Massimo Bonetti torna a raccontarsi con la sincerità e la profondità che lo contraddistinguono, ripercorrendo un legame artistico e umano che dura da quasi quarant’anni con Pupi Avati. Dal debutto in Ultimo Minuto nel 1987 fino al set della nuova serie Gotico Padano, Bonetti attraversa ricordi, impressioni e aneddoti che rivelano non solo la grandezza del regista, ma anche la forza di un rapporto fraterno cresciuto film dopo film. In queste risposte emerge l’attore, l’uomo e il professionista che ha trovato in Avati una guida, una costante e un punto di riferimento, e che oggi vive con entusiasmo un nuovo ruolo, un nuovo set e una collaborazione familiare che arricchisce ulteriormente la poetica “avatiana”.
Puoi raccontarci il momento in cui Pupi Avati ti ha scelto o ti ha notato per la prima volta?
Era il 1987 quando fui notato e scelto per il film Ultimo Minuto in cui interpretavo Emilio Boschi, un calciatore, insieme a Ugo Tognazzi, Elena Sofia Ricci e Diego Abatantuono. Era davvero un bel cast. Questo è stato il mio debutto con Pupi.
Che impressione ti ha fatto, prima come persona, poi come regista?
Come regista mi ha fatto l’impressione che fa a tutti: è un maestro, un esempio vivente di autore, questo è innegabile. Possiamo davvero parlare di un genio. Per quanto riguarda la persona, negli anni, avendo fatto con lui credo sette, otto film, ora non ho presente il numero esatto, mi sono affezionato, così come lui si è affezionato a me. Abbiamo una stima reciproca che ci lega da tanti anni. Io lo considero come un fratello, come un parente stretto, qualcosa che va al di là del legame professionale.
Quali caratteristiche, secondo te, distinguono Pupi Avati dagli altri registi con cui hai lavorato?
Pupi rappresenta esattamente la mia idea di recitazione, o meglio di non‑recitazione. Rifiuta qualsiasi atteggiamento costruito durante l’interpretazione e detesta gli attori che “lavorano di faccia”. Per lui conta solo l’autenticità: non vuole vedere una persona che diventa personaggio nel momento in cui la macchina da presa la cattura. L’attore deve agire guidato da un pensiero preciso, senza gesticolazioni superflue o espressioni studiate. Pretende una naturalezza assoluta.
Stai girando la serie Gotico Padano: com’è questa nuova esperienza sul set e che ruolo interpreti?
Esattamente, in questo momento, sono sul set di Gotico Padano e ne sono davvero felice. Stiamo girando questa serie che terminerà le riprese il 2 ottobre, e in cui interpreto l’antagonista, un cattivo. La cosa mi diverte molto, perché quando siamo sul set, nei momenti di pausa, io e Pupi ironizziamo spesso su questa cattiveria che devo incarnare: non è certo qualcosa che appartiene alla mia vita privata. Ci scherziamo su, insomma.
Devo dire la verità: questa è una serie che avrà un grandissimo successo, perché il racconto è bellissimo ed è una gioia per me far sapere che sto lavorando a questa serie. Mi riempie di entusiasmo e d’orgoglio. Non mi dilungo, ma il mio personaggio è meraviglioso, lo amo davvero. È un notaio molto, molto violento psicologicamente.
Nella serie Gotico Padano troviamo una doppia regia: Pupi Avati e Mariantonia Avati, rispettivamente padre e figlia… Due sensibilità diverse che si intrecciano, oppure un’unica visione che si completa?
Questa serie vanta una regia molto curata, due registi, padre e figlia, perfettamente allineati e diretti verso la stessa visione, per una collaborazione davvero armoniosa. Inoltre devo dire che Mariantonia è davvero bravissima.
Nell'arco del tempo è cambiato qualcosa nel suo modo di fare regista o è sempre rimasto uguale?
È identico. Sto lavorando a Gotico Padano e ritrovo esattamente ciò che avevo vissuto in Ultimo Minuto, il mio primo film: la stessa forza, la stessa grinta, la stessa energia creativa che non è mai cambiata nel tempo.
Cosa ti ha lasciato Avati come uomo e come artista?
Come dicevo Pupi mi ha preso per mano dal lontano ’87, quando ho fatto Ultimo Minuto, e devo dire che mi accompagna nella carriera più di ogni altro regista. Con gli altri ho fatto un film, due film, mi hanno richiamato… ma lui è una costante, e questo mi piace sottolinearlo in questa intervista.
Tra noi c’è un rapporto quasi fraterno, costruito negli anni. Ripeto: c’è stata subito una folgorazione nella stima reciproca. A lui è piaciuto molto il modo in cui mi ponevo, e da lì è nata questa sintonia. Nel tempo è diventata un affetto quasi familiare.
Quando il cellulare squilla e sul display compare il nome “Pupi Avati”, mi si accelera il battito. Se ti chiama, lo fa per dirti: “Ho un ruolo per te”, e ogni volta è una gioia che mi travolge. Vedere il suo nome sul display è sempre un’emozione, una di quelle che non si attenuano mai.
In queste parole si percepisce tutta la gratitudine, la stima e l’affetto che legano Massimo Bonetti a Pupi Avati: un rapporto che va oltre il set, oltre i ruoli, oltre il tempo. Un sodalizio artistico e umano che continua a rinnovarsi, oggi più che mai, sul set di Gotico Padano, dove Bonetti porta in scena un nuovo personaggio e, insieme, una storia di fedeltà professionale rara e preziosa. Un percorso condiviso che non smette di emozionare, e che questa intervista celebra con la sincerità di chi sa cosa significa essere scelto, accompagnato e, soprattutto, riconosciuto.
Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa
Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita
Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP
Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa
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