Discussione

Quattromila metri di disgrazie

Quattromila metri di disgrazie

Qualche giorno fa la notizia della morte, in circostanze tragiche, di due giovani e appassionate alpiniste, colte di sorpresa dal maltempo. In questo articolo scritto nell'occasione, riporto alcune considerazioni da appassionato diu montagna, per quel che potrà servire. 06/07/2021 - 17:16 La tragedia immane di montagna che ha visto tra le vittime due ragazze di 28 e 29 anni. Paola Viscardi e Martina Svilpo, a cui, per quello che può servire, va tutto il rispetto, l’amore, e il rimpianto, per due giovane vite appassionate, serie e coraggiose, strappate a 4.000 m di quota. Due ragazze unite da uno amore smisurato, incontenibile, per la montagna e per la natura. Solo chi ama visceralmente quegli incredibili e frastagliati sollevamenti tettonici, che chiamiamo montagne, può comprendere quel tipo di sentimento. E’ più difficile comprendere e accettare, invece, la dinamica impietosa e crudele della tragedia: una forte perturbazione a 4.000 m, con vento e relativo abbassamento termico, e un concatenamento di coincidenze sfortunate miste ad imperizia. Le due ragazze sono morte assiderate (ipotermia irreversibile) senza che nessuno, per via delle pessime condizioni meteo e della errata segnalazione della posizione, potesse raggiungerle in tempo. Il loro compagno, di 27 anni, si è invece salvato. Si poteva evitare? È la domanda perniciosa che aleggia subito dopo fatti tragici come questo. Ma non sempre è una domanda giusta. La verità è che spesso queste cose accadono anche ai più esperti, da sempre. Gli appassionati ricorderanno i tragici eventi del 1996 sul Monte Everest, che costò la vita a 8 scalatori. Vennero riportati dal saggista alpinista Jon Krakauer, egli stesso presente nella spedizione, nel suo libro Aria sottile. Cito: Apparentemente, le condizioni meteorologiche sembrano ideali. Il 10 maggio, invece, una tremenda tempesta a quota 8000 metri sconvolge i piani, uccidendo uno scalatore e minacciando le esistenze degli altri 23, tra uomini e donne, presi nella morsa del gelo feroce e della tormenta di neve che rischia di farli letteralmente precipitare dalla montagna. Alla fine di quel drammatico giorno altri 8 scalatori troveranno la morte nella disperata battaglia per la sopravvivenza. L'autore, scampato fortunosamente, riuscirà a tornare al campo base. Krakauer racconta questo atroce epilogo soffermandosi sulle complesse circostanze e sull'intreccio di decisioni ed errori che condussero un gruppo amatoriale a lottare contro la morte a un'altezza di quasi 8000 metri. Questo articolo, ci è servito come spunto per capire che non sempre è possibile avere il controllo degli eventi a quelle quote, anche da parte di persone esperte. Appurato che la nostra domanda (si poteva evitare?)suona a questo punto retorica, ci sono delle considerazioni che si possono fare su quest’ennesima tragedia, senza arrivare ad emettere giudizio alcuno sulle persone coinvolte . La tecnologia satellitare può salvare la vita Prima di tutto, chi si avventura in zone remote o aspre, raggiungibili solo a piedi o in elicottero, dovrebbe sempre lasciar detta prima, la propria posizione (tramite coordinate GPS) del punto di partenza e di quello arrivo. Nel caso delle due giovani, non era stata comunicata la posizione prima di partire per l'ascensione. Il soccorso alpino, ha ricevuto la telefonata di soccorso a tormenta ormai su di loro. Le linee telefoniche si sono interrotte e non è stato possibile sapere dove si trovassero. Sfortunatamente, poi, il loro compagno di scalata ha comunicato, come posizione, la montagna sbagliata. Il maltempo era stato previsto in anticipo L’altra regola d’oro da seguire con molta attenzione, è quella di monitorare costantemente le condizioni meteorologiche e le previsioni meteo a 48-72 ore. Nel week-end del 3-4 luglio, era stata diramata un’allerta meteo per tutta la fascia alpina, specie per quella di nord-ovest (Il Monte Rosa dove si trovavano i tre giovani), riguardante il pericolo di bruschi fenomeni temporaleschi, per l’arrivo di una perturbazione dalla Francia. Era stato previsto un brusco abbassamento termico in alcune regioni, tanto che a Milano, domenica introno alle 16.00, molti si saranno accorti del brusco calo termico, con temperature anche di 12/13 gradi inferiori rispetto al giorno precedente. Immaginiamo cosa può essere accaduto a 4.000 m! Certo, consultare le cartine sinottiche generali e quelle locali, che possono prevedere ad esempio fenomeni