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Daniel Dagrezio: "Le mie cinque fasi"

Daniel Dagrezio: "Le mie cinque fasi"

Il nuovo album del cantautore lombardo è un viaggio emotivo che attraversa il dolore fino a trasformarlo in un racconto cinematografico “Le mie cinque fasi” nasce da una frattura personale e si apre a un orizzonte più ampio, quello di chiunque abbia attraversato una perdita che divide la vita in un prima e un dopo. Daniel Dagrezio segue il movimento del dolore mentre cambia forma, tra memoria, rabbia, smarrimento e tentativi di rinascita. L’album è costruito come un film: una stanza reale, un giradischi, una voce che introduce l’ascoltatore dentro un luogo concreto prima ancora che dentro le canzoni. Dettagli ricorrenti come l’eco di un nome, il tremore delle mani, la scena del bazar creano una trama sotterranea che collega i brani e invita a riascoltare. All’interno di questo percorso si inserisce anche la “Trilogia del Cuore Diviso”, un racconto interno che attraversa il disco in modo frammentato e aggiunge un secondo livello di lettura. “Le mie cinque fasi” è di fatto il ritratto di un attraversamento: invece di aggirare ciò che fa male, sceglie di restarci dentro finché qualcosa, lentamente, si sposta. Il percorso si chiude con “La donna della mia vita”, un epilogo che guarda la storia da una distanza nuova. Qui la frattura viene riconosciuta e collocata, l’amore assume la forma di una memoria stabile che continua a esistere senza trattenere. L’orchestrazione accompagna questo passaggio come un ultimo respiro prima del ritorno al giradischi e alla stanza iniziale, dove il viaggio si era aperto. La lavorazione dell’album si fonda sul dialogo tra la scrittura emotiva di Dagrezio e l’esperienza di Daniel Tek, abituato a produzioni pop e coinvolto qui per dare solidità a un progetto narrativo e libero nelle forme. In studio i brani sono stati trattati come scene di un unico racconto: pezzi che all’inizio sembravano lontani tra loro hanno trovato un equilibrio progressivo, rivelando una coerenza di sguardo. Il lavoro tecnico ha modellato frequenze, dinamiche e spazialità per far percepire la differenza tra i momenti che appartengono al presente e quelli che suonano come ricordo o flashback, mentre la voce è stata curata con attenzione millimetrica per aderire a ogni stato emotivo. TRACK BY TRACK Le mie cinque fasi – Prologo L’album si apre in una stanza reale, con il giradischi che gira e la voce che introduce un percorso interiore ancora informe. È un momento sospeso, costruito con suoni d’ambiente e dettagli concreti che preparano l’ascoltatore a un viaggio emotivo più che musicale. Nel silenzio del bazar – Parte I Il primo capitolo narrativo è un ricordo luminoso, un brano racconta un incontro fatto di gesti semplici e di un’intimità che si accende senza preavviso. L’arrangiamento accompagna questa sensazione con un crescendo orchestrale mescolando archi, pulsazioni pop ed elementi elettronici che amplificano la magia di quel momento sospeso. Vorrei amarti come meriti – Trilogia del Cuore Diviso, Parte II Qui emerge la fragilità del desiderio. Il brano racconta la paura di non essere pronti a sostenere un sentimento che cresce, e la tensione tra ciò che si vorrebbe dare e ciò che si teme di non riuscire a offrire. La ballad è costruita con grande spazio, lasciando alla voce il compito di restituire questo equilibrio incerto. Mai abbastanza Una country ballad che ricostruisce una giornata piena, vissuta con la naturalezza delle cose che sembrano destinate a durare. Poi il tempo accelera e la scena si spezza, lasciando emergere la consapevolezza di una perdita improvvisa. Chitarre acustiche, elettriche pulite e un ponte strumentale creanoa un vero varco temporale, segnando il passaggio dal presente al dopo. Roba da pazzi Il brano racconta la confusione che precede la presa di coscienza, quando i pensieri si accavallano e nessuna ipotesi sembra stabile. L’arrangiamento segue questo movimento con scarti improvvisi e timbri frastagliati, restituendo la sensazione di una mente sovrastimolata. Ci vuole solo tempo Il brano racconta il tentativo di trovare un appiglio mentre tutto dentro si agita, e il titolo diventa una frase che cambia significato a seconda del punto in cui la si pronuncia. L’arrangiamento rock rende fisica questa tensione, trasformando l’emozione in un impulso che cerca sfogo. Per colpa tua – Trilogia del Cuore Diviso, Parte I Il brano racconta il bisogno di dare un nome al dolore, pur sapendo che la colpa non è mai univoca. Il pianoforte ha un colore scuro, quasi imperfetto, e l’elettronica introduce un peso che non esplode, ma resta. Nel silenzio del bazar – Parte II Il ricordo del bazar ritorna, ma con una luce diversa. La scena viene riletta con una consapevolezza nuova, e ciò che allora sembrava luminoso ora rivela anche le sue crepe. L’arrangiamento richiama l’universo orchestrale della Parte I, ma con una sospensione più onirica. È tutta un’altra vita Il brano racconta il dolore dei futuri immaginati, quelli che non sono mai accaduti ma che continuano a vivere nella mente con una forza sorprendente. L’arrangiamento è costruito come un’onda che sale e scende, guidata dall’orchestra e da aperture improvvise che seguono il movimento dei pensieri. Piccola La ricaduta arriva quando sembra che tutto stia andando avanti. Il brano racconta la fatica di restare in equilibrio quando basta un dettaglio per tornare indietro. La musica cambia pelle più volte, accostando elettronica, parti acustiche, sax, chitarre e una batteria che cresce e si ritrae, come una mente che non trova un’unica direzione. Venire a Roma Il brano racconta il momento in cui il corpo arriva prima della testa, e basta camminare per capire che il dolore non si è spento. L’apertura è costruita come una scena di viaggio, e la ballad che segue ha il passo lento di una camminata che non trova riparo. Se sei casa Il brano racconta il momento in cui si riconoscono le proprie mancanze, le parole non dette, le protezioni non date. Dentro questa consapevolezza nasce però un’intuizione nuova: l’altra persona ha lasciato un segno che continua a trasformare. L’arrangiamento cresce con discrezione, seguendo il movimento interiore verso una comprensione più ampia. Grazie a te Il brano racconta il passaggio in cui la tristezza smette di essere un luogo in cui restare e diventa un punto da cui ripartire. La struttura avanza senza tornare indietro, e l’arrangiamento accompagna questa direzione con un’energia che si accumula. La metafora del mare e del cielo trova nella musica un orizzonte che si apre. Che dire di lei…? Lo sguardo si posa sull’altra persona con una tenerezza nuova. Il brano racconta un ritratto affettivo che riconosce complessità, ferite, forza e fragilità. La ballad pop scorre con naturalezza, lasciando spazio alla voce e alle sue sfumature. L’una e l’altra – Trilogia del Cuore Diviso, Parte III Il brano racconta il momento in cui il passato smette di occupare tutto lo spazio interiore e una presenza nuova riporta al respiro. Le mani seguono il fiato, e la musica accompagna questa apertura con un pop luminoso che suggerisce un futuro abitabile. Nel silenzio del bazar – Parte III Il cerchio si chiude tornando al punto d’origine. Il ricordo del bazar non ferisce più: accompagna. L’orchestrazione si apre verso un coro registrato con la famiglia dell’artista, che dà al finale una dimensione collettiva. La donna della mia vita – Epilogo Il brano racconta il momento in cui la storia viene riconosciuta nella sua interezza, senza negare la frattura. L’orchestrazione incornicia questo passaggio come un ultimo respiro, e il ritorno al giradischi riporta tutto alla stanza iniziale. È un epilogo che accoglie ciò che è stato e lascia andare ciò che non può più tornare. Daniel Dagrezio è un cantautore e musicista che, dopo il diploma in pianoforte, ha costruito un percorso continuativo tra formazione, scrittura e performance dal vivo. Nel tempo ha composto e scritto brani anche per altri artisti, collaborando con diverse etichette discografiche indipendenti. Parallelamente porta avanti un’intensa attività live come cantante e performer in produzioni e spettacoli itineranti, con oltre 350 repliche in tutta Italia. Ha curato progetti di direzione artistica per eventi e brand come Hilton e Martini, coordinando gruppi di musicisti e format musicali. Tra le sue esperienze figurano anche la realizzazione di musiche originali per una serie animata diretta da Enzo D’Alò e la collaborazione con Giorgio Vanni e il suo team per la scrittura e produzione di alcuni brani. Negli ultimi anni ha affiancato all’attività artistica un ruolo di recruiter e formatore di musicisti per grandi realtà dell’intrattenimento, lavorando a stretto contatto con performer e team creativi. Dopo un periodo dedicato soprattutto al live e all’organizzazione, Dagrezio all’inizio del 2026 torna al progetto autoriale con i singoli “È tutta un’altra vita” e “Che dire di lei…?”, anticipazioni dell’album di inediti “Le mie cinque fasi”, in uscita il 18 marzo 2026.

