Discussione

“L’invisibile filo rosso” un film di Alessandro Bencivenga

“L’invisibile filo rosso” un film di  Alessandro Bencivenga

“L’invisibile filo rosso” è un film che nasce da un’urgenza, da una ferita ancora aperta nella memoria italiana, e Massimo Bonetti lo racconta con la calma di chi ha attraversato davvero quel dolore. Nelle sue parole si percepisce subito che questa non è un’intervista qualunque: è un viaggio dentro un frammento di storia che Alessandro Bencivenga ha voluto riportare alla luce con una sensibilità rara. Il manicomio di Pergine, le vite spezzate, le ingiustizie taciute, l’ascesa di un giovane Mussolini ancora in bilico tra ideali e incendi interiori: tutto torna a respirare attraverso il personaggio di Giovanni Anesini, interpretato da Bonetti con una lucidità che fa male. Questa introduzione è il varco: da qui si entra in un racconto che parla di memoria, di coscienza, di cinema come atto necessario. Ci può fare una breve introduzione de “L’Invisibile filo rosso”? “L’invisibile filo rosso” nasce dalla volontà di quello che considero un grande regista, Alessandro Bencivenga, che sentiva l’esigenza profonda di raccontare questa storia. Leggendone il copione, l’ho trovata davvero molto interessante: un frammento di storia italiana che mostra l’ascesa del giovane Mussolini e i soprusi che segnavano quel periodo. In questo contesto si inseriscono figure come il mio personaggio, Giovanni Anesini, internato in manicomio solo perché contrario alle istituzioni. Una condanna ingiusta che lo ha costretto a trascorrere vent’anni rinchiuso, fino alla morte. Il film attraversa queste vite spezzate, restituendo voce a chi è stato messo a tacere. Ed è una storia bellissima anche perché, in fondo, è attuale. Io l’ho percepita così: attuale nelle dinamiche, nelle contraddizioni, nelle fragilità dell’uomo. Oltre alla figura di un Mussolini venticinquenne davvero straordinaria da osservare nel suo nascere politico, prima vicino al socialismo, accanto a Cesare Battisti, e poi progressivamente trascinato dalle sue idee “incendiarie”, fino ad abbandonare completamente quei principi iniziali. Può parlarci del suo personaggio? Che ruolo ha nella storia? Interpreto Giovanni Anesini, l’uomo che ha avuto il coraggio di andare contro il governo per difendere Cesare Battisti, di cui era il braccio destro. È proprio questo gesto a segnare il suo destino: da lì nasce lo sfogo, la frattura, l’ingiustizia che lo porta a essere internato nel manicomio di Pergine. Nel film, Anesini incontra un nuovo infermiere arrivato dall’isola d’Ischia, un ragazzo napoletano che inizia il suo servizio proprio in quel luogo duro e chiuso. Viene accolto dal direttore del manicomio, interpretato in maniera eccezionale da Antonio Catania, che lo mette subito davanti alla realtà: “Qui sono tutti matti, nessuno ti darà tormento, ma stai attento perché è tutto pericoloso.” E invece, proprio lì, l’infermiere si imbatte in me, in Giovanni Anesini. Attraverso le domande, l’ascolto e un dialogo costante, comincia a intuire che Anesini non ha nulla del folle: ha sentimenti lucidi, pensieri ordinati, una sofferenza che non è malattia ma ingiustizia. Così va dal direttore e gli dice che, secondo lui, Anesini meriterebbe una verifica. Ma il direttore, fermo nella sua posizione, ribadisce: “No. Quello è matto. Quello è fuori di testa.” Ed è qui che ho trovato la storia attuale: perché ancora oggi esistono persone che scontano pene ingiuste, che vengono etichettate o rinchiuse senza una vera ragione. Anesini non era un criminale, non era un pazzo: era un uomo punito per le sue idee. Per questo ho trovato questa storia bellissima, potente, necessaria. E non ho avuto alcuna esitazione ad accettare il ruolo di Anesini. ho interpretato questo personaggio senza lasciar spazio all’idea che potesse essere “contaminato” dalla pazzia. La sua sofferenza è profonda, straziante, ma non lo priva mai della lucidità. Anzi: ciò che lo rende davvero drammatico è proprio questa capacità di restare vigile, consapevole, mentalmente presente nonostante il dolore che lo attraversa. È un uomo che soffre senza perdere la sua coscienza, che vive una frattura interiore ma continua a mantenere un ordine, una logica, una visione. Ed è proprio questa tensione ,tra tormento e lucidità, che amplifica la sua tragedia e lo rende un personaggio ancora più potente. A sei mesi dall’uscita, che riscontro ha avuto il film? Come ha reagito il pubblico nel tempo? Il film è stato presentato a Venezia nella sezione Bridge, dove ha ottenuto un ottimo riscontro. Successivamente è uscito nelle sale, dove è tuttora in programmazione, e viaggia con un incasso di 1.000–1.500 euro a serata. Per un’opera indipendente, con una tematica così complessa e lontana dalla leggerezza di una commedia, è un risultato straordinario. Per me è davvero un trionfo, e ci tengo a sottolinearlo. Quale esigenza narrativa ha portato il regista a costruire un film centrato su un tema così sottile e complesso? Il bisogno di riportare alla luce i fatti e le ingiustizie di quel periodo. Forse era rimasto un po’ nell’ombra, ma Alessandro Bencivenga, con la sua sensibilità, ha voluto riportarlo alla luce. Ha svolto una ricerca accurata negli archivi di Trento, perché Giovanni Anesini era originario di quelle zone, e ha scoperto questa vicenda profondamente ingiusta. Da lì è nata la volontà di portarla al cinema. Per me è qualcosa di straordinario: raccontare la sofferenza di un essere umano in modo così poetico, così rispettoso, come è riuscito a fare lui. È questo che rende il progetto speciale. Devo dire che da parte mia a livello attoriale c'è stata un'infinita soddisfazione. Nel film, il “filo rosso” diventa un simbolo potentissimo: secondo lei, cosa rappresenta davvero questa connessione invisibile tra le sofferenze dei personaggi e in che modo Anesini ne diventa il custode emotivo? Nel film, l’invisibile filo rosso rappresenta la sofferenza che attraversa i personaggi e li unisce, anche quando le loro storie sembrano lontane. Le vicende del figlio non riconosciuto di Mussolini, di Ida Dalser e di tutte le figure segnate da ingiustizie e abbandoni trovano un punto di contatto proprio attraverso Anesini, che diventa la sorta di “custode” di queste ferite. Nel finale, quando il direttore rovescia il letto di Anesini in un momento drammatico, emerge un filo rosso che collega le fotografie di tutti i protagonisti: un gesto visivo che rivela come le loro vite, pur diverse, siano legate dalla stessa radice di dolore. Quel filo non è solo un oggetto: è il simbolo della sofferenza condivisa, della memoria che li accomuna, del destino che li intreccia. Può parlarci del cast e del contributo che ciascun interprete ha portato alla costruzione emotiva e narrativa del film? Il cast è davvero straordinario e ogni interprete porta un tassello essenziale alla storia. Ornella Muti in un’interpretazione straordinaria di Ida Dalser, una delle amanti di Benito Mussolini. Antonio Catania dà volto e autorità a Moritz Calentzer, il direttore del manicomio. Poi c’è Paco De Rosa, che interpreta il giovane infermiere Gennaro Mazzella: è lui il vero trait d’union della vicenda, il filo che attraversa tutti i personaggi. Attraverso il suo sguardo e i suoi incontri, lo spettatore scopre le storie, le ferite e le verità nascoste di ciascuno. In un certo senso, è proprio lui il “filo rosso” che collega gli interpreti, perché grazie alla sua presenza emergono le identità e le sofferenze che il film vuole riportare alla luce. Francesco Villa interpreta questo “Napoleone” perché, come sottolinea Alessandro Bencivenga con grande sensibilità, non esiste manicomio senza Napoleone. In ogni epoca, in ogni storia, in qualsiasi istituto psichiatrico del mondo, c’è sempre stato qualcuno convinto di essere lui. Bencivenga gioca con questo elemento in modo sottile, quasi nascosto: non è un’ironia evidente, non è una caricatura, ma un dettaglio che aggiunge verità alla narrazione. Io l’ho colto subito, perché sembra un luogo comune, ogni volta che si parla di manicomi spunta “quello che fa Napoleone”, ma qui diventa un segno delicato, un piccolo simbolo che arricchisce il racconto senza mai sovrastarlo. Poi c’è anche Lello Arena, che dà vita a Poduccio, il “pazzo del villaggio”, una figura fragile e affettuosa. È molto legato a Gennaro Mazzella, e quando parte per prendere servizio al manicomio di Pergine, Poduccio si sente improvvisamente solo, quasi tradito. Quel momento rivela tutta la sua natura sensibile. Poduccio è un