convettivi, non offre alcuna garanzia matematica. I fenomeni convettivi, proprio perché si formano sul posto, posso essere imprevedibili e molto insidiosi, specie sopra una certa quota. A me è capitata una grandinata improvvisa che, se non avessi trovato delle vecchie malghe abbandonate in cui ripararmi, avrebbe potuto costarmi caro. Un’altra volta sono stato sorpreso da violente scariche di fulmini che cadevano sui pascoli a 50 metri da me. Ero in piena tundra alpina e praticamente senza possibilità di trovare riparo, mi rifugiai in un anfratto sotto un masso erratico. Ma nel caso di sabato e domenica, non si trattava di fenomeni isolati, di temporali termo-convettivi. Era un’infiltrazione di aria più fredda da nord- ovest, portata da una perturbazione atlantica, perfettamente prevedibile. Questa, infatti, scontrandosi brutalmente con gli elevati valori termici presenti da giorni al suolo, per via di un anticiclone africano che aveva stazionato sulle nostre regioni, era suscettibile di scatenare fenomeni anche violenti. A Milano, ad esempio, le previsioni hanno sbagliato l’arrivo di piogge di un’ora soltanto. Non si capisce, al momento, perché, malgrado le allerte meteo, i tre giovani abbiano deciso di intraprendere comunque una ascensione fino a quelle altitudini. Negli ultimi anni, il clima è impazzito Va però considerato, che la capacità prudenziale e previsionale degli alpinisti è diventata, negli ultimi anni, molto più precaria, per via del cambiamento climatico mondiale. Chi conosce e ama montagna, non esita a definirlo epocale. Quando ho iniziato a frequentare l’alta montagna, le estati erano caratterizzate dalla presenza dell’anticiclone delle Azzorre. Arrivava sull’Europa meridionale e centro-occidentale, e si piazzava lì per settimane, impedendo l’infiltrazione di perturbazioni atlantiche a sud delle Alpi. Il mese di luglio, era molto, molto più prevedibile di oggi. Era stabile, con valori termici non elevatissimi e costanti. I montanari sapevano, quasi per certo, che l’estate avrebbe seguito un certo schema (salvo quelle che cominciavano fin da subito con il piede sbagliato), con stabilità atmosferica da giugno a luglio e un’interruzione dell’estate, corrispondente all’irruzione di instabilità da nord, verso la metà di agosto. L’anticiclone delle Azzorre è stato sostituito, direi scalzato, dal famigerato anticiclone sahariano (o anticiclone africano). Estati caratterizzate da sbalzi termici estremi, inediti per l’Europa, che si sommano alla mobilità e variabilità baricentrica al suolo di questo mostro. Un tempo, si trovava di rado alle nostre latitudini ed invece è divenuto la costante delle nostre sciagurate estati. L'accumolo termico estremo, provocato al suolo dall'Anticiclone africano, sta minando la stabilità dell'intero ecosistema alpino. Le valanghe sono diventate un pericolo in qualsiasi periodo dell'anno, per lo squilibrio del rapporto tra neve fresca e neve compressa (più antica) e dell'acqua tra i diversi strati. Anche gli eventi meteorologici, di conseguenza, sono diventati più estremi. Nei confronti dell'alta montagna, così come per l'alto mare, occorre nutrire sempre un sacro terrore, mai fidarsi del tutto. A maggior ragione, in questi ultimi anni in cui le condizioni climatiche sono praticamente impazzite. A distanza di 30 anni, da quando ho iniziato a frequentare la montagna, continuo ad averne paura. Bisogna nutrire, nei suoi confronti, una specie di sentimento di odio e amore. I due, benché in conflitto, possono salvare la vita. Anche se nessuno, e dico nessuno, è al riparo dall'estrema imprevedibilità di azioni e reazioni che caratterizzano i quattromila metri, servirebbe, nel passaggio dal semplice trekking sulle alte vie all'alpinismo vero e proprio, una formazione tecnica specifica e certificata e corsi di sopravvivenza. Sarebbe un dovere imporli a livello europeo, non solo per il rispetto di quelle vite strappate, ma anche degli operatori dell'elisoccorso, che mettono a repentaglio la loro vita, per recuperare persone a quote elevate, spesso del tutto impreparate, tecnicamente e materialmente. A me è capitato di vedere un uomo in pantaloni corti e scarpe da ginnastica e il figlio di circa 11 anni, arrampicarsi su una morena glaciale; la formazione geologica più instabile che esista in montagna. Poi, esiste un caro vecchio sistema “analogico” per carpire i segnali metereologici che la montagna tenta di lanciarci. E' un fatto risaputo, tra gli amanti della montagna che, se già al buon mattino, le