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NEFANDEZZE

Il nostro tempo è caratterizzato da tutta una serie di comportamenti anomali, inusuali. Atteggiamenti, fissazioni che si ripetono eterne e che raggiungono alti livelli di crudeltà e indifferenza, gli esempi sono innumerevoli in questo senso , ragazzi perbene, estremamente gentili e cortesi, sposi perfetti, educati che armano la propria mano per uccidere la sposa, la compagna o per torturare animali randagi, o deturpare monumenti, o fare scommesse clandestine. Ci si trova davanti a episodi di cronaca orribili, succede che una madre vende le foto dei propri figli a incalliti pedofili o induce la figlia minorenne a prostituirsi per avere più disponibilità economica, nonni che diventano pedofili e molestano nei parchi i ragazzini, ragazze giovanissime e belle che muoiono per le diete, per rifarsi il corpo con la chirurgia estetica, ragazzi che rubano ai nonni per fare viaggi in terre pericolose, fidanzati che rubano di nascosto nelle case dei suoceri, spose che scappano dopo le nozze con il testimone, ragazzini che uccidono uccelli e rompono piante nei giardini, negozianti che maltrattano clienti anziani con fare seccato, infermieri che infieriscono su pazienti inermi, dottori che si mostrano insensibili e pensano solo al denaro, avvocati furbi e arrivisti, commercianti che ingannano, donne anziane capricciose che pensano solo al lusso, ragazzine che sembrano donne mature che deridono le donne anziane, ragazze che sposano anziani per spillare i soldi, insegnanti che provano con le alunne , ragazzi che aggrediscono pubblici ufficiali, ragazzi che girano con i coltelli in tasca . Si osserva tutta una serie di atti terribili che in passato erano ridotti a poca cosa. Siamo caduti miseramente nel fango senza costruire nulla di buono. La tecnologia ci illude e ci rende superbi ma l’umanità è caduta in basso. Sconsolati ci accorgiamo di un cambiamento in peggio. Certi comportamenti andrebbero stroncati. Ci vorrebbe un processo di rieducazione, di purificazione. Ci raffiguriamo un futuro incerto e strano, a tratti violento. Tutto intorno a noi è falso, si riproducono firme, opere d’arte. Restiamo attoniti. Non è divertente venire rapinati in pieno giorno. Forse in certi casi sarebbe meglio ripristinare il servizio miliare e la religione nelle scuole. La leva insegnava la disciplina, il rispetto delle regole e la religione, qualunque essa sia, insegnava a non uccidere, a non rubare, a non approfittarsi. In fondo anche un ateo può seguire certi insegnamenti pacifici.

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Nikita lascia Milano dopo il TIA e torna a Trieste: da qui nasce “Son Questa”

Nikita lascia Milano dopo il TIA e torna a Trieste: da qui nasce “Son Questa”

«Ho rischiato di morire, ora scelgo la musica per smettere di compiacere» - Nikita. Il 20 marzo 2026, nel giorno del suo 32esimo compleanno, Nikita, all’anagrafe Nikita Pelizon, pubblica “Son Questa”, il nuovo singolo che si collega in modo diretto al percorso narrativo e musicale iniziato con “Maschere” e sviluppato, negli ultimi mesi, attraverso “Sei Bella Se”, “Angeli e Demoni” e il format social “SmascherAMANDOMI”. La poliedrica artista triestina mette nero su bianco una consapevolezza maturata nel tempo e la consegna a una canzone che ruota attorno ad un unico punto: smettere di adattarsi, iniziando a sottrarsi alle attese che arrivano dall’esterno, per interrompere la trattativa continua con lo sguardo degli altri e dichiarare, senza più giustificazioni, la propria essenza. Il progetto “SmascherAMANDOMI” nasce ufficialmente il 19 settembre 2025 con l’uscita di “Maschere”, un brano pensato per portare alla luce ciò che viene coperto, deformato, recitato. Poi arriva “Sei Bella Se”, pubblicato l’11 dicembre dello stesso anno, una traccia scritta in uno dei momenti più difficili della sua vita, dopo anni segnati da dolore fisico ed emotivo, pensata per dar voce a tutte le donne che la voce l’hanno persa e anche come gesto di vicinanza verso chi attraversa le feste sentendosi lontano dall’immagine di felicità che il mondo pretende. In seguito, a San Valentino 2026, esce “Angeli e Demoni”, confessione privata diventata canzone, in cui Nikita affronta la questione dell’amore come accoglienza di ogni lato del partner, compresi quelli più complessi, contraddittori e meno presentabili. “Son Questa” collega tutte queste traiettorie, ma compie un passo ulteriore, perché non racconta più soltanto le maschere riconosciute negli altri, bensì quelle che l’artista ha individuato in sé stessa nel tempo, assorbendo giudizi, pressioni, pretese, diffamazioni, fraintendimenti e ruoli che finivano per sporcare la percezione di chi fosse davvero. La scrittura, che la accompagna fin dall’infanzia, diventa uno spazio protetto, un luogo in cui quelle stratificazioni iniziano a cadere, una alla volta. Questo singolo nasce anche da una svolta biografica, un evento che ha segnato profondamente la vita personale dell’artista. Dopo aver rischiato di morire per un attacco ischemico transitorio (TIA), Nikita lascia Milano, città in cui aveva costruito la sua vita adulta, e torna a Trieste, nella casa dei genitori, dopo dodici anni. È lì, nella sua cameretta, una sera, guardando la luna dal balcone, che prende il telefono e registra sottovoce ciò che sente dentro. Quel piccolo ma decisivo gesto ha segnato il passaggio definitivo dal bisogno di dimostrare qualcosa alla scelta di esserci per come si è. Senza filtri, senza il timore di deludere scegliendo il silenzio e senza più pensare di dover corrispondere ad una direzione pensata e tracciata da altri. Dentro “Son Questa” confluiscono anche dieci anni vissuti tra moda e spettacolo, ambienti nei quali Nikita ha misurato da vicino il peso della superficie, delle aspettative sul corpo, della seduzione come linguaggio imposto, delle convenienze, dei compromessi inaccettabili, delle gerarchie opache e di un sistema in cui essere prese sul serio, per una donna, continua spesso a richiedere un prezzo ulteriore. Per questo, nella parte strumentale del brano, la Pelizon ha deciso di collaborare con l’intelligenza artificiale: non come provocazione tecnologica, bensì come scelta pratica di autonomia in un percorso che rifiuta dinamiche sessiste, invasioni di confine e ambiguità che troppe volte hanno accompagnato il lavoro creativo in presenza. Le voci sono state invece registrate da Rilah, professionista scoperto da Nikita su TikTok, con cui la stessa ha trovato in studio un clima di rispetto e precisione. Musicalmente, il pezzo si posa su sonorità pop dal forte taglio emozionale, lasciando ampio spazio alla delicatezza del pianoforte, aprendosi a sfumature più malinconiche attraverso il violino e trovando, verso il ritornello, una spinta ritmica affidata all’incursione della batteria, in un equilibrio che alterna la fragilità iniziale alla consapevolezza data dall’esperienza, senza compiacere nessuna delle due. “Son Questa” parla di Nikita, ma ad una più attenta analisi allarga il proprio raggio ben oltre la sua storia personale: è il brano di chi, dopo anni passati a rincorrere un’immagine di riuscita riconosciuta dall’esterno, decide di sottrarsi alla logica della scelta subita — quella dei casting e dei reality, ma anche delle relazioni sociali in cui si viene tollerati a condizione di cambiare, dei lavori in cui si è costretti a dimostrare continuamente di meritare un posto, dei contesti in cui si vale solo se si corrisponde a un’aspettativa, di tutti quei “perché dovremmo scegliere te?” — per spostare il baricentro al lato opposto: scegliere e scegliersi. Nel testo, Nikita mette in fila alcuni dei punti cruciali che hanno segnato il suo percorso: il rumore assordante di una vita che corre troppo veloce, la pressione dell’immagine sociale, il sospetto rivolto a chi non aderisce ai codici dell’apparenza, la distanza tra chi vive per la fama e chi cerca invece un significato lontano dai riflettori, il fastidio verso una dimensione pubblica in cui tutto sembra dover essere prestazione, strategia o racconto già scritto da altre mani. La ripetizione di «Io son questa, questa, questa» durante tutto il corso del brano, è una formula asciutta e assertiva per descrivere cosa rimane quando si smette di rincorrere il consenso altrui e si comincia ad apprezzare il proprio. In questa prospettiva, il singolo si inserisce in un tempo in cui la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è costruito appare sempre più sottile: filtri che alterano i connotati, immagini generate artificialmente, contenuti sintetici che imitano il vero, modelli di successo sempre più spinti verso la caricatura, sistemi che incentivano esposizione continua, prestazione e disponibilità permanente. Non sorprende, allora, che anche il rapporto con i contenuti e perfino con l’identità sia diventato più instabile e ambiguo. È dentro questo scenario che la frase “io son questa” smette di essere soltanto un’iterazione, un’àncora a cui aggrapparsi nei momenti difficili, per diventare un’attestazione di posizionamento personale, una risposta al caos del mondo, un modo per ricordarsi di sé, della propria unicità, anche e soprattutto in un contesto che tende a sfaldare i contorni. La canzone, tuttavia, non chiude il percorso; lo rilancia. Nikita la considera infatti una rinascita ancora in divenire, una forma nuova di sé, più libera dalla pretesa, più vicina al tempo, alla famiglia, agli affetti reali, alla natura, agli animali, a una dimensione di vita meno costruita e meno esposta. Dopo anni di solitudine e di investimento quasi esclusivo nella realizzazione professionale, l’esperienza del limite le ha posto una domanda importante: che cosa vale davvero la pena inseguire, e a quale prezzo? Il videoclip ufficiale, diretto da Leila Lisjak, è stato girato nella città natale di Nikita, Trieste, insieme alla famiglia e in luoghi che rappresentano la vita che l’artista sta scegliendo oggi. Un ritorno alle origini, ai legami, agli spazi in cui si riconosce una verità quotidiana e non più negoziabile. «“Son Questa” – dichiara - nasce nel momento in cui ho capito che non volevo più essere compatibile con ciò che mi faceva male. Per anni ho cercato di farmi prendere sul serio, di portare le mie canzoni nel mondo, di trovare un posto in ambienti che spesso chiedevano di adattarmi, di semplificarmi o di sopportare ciò che per me era inaccettabile. Dopo quello che ho vissuto, nel corpo, nelle relazioni, nel lavoro, ho sentito che non avevo più nulla da dimostrare. Solo da dire. E dirlo, finalmente, con il mio nome, la mia voce e la mia storia.» Sul piano live, Nikita sarà special guest il 12 aprile alle ore 20:30 al Teatro di Roiano di Trieste, all’interno dello show “SOLOINSIEME” di Puntino.

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Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Il progetto celebra la cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO Si è svolta a Palermo, nel Palazzo dei Crociferi, gentilmente concesso dall'assessorato al centro storico, la prima scena del cortometraggio "Made in Sicily". Il corto vuole celebrare la Sicilia regione della gastronomia 2025 e la cucina italiana ufficialmente proclamata patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO. "Made in Sicily" è anche un progetto per sensibilizzare le nuove generazioni sul problema della corretta alimentazione e sui pericoli che possono derivare da conservanti, coloranti, emulsionanti, additivi chimici, acrilammide, PFAS, e cibi ultra processati. La soluzione è naturalmente tornare alle origini e mangiare i piatti tradizionali siciliani e italiani . La regia è di Fabrizio Dia, che si avvale per la realizzazione del progetto di un solido staff tecnico. Direttore della fotografia Sergio Fiorito, sceneggiatura Gabriele Dia, Stylist Kiara Ferretta, aiuto regia Camillo Spoto, assistente alla regia Marco Ermani, trucco cinematografico Marzia Castana, location manager Carlo Muraglia, ciacchista Andrea Conti, dronista Giovanni Nicolosi, consulente per la qualità e sicurezza alimentare Maria Elena Ristuccia e Giuseppe Ciriminna alla presa diretta. Il corto è un progetto corale che coinvolge 50 attori, fra i quali quattro protagonisti, Vito La Grassa noto al pubblico per "Squadra Antimafia" e "Uomini e donne", Sophia Pagliaro vincitrice del titolo nazionale Miss Venere 2025, e gli attori emergenti Rita Bucchieri e Carlo Muraglia. La produzione è dell'associazione Digital H.M. e a maggio 2026 è prevista la presentazione al cinema.

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Le Sfide di un Artista Poliedrico: Vito La Grassa

Le Sfide di un Artista Poliedrico: Vito La Grassa

Un cammino professionale in continua evoluzione per l'attore e modello Vito La Grassa, che racconta la storia di un artista capace di muoversi tra palcoscenico, set cinematografici e iniziative pubbliche. Tra i protagonisti della finale del Concorso “Attitude Models” è stato presente Vito La Grassa come ospite d'eccezione e membro della giuria.“Attitude Models” si distingue per il suo lavoro di scouting e collocamento internazionale, con l'obbiettivo di costruire carriere globali nel mondo delle sfilate di moda e degli shooting fotografici, grazie anche alle collaborazioni con brand di abbigliamento e accademie di bellezza. Evento organizzato con notevole presenza pubblica e mediatica dalla modella e imprenditrice Roberta Riccobono. Professionista del settore nonchè insegnante di portamento e interpretazione scenica Vito La Grassa ha portato la sua esperienza nella valutazione durante la fase finale del Concorso, osservando non solo il portamento in passerella, ma anche la personalità e attitudine dei partecipanti. La sua presenza ha contribuito a valorizzare i nuovi volti della moda con uno sguardo professionale e attento. In questo periodo l'attore Siciliano si prepara ad affrontare una nuova entusiasmante esperienza artistica. Sono ufficialmente iniziate le riprese del cortometraggio "Made in Sicily", un progetto cinematografico girato trai luoghi storici e culturali di Palermo, dedicato alla valorizzazione della cultura gastronomica Italiana e alla promozione di uno stile alimentare sano e consapevole. Vito La Grassa tra i protagonisti del corto, è una figura carismatica e determinante capace di guidare gli altri con equilibrio e responsabilità. Il progetto nasce con l'obbiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni sul tema della corretta alimentazione, invitando a riscoprire le origini della tradizione culinaria Italiana e Siciliana. L'opera celebra la cucina Italiana patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO, mettendo al centro del racconto la Sicilia, terra ricca di storia, tradizioni e sapori autentici, proclamata Regione Europea della gastronomia 2025. In questo periodo la stampa e le testate giornalistiche stanno molto pubblicizzando il progetto. Regia a cura di Francesco Dia professionista di tutto rispetto, la produzione è dell'Associazione Digital H.M. A Maggio 2026 è prevista la presentazione al Cinema. Vito La Grassa sarà tra i membri della giuria della finale della decima edizione del “Factor Music Live 2026”, in programma il 29 marzo a Ferrara. Figura attiva nel settore musicale e coinvolta in progetti, eventi e produzioni legate alla scena artistica, porta con sé un bagaglio di esperienza che unisce competenza, sensibilità e visione contemporanea. La sua conoscenza del mondo dell’immagine, il suo gusto estetico e la capacità di cogliere immediatamente personalità, stile e potenziale dei concorrenti offriranno alla commissione un punto di vista unico e prezioso. La sua presenza aggiunge prestigio, modernità e un tocco di autentica eleganza a un’edizione già ricca di aspettative. Il percorso di Vito La Grassa continua dunque a intrecciarsi con progetti artistici, eventi di rilievo e nuove sfide creative che ne confermano la versatilità e la crescita costante. La sua presenza in contesti così diversi, dalla moda al cinema, fino ai concorsi dedicati ai talenti emergenti, racconta la storia di un artista capace di evolversi senza perdere autenticità, portando ovunque il suo sguardo attento, la sua disciplina e una sensibilità che valorizza ogni iniziativa a cui prende parte. Un cammino in espansione, che promette ancora molte pagine da scrivere. Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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Il mese della donna su Wyylde: community gratuita, networking e cultura per celebrare la libertà femm

Il mese della donna su Wyylde: community gratuita, networking e cultura per celebrare la libertà femm

Per l’occasione Wyylde ha selezionato cinque libri da leggere. Tra i titoli più caldi: “Il piacere è tutto mio” e “Giocando con il fuoco” Libertà, rispetto, consenso e autodeterminazione sono i valori che guidano ogni giorno Wyylde, la community europea più autorevole dedicata alla libertà sessuale. In occasione del mese di marzo, tradizionalmente dedicato alla celebrazione della donna, la piattaforma lancia un’iniziativa gratuita e immersiva rivolta a tutte le donne offrendo l’accesso alla community fino a fine mese, consentendo così la fruizione di contenuti dedicati, in un ambiente libero dai tabù, fondato su rispetto e consenso. Basterà iscriversi e inserire nella sezione abbonamento il codice "PROMOWYYLDE26" o accedere direttamente al link wyylde.com/it-it?promo=promowyylde26 Experience di community per un mese di marzo interattivo In un tempo in cui la condivisione è sempre più digitale, ma il bisogno di connessione autentica resta centrale, le experience di community diventano spazi vivi di dialogo, scoperta e confronto. Per questo motivo Wyylde apre gratuitamente, per tutto il mese di marzo, le sue porte a tutte le donne che desiderano condividere desideri ed esperienze in un luogo aperto e di confronto. Attraverso questa attività il mese dedicato alla donna assume così una dimensione partecipativa e contemporanea basata sul consenso, la comunicazione erotica e la cura di sé, con chat tematiche e spazi di condivisione dedicati a storie di autonomia e relazioni non convenzionali, contenuti speciali e momenti di networking tra donne che scelgono la libertà di esprimersi senza stereotipi. La piattaforma si conferma uno spazio dove il piacere è vissuto come esperienza consapevole e condivisa, in un clima di sicurezza, rispetto e inclusione. “Il mese di marzo è l’occasione per celebrare la libertà di esprimere sé stesse e i propri desideri”, dichiara Wyylde. “La sessualità è parte integrante della libertà femminile e merita spazi sicuri, consapevoli e inclusivi. Cultura e community possono essere strumenti potenti di emancipazione.” Con questa iniziativa, Wyylde invita tutte le donne a vivere il mese dedicato alla donna nel 2026 come un momento autentico di empowerment, scoperta e connessione, dove libertà e piacere diventano espressioni concrete di autodeterminazione. Cultura e consapevolezza: 5 libri per celebrare libertà e piacere femminile Per Wyylde, la libertà passa anche attraverso la cultura. La letteratura è uno strumento potente per comprendere il proprio corpo, le proprie emozioni e il diritto di vivere relazioni autentiche. Per questo motivo, nel mese di marzo, la community propone cinque letture che raccontano desiderio, indipendenza e autodeterminazione, invitando a riflettere e a sentirsi protagoniste della propria vita. Half His Age – Jennette McCurdy Un romanzo recente e provocatorio che esplora la consapevolezza femminile, il desiderio e il potere di scegliere, invitando a interrogarsi sulle dinamiche emotive e relazionali. Il piacere è tutto mio – Laurie Penny Un saggio che affronta la sessualità femminile in chiave moderna e libera dai tabù, incoraggiando a vivere il piacere come espressione di libertà e consapevolezza. Come essere donne – Caitlin Moran Ironico e brillante, riflette sul diritto di scegliere il proprio percorso e di esprimere desideri e identità senza compromessi. Giocando con il fuoco – Anaïs Nin Racconti e diari che esplorano il desiderio e la libertà sessuale femminile, ideali per avvicinarsi a una letteratura erotica consapevole e raffinata. Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf Un classico intramontabile sull’indipendenza economica, intellettuale e creativa delle donne, manifesto di libertà personale e autodeterminazione. Queste opere compongono un percorso culturale che va oltre l’intrattenimento: diventano strumenti di empowerment, capaci di stimolare dialogo, consapevolezza e crescita, e ricordano che la libertà più vera, come sottolinea Wyylde, è quella che si esplora senza paura, si desidera senza filtri e si vive in piena consapevolezza.

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IL CAPITALISMO CREA PROGRESSO?

IL CAPITALISMO CREA PROGRESSO?

