L’anarchia è roba passata, non mi interessa più”, risponde in modo educato. Ayanna fa un secondo tentativo: “Mio padre dice che l’amore non si uccide, si addormenta ma poi si risveglia” Kamau scoppia a ridere ma è una risata finta, è una risata triste. “Signorina, suo padre non sa niente”, risponde. Subito dopo si alza e se ne va lungo la spiaggia. Quella notte Kamau non riesce a dormire, si addormenta e si risveglia in continuazione, fuori sente i grilli e i cani che abbaiano in lontananza, le parole di Ayanna gli girano in testa, lui le respinge, pensa che sono parole stupide ma quelle parole tornano, bussano alla porta della sua coscienza come qualcuno che chiede di entrare; Kamau non vuole aprire eppure per la prima volta in trent’anni sente qualcosa nel petto, non è un’emozione intera, è un embrione di emozione, un calore piccolo e lontano poi tutto passa, l’uomo torna a guardare il soffitto con gli occhi vuoti. Qualche giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Ayanna esce dal centro culturale con una pila di volantini nella sua borsa; dopo pochi minuti sente dei passi alle spalle, si volta e vede che tre malintenzionati con la barba lunga e le tuniche la stanno seguendo. “Ehi” urla il più basso “Cos’è quella robaccia che hai nella borsa?” I tre gli si avvicinano. “Ci mancava un altro elemento come te, dove ci siete voi anarchici c’è casino.” afferma un altro. Quello che era stato in silenzio le si affianca e la spintona. “Togliti dai piedi, moscerino” dice Ayanna mentre afferra l’uomo per un braccio e lo scaraventa contro un muro. Subito gli altri due iniziano a prenderla a pugni in faccia e a calci sulle gambe, quello caduto si rialza, la ragazza prova a difendersi ma viene sopraffatta e cade sull’asfalto. Kamau per caso passa di li, vede la scena, poi riconosce i capelli raccolti nel fazzoletto rosso, vede che la ragazza in pericolo è quella che gli aveva parlato pochi giorni prima, quella che gli aveva detto le parole che gli erano rimaste impresse nella testa; qualcosa in lui si spezza, non è solo perché ciò che accade gli ricorda la morte di Zahara, anche, ma non solo, è l’ingiustizia; vedere quella ragazza che voleva aiutarlo picchiata senza motivo è ingiusto e Kamau, per la prima volta dopo trent’anni, non resta paralizzato, sente un’energia immensa salirgli dallo stomaco, non è rabbia, è l’energia di Afrodite nel suo aspetto di amore protettivo; Kamau si frappone tra i tre malintenzionati e Ayanna, non dice niente, non pensa, un forte calcio nel sedere colpisce il primo uomo, un pugno sul naso per il secondo e uno nello stomaco per il terzo, uno di loro lo colpisce al volto ma Kamau lo alza di peso prendendolo per il colletto della tunica e lo getta a terra; i tre, presi alla sprovvista, indietreggiano, si guardano e poi scappano. Ayanna è a terra con qualche graffio, Kamau si china e la aiuta a rialzarsi, la prende per mano, è la prima volta dopo trent’anni che tocca un altro essere umano provando qualcosa; la mano di Ayanna è calda, Kamau sente quella mano come se fosse la prima che tocca in vita sua, il calore sale dal palmo, attraversa il braccio e arriva al petto, l’energia di Afrodite si espande dentro di lui come un fiume in piena; Kamau inizia a piangere lacrime copiose e mentre piange ha una visione, vede Zahara, non è un fantasma, è lei con i suoi occhi color ambra e le sue lunghe trecce, lo guarda sorridendo, apre la bocca e dice: “Amore, finalmente torni a vivere.” La visione svanisce, Kamau si ritrova in strada con Ayanna ma dopo quel pianto i suoi occhi sono cambiati, non sono più spenti, brillano come brillavano trent’anni prima, il suo cuore era addormentato, non era morto. “Andiamo” dice Kamau “la accompagno a casa.” I due si dirigono verso l’abitazione di Ayanna, è una piccola casetta di pochi locali alla periferia della città, vicino ce ne sono altre simili di