Viviamo nell’epoca dello sviluppo tecnologico, della intelligenza artificiale e tutto ci sembra possibile. La tecnologia ci appare unica, generosa, fruibile, spontanea. Guardiamo stupiti i nuovi robot sempre più umanizzati fino al punto di riprodurre gesti e fattezze umane. I giovani sono i più entusiasti di questa situazione, le persone mature meno. La tecnologia ha invaso ogni ramo del sapere, ogni ceto sociale. Tutti si ostinano a guardare il telefonino invece di salutare i vicini e conoscenti. Incantati dai moderni mezzi di comunicazione non abbiamo più vera intimità con nessuno. I rapporti sono stanchi e fugaci. Pensiamo solo a navigare in rete, a organizzare incontri virtuali. Alle rete consegniamo foto, aspirazioni, sogni, progetti, immagini, idee, amicizie, amori. Anche nella rete corrono interessi, perfidie, mortificazioni. Spesso non è facile cavarsi di impaccio. Non ci rendiamo conto che siamo trattati alla stregua di oggetti, siamo utenti quasi non persone. Le parole sono poche, i gesti affettuosi languono. Non ci sono dedizioni, riconciliazioni. Nella rete non mancano azioni di disturbo ma nessuno ci fa caso. Navigare nel web è eccitante più di una camminata nella natura, all’aria aperta. L’educazione è scomparsa.
La segretaria del medico di famiglia nemmeno ci saluta, non ci vede, presa dal terminale, per lei siamo trasparenti o un numero senza identità nel migliore dei casi. I commessi dei negozi ci trattano non come clienti ma come oggetti, siamo oggetti manipolabili, influenzabili nei gusti e nelle scelte. I passanti ci travolgono come se non esistiamo, in alcuni casi ci dicono vattene, scansati a brutto muso. Siamo oggetti ingombranti da spostare con rabbia da una parte all’altra. Per le asl siamo un numero, una scheda, nessuno ci guarda in faccia, ci viene incontro. Per gli autisti dei mezzi siamo utenti non persone piene di emozioni, idee, pensieri, esigenze. Ci chiudono le porte in faccia senza preamboli o saltano le fermate anche dietro nostra richiesta. Certe volte è come non avessimo mai parlato, mai espresso una opinione, un parere, un desiderio, come se non fossimo mai esistiti. Per i medici siamo solo corpi disumanizzati. Ci guardano distratti come se non fossimo persone con una vita privata, un sogno, una idea. I dirigenti al lavoro non ci vedono per niente, ci trattano come fossimo soprammobili da spostare a piacimento da una sede all’altra, ci incontrano ma non ci vedono, non ci scorgono, neppure ci salutano dato che siamo trasparenti. Siamo invisibili, pedine, nei casi migliori oggetti da scarto che non si possono mettere in vetrina. Ci guardano solo i passanti ogni tanto magari scandalizzati per il nostro stile classico, come se vestire classico fosse un reato, un delitto punibile, imperdonabile, che non si può passare sotto silenzio. Ci vedono solo quando siamo in difetto, quando l’oggetto, che siamo noi, è difettoso, non è perfettamente riuscito. Siamo oggetti in serie, di fabbrica nemmeno artigianali di un certo pregio, siamo facili ad essere svenduti, gettati, eliminati, contesi, traditi, distrutti. Il web stesso ci tratta da oggetti privi di raziocinio e sentimento. Siamo burattini mossi da fili invisibili adatti magari solo per il teatro dei pupi. Gli oggetti devono solo obbedire, non possono ribellarsi in virtù della loro natura passiva. Gli oggetti sono palesamente messi da parte, gestiti da mani esperte, da menti intriganti. I negozianti, i supermercati ci trattano da esseri passivi, pronti solo a consumare, siamo i consumatori spesso di prodotti in serie pure scadenti. Tutto è frutto di calcolo al millimetro. Agli oggetti sono proibiti i pensieri, le critiche, i commenti. Non serve stizzirsi, ogni volta si ripete lo stesso rituale e finiamo come oggetti rovinati esposti nei mercatini dell’usato che nessuno compra più.
Il problema è che molti non si accorgono di essere trattati come cose.
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