C’è una storia che ci raccontano dalla mattina alla sera, ce la ripetono a scuola, alla televisione, sui giornali, al lavoro, al bar, è talmente martellante che la maggior parte delle persone l’ha scambiata per una verità assoluta, ovvia come il Sole che sorge ad est o gli alberi che crescono verso il cielo; la storia è questa: il capitalismo è il motore del progresso umano, l’unico possibile; secondo me questa è una colossale bufala. Se chiediamo ai sostenitori del capitalismo a cosa serve un'azienda ci risponderanno che serve a soddisfare i bisogni delle persone, a creare benessere, a dare lavoro, a far progredire la società ma la verità è che serve a fare profitti; ora non voglio dire che le aziende non soddisfino i bisogni della gente ma questo non è il loro obbiettivo; il punto cruciale è che i bisogni della gente e i profitti delle aziende spesso non vanno nella stessa direzione e quando le strade divergono a rimetterci è sempre la gente comune. Per fare alcuni esempi riguardo quanto appena scritto esistono malattie come la malaria e la febbre gialla che uccidono milioni di persone, colpiscono soprattutto i poveri in Africa, Asia, e Sudamerica, gente che campa con pochi euro al giorno e non ha soldi per comprare farmaci, il risultato è che la ricerca privata per trovare cure a queste malattie non investe quasi niente mentre miliardi di euro piovono come grandine per creare creme antirughe, medicinali contro la caduta dei capelli e integratori per chi ha già la pancia piena, tutto questo perché chi si preoccupa delle rughe e dei capelli ha soldi da spendere mentre i malati di malaria sono un cattivo affare, non conviene investire danaro per loro, non conviene nemmeno pensarci, il mercato li ha già condannati a morte; il sistema capitalista è costruito per ignorare chi non ha soldi. Il punto è che nella società capitalista non si produce in base a ciò che serve ma in base a ciò che rende e dato che ciò che rende spesso non corrisponde a ciò che serve milioni di persone muoiono o vivono nel degrado mentre i privilegiati che non trovano niente di meglio da fare si spalmano le cremine sulla fronte; questo non è progresso, è uno spreco di vite umane, di risorse e di intelligenza, è tempo sprecato per ideare e produrre farmaci che curano malattie inesistenti mentre si ignorano quelle che lacerano il mondo. Qualcuno mi parlerà delle fondazioni benefiche, dei filantropi che investono nelle malattie dimenticate, esistono ma sono gocce nell'oceano; i filantropi sono cerotti su una ferita infetta, non curano la malattia e la malattia vera è il profitto come unico faro. E non parliamo poi delle invenzioni scomode, nel corso del novecento sono state inventate tecnologie straordinarie tipo motori che percorrono centinaia di chilometri con poco carburante, materiali leggeri come piume ma resistentissimi, batterie e lampadine capaci di durare decenni; sono tutte invenzioni che non sono mai entrate nella nostra vita perché qualcuno ha deciso che non dovevamo averle; è un meccanismo che si ripete, un inventore o più spesso un team di ricercatori in un'università mette a punto una tecnologia rivoluzionaria poi una multinazionale compra il brevetto con l’assurdo obbiettivo di metterlo in un cassetto; questa non è teoria del complotto, è cronaca e in economia ha un nome preciso, si chiama acquisto di brevetti per insabbiamento. Per fare alcuni esempi di invenzioni insabbiate negli anni ottanta due inventori: Stan e Iris Ovshinsky, crearono una batteria al nichel metallo idruro che avrebbe potuto rivoluzionare le auto elettriche, il brevetto passò di mano in mano e incredibilmente finì nelle mani dei magnati del petrolio, il risultato è che lo sviluppo delle auto elettriche è stato ritardato di decenni; oggi c'è addirittura una causa legale in corso da parte dello stato del Michigan contro alcune grandi compagnie petrolifere accusate di aver ostacolato le rinnovabili comprando brevetti per non usarli; qualche anno fa l'università di Harvard ha messo a punto delle batterie al litio capaci di essere ricaricate diecimila volte e durare quindici anni, tenendo conto che le batterie dei nostri telefoni iniziano a dare problemi dopo mille ricariche possiamo dire che è stata un invenzione straordinaria tanto che la notizia fece il giro del mondo, i giornalisti che se ne occuparono si chiesero come mai non abbiamo ancora quella tecnologia sui nostri smartphone, certo, quelle batterie costano di più, circa quattro volte quelle attuali, ma durano dieci volte di più e allora perché non le usiamo? La risposta è che le aziende che producono batterie non hanno alcuna fretta di mettere sul mercato un prodotto che dura così tanto, se lo facessero la gente comprerebbe meno batterie e i loro profitti crollerebbero e non solo, le multinazionali dei cellulari, dei tablet e dei computer non vogliono che i loro apparecchi durano a lungo, a loro conviene che ci compriamo uno smartphone nuovo ogni due o tre anni; quando una batteria si rompe molte persone pensano al costo di quella nuova, al tempo perso per trovarne una uguale, poi, per non sentirsi escluse perché hanno un cellulare o un p.c. vecchio, decidono di comprarne uno nuovo; è la stessa storia delle lampadine, all'inizio del novecento duravano molto più a lungo mentre oggi durano in media mille ore questo perché nel 1924 le grandi multinazionali del settore elettrico si riunirono in un cartello chiamato Phoebus il cui obiettivo principale era standardizzare la durata delle lampadine a mille ore, chi produceva lampadine che duravano di più veniva multato, chi non pagava l’ammenda veniva escluso dal cartello e visto che il cartello controllava la produzione mondiale ciò significava la chiusura dell'azienda; di questa storia ne hanno parlato anche i quotidiani italiani. Veniamo a qualcosa che tutti abbiamo sperimentato: compriamo un elettrodomestico nuovo e dopo due anni, puntuale come una sveglia, smette di funzionare, casualmente poco dopo la fine della garanzia, sembra tutto studiato a tavolino e lo è, si chiama obsolescenza programmata; le cose vengono progettate e assemblate apposta per durare poco e se si possono riparare il costo è quasi uguale a quello dell'oggetto nuovo; tutto è programmato per morire, questo vale sia per i prodotti che costano pochi euro che per le auto, i computer, i mobili, i motorini e persino per le infrastrutture; pensiamoci, gli acquedotti degli antichi romani sono ancora in piedi mentre alcuni edifici e alcuni ponti moderni li vediamo crollare sotto i nostri occhi. Tutto questo accade perché nella logica del profitto durare a lungo viene percepito come un difetto non una qualità, se le cose durassero di più la gente ne comprerebbe meno e le tasche dei capitalisti si sgonfierebbero; questo modo di produrre consuma il nostro tempo e la nostra vita, per produrre e comprare tutta questa robaccia che si rompe in continuazione le persone devono lavorare e il tempo che trascorrono in fabbrica o in ufficio è tempo che non passano a coltivare i propri desideri autentici o con la famiglia, a vivere, è tutto tempo sprecato; pensiamoci, lavorare per comprare prodotti che si rompono subito per poi dover lavorare ancora per ricomprarli non è vita, questo non è progresso. E poi ci raccontano che la competizione è il motore dell'innovazione, che le aziende che lottano tra loro ci danno prodotti sempre migliori, anche questa è una bufala, nella realtà se due aziende dello stesso settore combattono appena una scopre qualcosa di nuovo lo brevetta e, se possibile, lo usa per distruggere l'altra; segreti industriali, guerre di brevetti, cause legali milionarie, tutto serve a rallentare i concorrenti, non a far progredire l'umanità. C'è un proverbio che conosciamo tutti: l'unione fa la forza; se le menti più brillanti del pianeta collaborassero senza segreti, senza brevetti, senza la logica del profitto, molti problemi avrebbero già una soluzione, tante malattie sarebbero già sconfitte, la fame e la sofferenza sarebbero un lontano ricordo invece si lavora in competizione, si nascondono le scoperte ma in questo modo si impedisce agli altri di apportare miglioramenti, agendo così si frena il progresso, non lo si accelera. Pensiamo al mondo del software, esistono programmi sviluppati in modo aperto dove centinaia di persone in tutto il mondo collaborano gratuitamente, il risultato è che spesso questi programmi funzionano meglio di quelli a pagamento; immaginiamo se questo spirito di collaborazione si applicasse a tutti i settori, alla medicina, all'energia, ai trasporti, sicuramente molti di noi riuscirebbero a superare felicemente i cento anni e in buona salute. Il potenziale umano nella società capitalista rimane inespresso, quello che potremmo creare lo vediamo solo nei libri di fantascienza, per realizzarlo davvero dobbiamo ribaltare il punto di partenza, bisogna produrre ciò che soddisfa i bisogni reali delle persone in ogni parte del mondo, dobbiamo costruire oggetti che durano il più possibile e che si possano riparare facilmente e dobbiamo dedicare al lavoro solo il tempo necessario liberando ore e anni per la vita vera. La mia opinione su questo argomento si avvicina a quella degli anarchici; tutto ciò che vediamo accade perché, nella società attuale, a decidere cosa produrre e come produrre sono i capitalisti, sono loro che decidono se investire nella cura della malaria o in una nuova crema antirughe, sono loro che decidono se mettere una batteria rivoluzionaria sul mercato o in un cassetto, sono loro che decidono se le nostre lampadine durano mille o diecimila ore e lo fanno basandosi su un unico criterio: il loro profitto; penso che fino a quando a decidere saranno gli imprenditori il progresso sarà frenato. Un altro mondo è possibile, anzi, è necessario se l’umanità vuole iniziare a vivere una vita degna di essere chiamata tale ma per costruirlo dobbiamo prima smettere di credere alle storie che ci raccontano.