colori diversi; la madre di Ayanna apre la porta e vede la figlia e Kamau con dei graffi in faccia, poi vede il simbolo anarchico sulla collana dell’uomo. “Avete trovato degli attaccabrighe, eh?” Poi si rivolge a Kamau. “Entri, un bicchiere di bibita fresca non si rifiuta mai.” Kamau prova a rifiutare: “Non voglio disturbare”. “Non disturba, ci siamo appena trasferiti, tra poco arriverà mio marito, sono sicura che diventeremo amici” ribatte la donna. Kamau entra, si accomoda su una sedia davanti al tavolo della sala da pranzo mentre la signora prepara la bibita con qualche cubetto di ghiaccio; Ayanna sa che tra qualche minuto arriverà suo padre ma non dice niente, aspetta con il cuore che le batte forte. Si sente il rumore della chiave che gira nella serratura, la porta si apre, entra Kito, ha ancora i capelli lunghi e gli occhiali da sole, ora ha qualche ruga sulla fronte ma è sempre lui, vede Kamau seduto sulla sedia, si blocca sulla porta, le chiavi gli cadono di mano, il respiro rallenta, i due uomini si guardano per la prima volta dopo trent’anni; Kito ha gli occhi lucidi, Kamau sente il petto contrarsi, nello stesso istante dicono: “Kamau, sei tu”. “Kito, sei tu”. Kito fa qualche passo avanti. “Aspetta”, dice con voce tremante, “ho qualcosa per te”. Corre in camera, davanti al letto c’è una scrivania con una lunga pila di diari dove lui, fin da ragazzo, ogni giorno, scrive ciò che gli è capitato durante la giornata, i suoi pensieri oppure ciò che è successo nel mondo; Kito conta fino a trenta, prende quel diario e lo sfoglia fino a trovare la pagina che aveva in mente; quando torna in sala da pranzo le mani gli tremano. “Dopo che ti sei chiuso in te stesso” dice “io e gli altri abbiamo provato di tutto, poi ho scritto queste cose.” Kamau prende il diario tra le mani e legge: «Ruto, Zahara e Kamau: tre eroi che non si sono piegati ai prepotenti.» Sotto c’è un’altra frase scritta con un pennarello, come se Kito l’avesse voluta scolpire nella pagina: «Kamau, uccidere l’amore non si può, l’amore è come un fiume sotterraneo, a volte sparisce ma è sempre lì.» Kamau chiude il diario, le lacrime gli sgorgano come una fontana, ora con il suo dialogo interiore non dice più che è colpa del Sole, si alza, fa un passo verso Kito e lo abbraccia. “Non sentivo più niente” dice Kamau tra le lacrime. “Non sentivo più l’amore, ci ho provato a ritrovarlo ma non lo sentivo più; chiedo scusa a tutti, a te, agli altri amici, ai miei familiari e a tutti quelli che ho respinto, chiedo scusa per come mi sono comportato.” Kito lo stringe più forte. “No, non devi chiedere scusa, non è colpa tua, non possiamo accendere e spegnere l’amore come si fa con il telecomando della televisione.” I due amici rimangono abbracciati a lungo poi cenano tutti assieme; a tarda sera Kamau torna nel suo appartamento, questa volta con occhi nuovi. Quando Kamau se n’è andato Kito sfoglia il suo vecchio diario, tra le pagine trova una foto con lui, Ruto, Zahara e Kamau seduti al grande tavolo del centro culturale, tutti e quattro appaiono sorridenti, l’uomo mostra la foto a sua moglie e ad Ayanna, la ragazza la osserva incuriosita. “Sai, papà” dice dopo un po’ “È da poco che mi sono avvicinata all’anarchia ma dentro di me mi sono sempre sentita anarchica, fin da bambina provavo rabbia quando vedevo qualcuno che comandava qualcun altro o persone costrette a chiedere l’elemosina, non so spiegarlo.” Poi continua: “Fino ad oggi mi sentivo invincibile, pensavo di poter battere tutti i prepotenti con la forza ma oggi ho trovato tre tipi che insieme erano più forti di me.” Kito posa la foto sul tavolo, guarda la figlia negli occhi e la accarezza su una guancia. “Il mondo migliore che abbiamo in mente noi” dice lentamente l’uomo “non lo realizzeremo con la forza, i prepotenti sono più forti di noi, hanno i manganelli, hanno le leggi dalla loro parte e in certe parti del mondo per quelli che stanno in basso le leggi valgono meno della carta dove sono scritte.” Ayanna ascolta con il mento appoggiato sulle mani. “Il mondo migliore” continua Kito “lo realizzeremo con le parole, questo mondo è ormai vecchio, è un mondo di padroni e servi, di chi comanda e chi obbedisce, di chi ha tutto e chi non ha niente ma con il passare delle generazioni sempre meno giovani lo sopportano, sempre meno giovani si accontentano dello stile di vita imposto dalla società, di consumare la vita lavorando dalla mattina alla sera, di un piatto di riso e tre locali dove vivere, loro vogliono una vita vera.” Ayanna annuisce. Quella sera, prima di addormentarsi, la ragazza ripensa alle parole di suo padre, capisce che i pugni non cambiano la struttura sociale, saranno le parole a costruire il mondo futuro, non la violenza; da quel giorno Ayanna nel tempo libero si siede con un computer, un quaderno, una penna e stampa volantini e appunti, poi mostra i suoi scritti ad un’amica laureata in filosofia, l’amica li legge, alza lo sguardo con gli occhi lucidi ed esclama: “Niente male, queste parole potrebbero trasformarsi in un libro, un libro che tocca il cuore della gente”. Kamau nel frattempo ha ripreso a vivere una vita vera, non è facile, trent’anni di abitudine non si cancellano in una notte, qualche volta si sveglia ancora con la sensazione di vuoto nel cuore ma poi il suo cuore viene riempito dalle parole di Kito, sua moglie, Ayanna e i nuovi amici che riesce a farsi in città; ora sulla spiaggia l’uomo cammina con passo diverso, non tiene la testa bassa, cammina diritto con gli occhi pieni di luce e quando un cane gli corre incontro scodinzolando lui lo accarezza; gli operai, i pescatori e gli studenti si scambiano occhiate stupite. Una domenica Kamau prende un treno e torna nella città dove è nato per andare a trovare i suoi genitori; sua madre apre la porta e lo vede con gli occhi che brillano, proprio come prima di quel tragico giorno, lui la abbraccia, è un abbraccio vero, caloroso, pieno, la donna piange. “Kamau, sei tornato ad essere il mio Kamau!” urla piena di gioia. Suo padre è seduto su una sedia ad ascoltare la radio, appena vede il figlio si alza di scatto incredulo, Kamau gli corre incontro e lo abbraccia, l’anziano lo accarezza e gli dice: “Kamau, il tuo abbraccio è il più bel regalo che potevi farmi prima che io muoia”. Kamau resta qualche ora in soggiorno con i genitori poi va nella camera che condivideva con i fratelli, è tutto uguale, tutto in ordine, con le coperte dei letti ben piegate da sua madre; Kamau si inginocchia davanti ad un mobile, infila una mano sotto, cerca qualcosa a tastoni ma non trova nulla; suo padre appare sulla porta con lo sguardo sorridente: “Kamau, stai cercando questa?” L’uomo tiene in mano una statuetta, una piccola scultura, una figura stilizzata con le braccia aperte, il petto rigonfio e lo sguardo rivolto verso l’alto, è Pepo, è quella statuetta che Kamau, poco prima di trasferirsi, aveva strappato dalla mensola, l’aveva gettata a terra, l’aveva presa a calci decine di volte, voleva che si rompesse, voleva che l’energia di Pepo morisse in lui ma incredibilmente non si ruppe, allora con un piede l’aveva tirata sotto il mobile dove ora la stava cercando; Kamau prende la statuetta tra le mani, la stringe al petto e la bacia. Sono pagano politeista e nella mia visione del mondo l’energia che Afrodite dona a tutti per il semplice fatto che la Dea è presente in ogni cosa è quella sensazione di piacere che proviamo quando baciamo una donna ma anche quando passiamo del tempo con gli amici, quando i nostri familiari ci abbracciano, quando accarezziamo un cane; Afrodite non potrà mai abbandonarci perché è presente dappertutto, noi compresi, nessun dolore, nessuna perdita, nessun tradimento può cancellare Afrodite da noi; quello che può succedere è