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Camicia azzurra, cravatta, pantaloni dal taglio sartoriale, occhiali scuri, pose da fashion editorial e un immaginario che guarda alla moda come spazio in cui identità, giudizio e immagine finiscono inevitabilmente per incontrarsi. Con “Runway”, Mattia, cantautore e performer bresciano da sempre attento all’immagine e impegnato sui temi dell’identità e del pregiudizio, usa la passerella per parlare di giudizio, imitazione, invidia e di cosa accade quando si è consapevoli di essere osservati. Pop, cinema, luxury lifestyle e dancefloor convivono nello stesso immaginario, senza separare estetica e contenuto. La runway è lì: c’è chi guarda, chi applaude, chi copia, chi aspetta il passo falso, ma Mattia continua a camminare. Nel ritornello, la risposta è tutta in tre parole: “Strike a pose”. La passerella, del resto, oggi non finisce più con l’ultima uscita di una sfilata. Continua ogni giorno sugli schermi dei nostri smartphone, dove immagini, look, corpi e scelte personali vengono esposti a un giudizio praticamente immediato. Siamo osservati e osservatori nello stesso momento, mentre il confine tra ispirazione e imitazione diventa sempre più sottile e l’immagine rischia di arrivare agli altri prima ancora della persona. A poche settimane dall’ultima edizione della Milano Fashion Week, Mattia prende uno dei luoghi simbolo della moda e lo porta fuori dalle sfilate, inserendolo nella quotidianità e sottolineando come oggi, su quella passarella continua, finiamo tutti. Cambiano i vestiti, cambiano gli spettatori, ma resta la stessa domanda: quanto di ciò che mostriamo appartiene davvero a noi e quanto, invece, viene modificato dalla consapevolezza di essere guardati? Prodotto dal producer mantovano Andrea Culpo, “Runway” si articola su una scrittura che richiama l’energia degli anni Novanta e alcune traiettorie da dancefloor anni Settanta, senza trasformare il riferimento in citazionismo fine a sé stesso. Il ritmo sostiene un racconto che parla di riconoscimento, giudizio e affermazione di sé, portando il linguaggio del club in una dimensione dichiaratamente fashion. Il ritornello chiarisce subito l’accezione del brano, evidenziando quanto le pose non siano soltanto maschere. Possono diventare difesa, controllo e scelta di come mostrarsi. Il confine è labile, perché la posa è immagine, ma anche filtro, un modo per scegliere cosa mostrare e cosa lasciare fuori, soprattutto quando lo sguardo degli altri tende ad arrivare prima di una conoscenza diretta. “Runway” prova così a ribaltare il rapporto di forza: non sei ciò che gli altri decidono di vedere, ma il modo in cui scegli di attraversare la passerella. Il testo gioca continuamente tra realtà e rappresentazione, in una Manhattan che è prima città e subito dopo cocktail - «Corri solo tra le luci di Manhattan, ubriaco di un altro Manhattan» - per poi spostarsi tra “Colazione da Tiffany”, il ballo di “Pulp Fiction”, Sorrentino e Al Pacino. Riferimenti al glamour americano, al cinema d’autore, al lusso hollywoodiano e ai cult che hanno contribuito a creare l’immaginario visivo di intere generazioni. Runway” finisce così per assomigliare a un moodboard messo in musica, in cui riferimenti molto diversi convivono come potrebbero convivere nelle pagine di un editoriale di moda. «La runway, per me, è il posto in cui tutti ti guardano e ognuno pensa di sapere qualcosa di te – racconta Mattia –. C’è chi giudica, chi copia, chi aspetta un tuo passo falso. Io volevo racchiudere quella pressione in un brano dance, in qualcosa che avesse energia, eleganza, ironia, ma anche una frase molto chiara: solo tu puoi decidere come camminare. “Strike a pose” non significa fingere, ma non lasciare agli altri la regia della tua immagine.» Ad accompagnare il singolo, l’official visual, ispirato dalle copertine dei grandi magazine di moda internazionali, dalle automobili prestigiose, dagli ambienti luxury e dal cinema; una sequenza di quadri visivi in cui ogni dettaglio, dal look alla postura, partecipa ad un racconto la cui estetica è volutamente pulita, sofisticata, controllata. Mattia attraversa la scena come protagonista di una passerella che non è solo fisica, ma mentale; uno spazio in cui l’immagine diventa affermazione, il corpo conquista il proprio spazio nel mondo e lo styling contribuisce a definire il personaggio quanto la regia e la coreografia. Tra le ispirazioni del progetto affiora anche l’immaginario di “Vogue” di