vette sono coperte da nuvole, è molto probabile il verificarsi di qualche fenomeno nel corso della giornata. La rugiada la mattina indicava stabilità atmosferica. Il cielo screziato da nord-ovest annuncia, con una probabilità quasi certa, l’arrivo di una perturbazione (il famoso cielo a pecorelle, pioggia a catinelle). Certo, possono apparire elementi rudimentali, in quest’epoca di liturgia digitale, ma hanno funzionato per secoli. La verità è che da tempo, l'uomo ha perso la capacità di comprendere la natura e i suoi molteplici segnali. La tecnologia al servizio degli sport estremi (oggi ha raggiunto quasi la perfezione rispetto a 30 anni fa), in assenza di conoscenza dell'ambiente in cui la si esercita, diventa sostanzialmente inservibile. E molto probabile comunque che lassù, colte di sorpresa e in preda al panico, le due ragazze non abbiano avuto la lucidità per prendere delle decisioni che forse, e diciamo forse, avrebbero potuto salvarle. C'è maltempo e vento in alta quota? fai un buco nella neve Chi conosce l’alta montagna sa, ad esempio, che se si è sorpresi da una tormenta di neve e vento ad alta quota, che abbassa repentinamente la visibilità, l’orientamento e la temperatura corporea, una delle cose da fare, se c’è neve a sufficienza e non c’è un riparo nelle immediate vicinanze, è quella di scavare nella neve una buca abbastanza profonda da potercisi accovacciare per riparare l’intero corpo dal vento. Perché è spesso il vento, il responsabile dell’ipotermia. Da quello che si sa, le ragazze hanno girovagato disorientate in cerca di una via per mettersi in salvo. Quasi impossibile in quelle condizioni. Malgrado fossero giovani e forti. Fino a qualche tempo fa, i 4.000 m, erano considerati la soglia dello zero termico. Le temperature, nelle ore calde, possono portare a non sentire freddo. Purtroppo, a quelle altitudini, il vento può abbassarle repentinamente, modificando la c.d. temperatura equivalente. Per questo, chi va in alta montagna, si porta sulle spalle zaini capienti, adatti a contenere diversi strati di vestiario pesante, in particolare tessuti traspiranti (che non trattengono il sudore sulla pelle, letale se si alza il vento) e giacche a vento che evitano la dispersione del calore interno e la disidratazione. I materiali di oggi, sono notevolmente migliorati, come abbiamo detto, e sono frutto di tecnologie mutuate dall’ambiente aerospaziale. Non so se le due giovani alpiniste ne fossero munite, ma mi auguro di sì, viste le numerose ascensioni che hanno effettuato nel corso degli anni. Quattromila metri - L'ennesima gravissimo incidente di montagnaSchema del rapporto tra temperatura e velocità del vento. Dallo schema riportato qui sopra, tratto da un mio libro sulla montagna, scritto dall’alpinista medico Giuseppe Miserocchi, si può comprendere come la temperatura equivalente si abbassi considerevolmente a mano a mano che sale la velocità del vento. La zona 1 corrisponde alla zona in cui sono necessarie solo precauzioni normali e si arriva alla zona 4 (grave rischio di congelamento) e la zona 5 (grave rischio di congelamento con esposizione di meno di un minuto). Questo semplice schema, aiuta a comprendere come l’ipotermia possa giungere, in tempi molto rapidi, a quelle altitudini e con quelle condizioni meteorologiche. Ci sarebbero moltissimi altri elementi da prendere in considerazione, ho cercato di segnalarne solo alcuni, da conoscitore della montagna. Quello che continua a lasciarmi perplesso è: Perché malgrado le condizioni di tempo avverse previste per quel week-end, con una settimana di anticipo, la scalata non è stata rimandata? Perché non sono state comunicate in anticipo, dai tre alpinisti, le coordinate terrestri prima di effettuare l'ascensione? Su molti altri aspetti, come abbiamo già detto, non si può avere il controllo, ma almeno su questi due, credo di sì. Rimane comunque il profondo rammarico e la tristezza, per la perdita di queste due giovani alpiniste, genuine e piene di voglia di vivere. Gli amanti della montagna, i familiari, gli amici e la terra tutta intera hanno perso due vite preziose e insostituibili che rimarranno sempre nel cuore.

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Ciao Paolo, finalmente ho trovato un momento per leggere questo tuo articolo. Mi dispiace molto per le vittime, non posso immaginare che cosa devono aver passato a 4000 metri. Ho trovato molto interessante la parte in cui spieghi i cambiamenti climatici della montagna e suggerisci come si prevederli.