che nel corso della nostra vita sentiamo questa energia affievolirsi o addirittura scomparire, non sentiamo più l’amore, in questi casi è come se dentro di noi si è chiuso un rubinetto ma l'acqua c'è ancora, pronta a scorrere. Molte persone, nel loro cammino su questa Terra, si accorgono che il mondo attorno a loro sembra uguale ma dentro di sé è cambiato qualcosa; i gesti affettuosi non scaldano più come prima, le persone che amano gli stanno accanto come sempre ma loro si sentono distanti, è come se un vetro spesso si fosse messo in mezzo tra loro e gli altri; questa sensazione non è una colpa, non significa che sono delle persone cattive o senza cuore, significa che qualcosa ha alterato la loro capacità di sentire. L’amore, l’energia di Afrodite, può indebolirsi per diversi motivi, tra questi c’è Il blocco da trauma; di fronte ad un dolore troppo grande alcune persone possono decidere inconsapevolmente che amare è pericoloso e che per non soffrire di nuovo bisogna smettere di amare ma non è una decisione volontaria, è un meccanismo di protezione che attivano automaticamente come quando tocchiamo una padella bollente e ritraiamo la mano prima ancora di pensarci. Questo blocco in un certo senso salva la vita, se il protagonista del racconto che ho scritto mentre era all’ospedale avesse sentito tutto il dolore per intero sarebbe impazzito o sarebbe morto; quel dolore era troppo grande, allora senza che lui decidesse niente, una parte profonda di sé stesso, che possiamo chiamare sé autentico o sorgente, per proteggerlo ha sigillato l’amore in una cassaforte e ha tenuto lui le chiavi; è importante considerare che la sorgente, che è fortissima, ricorda il trauma anche quando la mente vorrebbe dimenticarlo. Le persone con un blocco da trauma non sentono nulla, neanche la tristezza per non provare nulla, c’è un vuoto totale e la loro mente inizia a giustificare le decisioni del sé autentico, iniziano a raccontarsi delle storie per proteggere il blocco stesso tipo pensare che l’amore è qualcosa per rammolliti, che è roba per persone giovani, che hanno cose più urgenti di cui occuparsi o che tutto sommato la loro vita è bella anche senza l’amore; queste parole sono scudi che la mente gli mette davanti per tenerli lontano dal pericolo. Il blocco non si può togliere con i pensieri, nel racconto Kamau ha provato a dire “Adesso torno ad amare.” ma non c’è riuscito perché la sorgente non ascolta le parole ed è molto più forte della mente; non si può costringere l’amore ad uscire, si possono invece creare le condizioni che consentono all’amore di uscire da solo, per far questo bisogna tenere in considerazione che il blocco si mantiene perché il sé autentico crede ancora di essere in una situazione di pericolo; per uscire dal blocco queste persone dovrebbero prima sentirsi al sicuro e avvicinarsi all’amore un po' per volta ma dovrebbero eseguire delle azioni, non pensare a come risolvere la situazione con il ragionamento logico, possono ad esempio frequentare posti tranquilli, frequentare amici che non giudicano, per un po' di tempo fare le stesse cose tutti i giorni; per quanto riguarda le azioni che le avvicinano all’amore non bisogna pretendere che si innamorino domani, devono solo iniziare ad accarezzare un cane, scrivere una parola gentile su un biglietto, inviare un sms solidale, i piccoli passi non attivano l'allarme della sorgente e intanto, dentro di loro, il ghiaccio inizia a creparsi. Per chi sta vivendo un blocco da trauma è importante che le persone che gli stanno attorno non pretendono e non forzano, che continuano a frequentarle e ad amarle perché questo blocco non è una decisione loro, non è una colpa e non è una punizione Divina, è il modo in cui una parte profonda di loro stessi che non possono controllare li ha protetti da un dolore che altrimenti li avrebbe distrutti o uccisi. L'amore può dissolversi o indebolirsi anche a causa delle ferite, questo avviene se abbiamo amato qualcuno ma poi quelle persone ci hanno ferito con un tradimento, con un abbandono fisico o emotivo, oppure con delle freddezze come indifferenza, rifiuti o silenzi; non serve un singolo evento drammatico, tante piccole delusioni ripetute nel tempo possono attenuare l'amore fino a farlo sembrare scomparso; anche in questa circostanza si può avere la sensazione di non provare più niente per nessuno ma il problema è un po' meno complesso rispetto al blocco da trauma. In questo caso l'amore non è stato messo in una cassaforte dal sé autentico che detiene la chiave, la nostra mente ha un certo controllo su di esso, l'amore dentro di noi c'è ancora ma è stanco e ferito. Riguardo ai sintomi, non c'è un vuoto emotivo totale, si sente qualcosa ad esempio tristezza, nostalgia, delusione, diffidenza, paura di amare, è come se stessimo davanti a un fuoco che ci ha bruciati, sappiamo che il fuoco può scaldare ma abbiamo paura di avvicinarci. Anche in questa situazione creiamo degli scudi che ci proteggono dalla paura di soffrire ancora, questi pensieri sono simili a quelli che ho accennato sopra quando ho parlato del blocco da trauma ma in questo caso non sono costruiti dal sé autentico, è la mente che li crea per cui sono un po' più facili da rimuovere perché lo scudo lo teniamo in mano noi e possiamo decidere di abbassarlo, la cosa positiva è che il dialogo interiore può contribuire in parte a farci ritrovare l'amore. Per tornare a sentire l’energia di Afrodite è importante evitare di generalizzare, occorre distinguere quelli che ci hanno danneggiati dagli altri quindi evitare di ripetere a noi stessi, col nostro dialogo interiore, che tutti ci fregano, che tutti abbandonano, che nessuno ci ascolta, a riguardo può essere utile visualizzare chi non ci ha mai ferito, anche se non è più tra noi; occorre poi dare una possibilità alle nuove persone che vogliono avvicinarsi a noi; in alcuni casi può essere utile coltivare un tipo di amore diverso da quello che ci ha turbati ad esempio se siamo stati trafitti nell’anima da un familiare possiamo cercare un amore romantico con una donna, se siamo rimasti lesi da una relazione con il partner possiamo cercare nuovi amici, anche a quattro zampe, poi, col tempo, quando il nostro cuore sarà più forte, possiamo gradualmente tornare alla tipologia di amore che ci ha turbati. L'amore può affievolirsi anche quando ne diamo tanto senza riceverne, quando ascoltiamo senza essere ascoltati, quando siamo sempre disponibili ad offrire il nostro aiuto ma nel momento in cui abbiamo bisogno noi tutti sono impegnati, quando ci preoccupiamo per gli altri senza che nessuno si preoccupi per noi, quando abbracciamo spontaneamente tutti ma nessuno ci abbraccia senza che noi lo chiediamo. L’amore non è solo dare, è anche ricevere e quando diamo sempre e non riceviamo mai il cuore si addormenta perché è stufo di amare da solo, si prova stanchezza, delusione, solitudine, tutte emozioni che coprono l’amore come una coperta, emozioni che ci fanno pensare che non proviamo più niente per nessuno anche se non è vero, il nostro sentire si è solo affievolito. Nel caso in cui pensiamo che diamo tanto amore ma non ne riceviamo dovremmo iniziare a chiederci se è una verità assoluta, magari lo riceviamo ma non come vorremmo noi, ad esempio molte persone vorrebbero sentirsi dire ti amo ogni giorno ma questo non succede, ciò non vuol dire che il partner non le ami, magari preferisce dimostrare il suo affetto con un gesto, con un regalo, con un bacio invece che con le parole, ciò che conta è il sentimento. In alcuni casi però accade veramente che il nostro amore non è ricambiato e qui iniziano i problemi; molte persone crescono con l'idea che amare è un dovere e che amare è dare senza mai chiedere niente in cambio ma l'amore vero, secondo me, è uno scambio, non un dare e avere calcolato ma un movimento reciproco e se per anni una persona ha dato senza ricevere sta vivendo una situazione di squilibrio nei suoi rapporti affettivi; per compensare questo squilibrio dovrebbe iniziare a chiedere, non dovrebbe chiedere grandi cifre di danaro ma piccoli favori come un passaggio in macchina, un aiuto per spostare un oggetto pesante; chi è abituato solo a dare spesso non sa chiedere perché dire grazie gli sembra una debolezza, chiedere un favore gli sembra un peso per gli altri ma non lo è. In alcuni casi è opportuno allontanarsi dalle persone che pretendono senza voler mai ricambiare soprattutto quando sono emotivamente assenti. Un altro fattore che affievolisce l'amore è lo stile di vita disumano imposto dalla società, viviamo in un mondo che ci vuole produttivi ed efficienti, siamo costretti a dedicare dodici o quattordici ore al giorno al lavoro e quando torniamo a casa guardiamo uno schermo e ci addormentiamo, poi, il giorno dopo, ci svegliamo e ricominciamo da capo; non è colpa nostra, è il sistema che disegna le nostre giornate in modo che non resti spazio per l'abbraccio che dura, per lo sguardo che si posa. In alcuni momenti della nostra vita abbiamo la sensazione che il mondo in cui viviamo ci sta prosciugando lentamente giorno dopo giorno, il fuoco che alimenta l'amore, piano piano, lo sentiamo indebolirsi ma questo non succede perché non vogliamo tenerlo acceso, accade perché mancano le condizioni per farlo. Per tornare a sentire brillare l'amore nella società in cui viviamo non possiamo cambiare il mondo da un giorno all'altro da soli ma possiamo rubare piccoli pezzi di tempo al sistema; al mattino, durante la pausa pranzo e di sera possiamo spegnere computer, telefoni, televisione e radio per dedicare una mezz'ora, se è possibile anche di più, ad essere presenti, a fare qualcosa di umano, possiamo ad esempio condividere del tempo con gli amici, scrivere una poesia per una donna, fare una passeggiata romantica mentre si osserva la Luna, lasciare dei semi sul balcone per gli uccelli, cenare assieme alla famiglia invece che in compagnia dello smartphone. I dispositivi elettronici non sono il nemico ma quando diventano gli unici compagni delle nostre giornate l'amore non ha spazio; è il corpo che ci connette, non sono gli schermi, mi rendo conto che in quest’era digitale le parole che ho scritto possono sembrare assurde ma è così, il contatto fisico è nutrimento per l'amore, occorre tornare a baciare con la bocca e ad abbracciare con le mani invece che con le faccine sui social; più tempo passiamo nel mondo fisico più l'amore riacquista forza perché l'amore vero si fa con la pelle, con il respiro, con la presenza. Ho voluto raccontare questa storia perché in essa riconosco un frammento della mia stessa esistenza; anche a me è capitato, in certi periodi della vita, di sentire l'energia di Afrodite affievolirsi, non si è mai spenta del tutto come invece accadde al protagonista del racconto ma si è fatta lieve, quasi impercettibile. Eppure, mentre il calore dell'amore diminuiva, qualcosa di inaspettato accadeva: le energie di Polimnia e Apollo crescevano dentro di me, i versi che componevo, le liriche che scrivevo nelle serate passate sotto la Luna, i testi delle canzoni che intonavo durante le festività pagane, tutto sembrava migliore, più intenso, più vero. Alcuni mi direbbero che forse era l'amore che, non potendo esprimersi attraverso il contatto con gli altri, trovava una via diversa per manifestarsi; l'energia di Afrodite, quella che ci fa vibrare quando abbracciamo un amico o quando i nostri occhi incontrano quelli di chi amiamo si era trasformata, aveva cambiato canale, si era nascosta nelle parole e nella musica che nasce dal respiro, aveva indossato un abito diverso, quello che la mia anima, in quei momenti, era in grado di accogliere.