personaggio romantico, un’anima buona che fa da contrappunto alla durezza della storia. Porta leggerezza, calore, un tocco umano che smorza la tensione nei momenti più cupi. E Lello Arena, con la sua esperienza e la sua finezza interpretativa, lascia un segno importante nel film, dando a questo ruolo una profondità che arricchisce l’intero racconto. A seguire Gino Rivieccio interpreta Bruno Mazzella, Rosario Terranova veste i panni di Benito Mussolini, Alfredo Cozzolino che interpreta uno dei matti con intensità e Luca Ward presta la sua voce come narratore. Un cast degno di nota e una colonna sonora da brividi firmata da Giovanni Block, impreziosita dalla tromba di Nello Salza e da un omaggio a Ennio Morricone. Sceneggiatura scritta da Irene Cocco e Alessandro Bencivenga con la preziosa supervisione di Giacomo Scarpelli. A completare l’impianto visivo del film, la direzione della fotografia è affidata a Giorgio Fracassi, che ne definisce atmosfera e profondità. Vorrei aggiungere che queste idee, questo modo di fare cinema, e la bravura di Alessandro Bencivenga, evidente, palese, basta vedere il film per rendersene conto, meriterebbero molto più sostegno da parte di chi gestisce il sistema cinematografico. E invece si fa fatica. Si fa fatica perché i finanziamenti, tra ministero, tax credit e contributi vari, finiscono spesso a opere francamente modeste, film che non hanno nulla da dire, mentre non si presta attenzione a chi vuole fare cinema serio, importante, capace di trovare davvero un riscontro nel pubblico. La cosa più paradossale è che questi soldi vanno a registi e attori che collezionano flop al botteghino, convinti di aver trovato la “gallina dalle uova d’oro” con idee deboli, mentre il cinema, quello vero, è fatto di sentimenti, di soprusi raccontati con onestà, di storie che meritano di essere portate alla luce. Questo è il cinema con la C maiuscola, ma è proprio quello che non viene sostenuto. Per questo il coraggio di Silvestro Marino è fondamentale: ha creduto nel film, ha investito di tasca propria, e ha permesso la nascita di un’opera indipendente, privata, che oggi sta ottenendo un riscontro concreto al botteghino. Servirebbero più produttori come lui, con la stessa visione e la stessa fiducia nel talento, sostenuti però dalle istituzioni cinematografiche, che invece continuano a prendere altre strade. È un problema che riguarda tutto il settore: si inseguono le cose più “leggere”, quelle che definiscono innovative, ma che in realtà non portano nulla. Si rincorre l’incasso immediato, dimenticando che il cinema è prima di tutto una forma d’arte. Un film si fa per coscienza, per verità, per bravura degli attori, del regista, di chi lo scrive. Se lavori così, hai l’anima a posto, e spesso il film incassa anche. Ma se costruisci trappole, se pensi di riempire la sala con il personaggio uscito dal reality o con la youtuber di turno, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: flop, uno dietro l’altro. In sintesi: bisognerebbe dare spazio e ascolto al talento. Talento degli attori, dello sceneggiatore, del regista. Se arriva una storia forte, sostenuta da professionisti veri, la si produce. Se arriva una storia affidata a chi non ha esperienza, ma solo followers, allora si dovrebbe avere il coraggio di dire no. Perché questo non è il cinema italiano. Il cinema italiano è altro. L’invisibile filo rosso non è solo un film, è un gesto di coraggio. È la dimostrazione che il cinema può ancora essere un luogo dove le storie contano più dei numeri, dove la verità pesa più dei followers, dove la dignità di un personaggio vale più di qualsiasi strategia di mercato. Massimo Bonetti lo dice senza giri di parole: il talento va ascoltato, sostenuto, protetto. E il lavoro di Alessandro Bencivenga, insieme alla scelta coraggiosa di Silvestro Marino di produrre un’opera indipendente, diventa un esempio di ciò che il cinema italiano potrebbe essere se tornasse a credere davvero nelle storie che hanno qualcosa da dire. Alla fine, ciò che rimane è un invito: guardare questo film non solo come spettatori, ma come custodi di una memoria che merita di essere restituita. Perché certe storie, quando finalmente trovano voce, non si dimenticano più. Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa