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La Valle dei Templi di Agrigento

 La Valle dei Templi di Agrigento

Dopo più di due millenni la gigantesca statua di Atlante, uno dei telamoni che adornavano il tempio di Zeus Olimpio ad Agrigento, tornerà ad alzarsi in piedi. L'opera si inserisce in un più ampio progetto di anastilosi, che prevede la ricostruzione e il restauro di ciò che rimane del tempio. Ma perché è così importante ridare vita alle rovine del passato? Ne abbiamo parlato con Jacopo Bonetto, direttore del Dipartimento dei Beni Culturali dell'università di Padova dove è professore di archeologia greca e archeologia dell'edilizia greca e romana. "Quello di Agrigento è uno dei contesti più significativi della Sicilia greca: l'antica città di Akragas venne fondata da Gela come subcolonia, ovvero una fondazione ad opera di póleis - città greche - precedentemente fondate dalla madrepatria in Magna Grecia o in Sicilia, nei pressi della costa meridionale della Sicilia, in un punto di cerniera tra la sfera di influenza greca, ad oriente, e la sfera di influenza punica, ad occidente". Come è suggerito dai diversi nomi che scandirono la sua storia ultramillenaria, Akragas, Agrigentum, Kerkent e Girgenti, la "città dei templi", greca di nascita, venne conquistata nel corso dei secoli da romani, arabi e normanni, che si sovrapposero al substrato culturale greco. "La città sorse attorno al 580 a.C., anche come risposta all'azione della rivale Selinunte, in un punto strategico che le permise di acquisire in poche generazioni una grandezza e una ricchezza tali da renderla, assieme a Siracusa, uno dei centri egemoni dell'isola, - spiega Bonetto - tant'è che, dal punto di vista demografico doveva raggiungere i 300.000 abitanti". Anche le fonti antiche, tra le quali Pindaro, descrivono la città come uno dei centri straordinari del mondo antico. "Nella prima età classica Agrigento aveva una superficie di quasi 400 ettari e presentava un impianto urbano regolare, caratterizzato da strade che si incrociavano ad angolo retto, secondo l'organizzazione dei centri urbani greci dal quinto secolo a.C. in poi. In questo contesto - prosegue Bonetto - la città si organizzava anche con un assetto di carattere architettonico che dava sostanza all'impianto urbano". L'esplosione delle architetture pubbliche della Agrigento greca avvenne, infatti, a partire dagli inizi del quinto secolo, nel decennio successivo alla battaglia di Imera (480 a.C.), che segnò la vittoria dei greci sui cartaginesi. In questo frangente la città si popolò di una serie di edifici straordinari, tra i quali il tempio di Zeus Olimpio, il più grande ad oggi conosciuto nell'Occidente. "Con 112 metri di lunghezza e 57 di larghezza, si trattava di una struttura molto più imponente del Partenone ad Atene e della maggior parte degli edifici di questo genere. Il suo impianto occupava tra i 5800 e i 6200 metri quadri di terreno. Anche a livello di alzato, date le proporzioni tra lunghezza e larghezza, le dimensioni erano assolutamente particolari: le colonne raggiungevano i 18-20 metri di altezza e presentavano scanalature che si ritiene potessero contenere un uomo". Si delinea così l'immagine di un colosso monumentale che potrebbe essere paragonato per dimensioni ad una delle grandi basiliche odierne. "La particolarità dell'edificio - sottolinea Bonetto - consiste nel fatto che presentasse una peristasi chiusa, ovvero una chiusura laterale in muratura lungo il colonnato, che doveva reggere il peso della trabeazione e che allo stesso tempo andava a creare delle semicolonne. Si tratta di una struttura che non trova confronti nel mondo antico". Le novità dell'architettura greca dell'occidente coloniale rispetto all'architettura greca tipica della madrepatria dimostrano l'importanza dell'apporto delle colonie in Magna Grecia e in Sicilia, in quanto cantieri di sperimentazione. "La chiusura della peristasi era possibile nella realtà della colonia grazie ad una maggiore libertà costruttiva. Le colonie diventavano infatti, a livello architettonico, dei laboratori nei quali poter sperimentare soluzioni che, talvolta, venivano riprese dalla madrepatria". Nonostante il tempio di Zeus Olimpio costituisca un unicum nella storia dell'architettura classica, è possibile tracciare un confronto con altri edifici? "I principali confronti si trovano sul piano architettonico dimensionale: l'imponenza del tempio richiama quella di altri edifici realizzati nelle regioni più ricche e floride del mondo greco, in Asia Minore, e in particolare nell'isola di Samo, e nelle città di Efeso e Mileto, dove sorgono edifici templari di ordine ionico di enormi dimensioni. Inoltre, - prosegue Bonetto - un'altra particolarità che li avvicina è il carattere ipetrale, ovvero l'assenza di copertura nella parte centrale". Alcuni studiosi ritengono che il tempio di Zeus Olimpio non fosse coperto nella parte centrale a causa delle difficoltà legate al proporre un sistema di copertura per una struttura di tali dimensioni. "L'assenza di copertura è una caratteristica nota nel mondo antico, come nell'Artemision di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo antico, o nel tempio di Apollo a Mileto, ma in questo caso non è ancora chiaro se si tratti di una scelta intenzionale o se il tempio sia rimasto incompiuto". Ad oggi rimane poco dell'impianto originario: dopo che i terremoti demolirono gran parte della struttura, nel Basso Medioevo (1300-1400 d.C.) il sito divenne una "cava di pietra": i suoi blocchi vennero reimpiegati per altre costruzioni, come il Porto Empedocle. Tra le rovine, si conservano solo alcune parti di colonne e del frontone, oltre a due telamoni - le grandi sculture maschili a tutto tondo impiegate come sostegno strutturale o a scopi decorativi - di cui uno collocato al Museo archeologico regionale di Agrigento. Uno dei telamoni rimasti, con i suoi otto metri di altezza, tornerà presto ad alzarsi in piedi di fronte al tempio, grazie all'opera di restauro da parte di archeologi e architetti, che coinvolgerà tutti i resti dell'edificio con l'obiettivo di ripristinare parte del suo originario splendore. La raffigurazione del telamone attinge alla mitologia greca, in quanto rappresenta Atlante, il titano che dopo essersi unito a Crono nella battaglia contro gli dèi dell'Olimpo, venne punito da Zeus con il compito di reggere l'intera volta celeste sulle spalle. L'anastilosi: perché è importante ricostruire il passato? Come sappiamo, esistono diverse scuole di pensiero che dividono chi si dichiara a favore di una ricostruzione pressoché totale dei contesti archeologici e chi adotta un approccio più cauto lasciando che le rovine facciano il loro corso. "Sono convinto che il bene culturale debba mettersi al servizio della comunità e di chi lo fruisce, e che per questo motivo debba essere comprensibile", dice Bonetto. "La passeggiata in un campo di rovine incomprensibili nell'ottica del fascino romantico ottocentesco oggi lascia perplessi e costituisce un'occasione sprecata per comprendere l'antico". "Per questo motivo sono favorevole alle opere di ricostruzione, che ambiscono a riportare il bene culturale al centro dell'attenzione, come motore per la società e per l'economia tramite l'attrazione dei flussi turistici". Conclude, "per fare questo è necessario avere una conoscenza più che approfondita dei contesti, ed è questo il ruolo della ricerca scientifica: studiare per trovare soluzioni che, nel rispetto delle caratteristiche originarie, intervengano in modo cauto e prudenziale per dare nuova vita agli edifici storici".

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