Madonna, riferimento assoluto della cultura pop anni Novanta, evocato nelle movenze, nell’attitudine coreografica e in quella combinazione di eleganza, ironia e provocazione che ha reso il brano un’icona. Non un omaggio calligrafico, dunque, ma una rilettura personale, più maschile, più contemporanea, inserita in un percorso artistico che lavora sempre di più sul rapporto tra musica, performance e immagine. La coreografia e l’art direction del movimento sono affidate a Babi B, coreografa attiva in contesti di rilievo nazionale, tra cui Sanremo 2025, mentre la regia è firmata da Lorenzo Meid, che porta nel progetto un taglio visivo vicino al cinema e alla fashion editorial. La cura dell’immagine è affidata alle stylist Luciana Bondioli e Naomi Alloggio. Con “Runway”, Mattia prosegue il percorso aperto da “Occhi Laser sulla Notte”, il precedente singolo con cui aveva trasformato il “Veni, vidi, vici” attribuito a Giulio Cesare in una dichiarazione pop contro la guerra, presentato con un’intervista su Billboard Italia. Se quel brano rovesciava una frase di conquista militare per portarla in un discorso di pace, amore e libertà personale, “Runway” si sposta su un altro terreno: non più il campo di battaglia, ma la passerella; non più la conquista, ma il giudizio; non più l’armatura, ma il modo in cui scegliamo di presentarci agli altri. Il singolo anticipa il nuovo album “Il Paradiso è un Dress Code”, progetto che segna una svolta nella sua scrittura. Dopo “2 DI ME”, album targato ADA Music/Warner Music Italy realizzato al Penthouse Studio di Vegas Jones, e dopo “NUDO”, lavoro più confessionale prodotto, tra gli altri, dal producer multiplatino Reizon, Mattia dà forma e voce a un immaginario nuovo, più legato al corpo, alla notte, al sacro, al desiderio di salvezza e alla possibilità di cercare spiritualità anche dentro linguaggi apparentemente lontani dalla dimensione religiosa. Il titolo dell’album lascia già intuire la sua direzione: il paradiso come codice da decifrare, come forma da indossare, come scelta di appartenenza, come modo di stare nel mondo, anziché come luogo remoto. I testi sono ispirati al “Paradiso Perduto” di John Milton, pubblicato nel 1667, e attingono anche dai testi sacri del Cristianesimo primitivo, intrecciando riferimenti colti e pop culture, domanda spirituale e clubbing, tentazione e disciplina, caduta e redenzione. Per l’artista lombardo, il dancefloor non è soltanto uno spazio di evasione, ma il luogo in cui il corpo prova a capire qualcosa di sé. Mattia guarda alla tradizione pop capace di usare il ballo come narrazione, da “Confessions on a Dance Floor” di Madonna ad alcuni lavori italiani più recenti come “Ok. Respira” di Elodie, ma sceglie una chiave più scarna nella produzione e più provocatoria nella scrittura. Il suo obiettivo non è replicare un immaginario già ben definito, ma aprire una zona personale in cui la dance possa contenere domande su fede, guerra, sessualità, identità, immagine e futuro. «Dopo due album più urban e pop sentivo il bisogno di trovare una dimensione che mi rappresentasse davvero – conclude Mattia -. Sono sempre stato legato agli anni Settanta, non solo nell’immagine, ma anche nel modo di intendere il suono, il corpo, la notte, il club. Mi interessava però togliere alla dance l’idea che debba per forza avere testi banali. Si può ballare anche su una domanda. Si può ballare anche mentre si cerca una forma di salvezza.» Nato a Brescia nel 1992, Mattia arriva alla musica dopo un lavoro già avviato sulla parola, sull’identità e sull’impegno sociale. Ha pubblicato libri contro il pregiudizio sui disturbi mentali, ha prestato il proprio volto al Centro Nazionale Contro il Bullismo e sostiene come testimonial la onlus To Get There di Massimo Leonardelli e Piero Piazzi, impegnata a favore del futuro dei bambini, che ha scelto la sua immagine per promuovere il proprio operato. Anche il live ricopre un ruolo importante nella sua carriera. Con MATTIA LIVE, accompagnato dal DJ Andy Van Pastor, già al fianco di star internazionali come Snoop Dogg, Flo Rida e Akon, e dal corpo di ballo DA FEMME by Babi B, Mattia porta nei club uno show in cui musica, visual e danza funzionano come parti di un unico racconto. C’è il tentativo di usare la cultura del club per parlare di una domanda più grande: come si può ancora cercare un paradiso, o almeno una forma di pace, dentro un tempo che sembra allenarci al conflitto?
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