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Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Il diradamento e la caduta dei capelli sono condizioni molto diffuse negli uomini, ma anche tra le donne. Stress, fattori ormonali, predisposizione genetica e squilibri del cuoio capelluto possono influire sulla vitalità dei follicoli e sulla qualità del fusto. Negli ultimi anni la ricerca in ambito tricologico ha compiuto passi avanti significativi, portando allo sviluppo di trattamenti rigenerativi e formule cosmetiche innovative che lavorano in modo mirato sull’ambiente del cuoio capelluto. Quando si parla di ricrescita, è fondamentale distinguere tra: trattamenti medici rigenerativi eseguiti in clinica soluzioni cosmetiche avanzate a base di cellule staminali vegetali e attivi biotecnologici Entrambi gli approcci mirano a sostenere i follicoli ancora attivi, ma con modalità, tempi e costi differenti. Capelli e medicina rigenerativa: come funzionano i trattamenti clinici In ambito medico, i protocolli di medicina rigenerativa utilizzano cellule autologhe (provenienti dallo stesso paziente) o concentrati ricchi di fattori di crescita per stimolare i follicoli indeboliti. Il trattamento è ambulatoriale: Si effettua un prelievo (sangue o tessuto adiposo). Il materiale viene processato. Si procede con microiniezioni nel cuoio capelluto. L’obiettivo è migliorare la qualità dei capelli nelle zone diradate e favorire condizioni più favorevoli alla crescita. I risultati non sono immediati: i primi segnali possono comparire dopo alcune settimane, mentre i miglioramenti più evidenti si osservano generalmente tra i 3 e i 6 mesi, con protocolli che prevedono richiami periodici. Questi trattamenti sono indicati soprattutto nei casi di: -alopecia androgenetica iniziale -diradamento diffuso -mantenimento post-trapianto -caduta legata a stress o squilibri temporanei Il costo varia in base alla tecnica e alla struttura, con un prezzo per seduta che può andare indicativamente da 600 a oltre 2.000 euro. L’alternativa cosmetica: cellule staminali vegetali e attivi tricogeni Accanto all’approccio clinico, la cosmetica avanzata ha sviluppato soluzioni a base di cellule staminali vegetali e complessi biotecnologici. È importante chiarire che le cellule staminali per capelli di origine vegetale utilizzate nei trattamenti cosmetici non sono cellule vive, ma estratti attivi capaci di imitare i segnali di rinnovamento cellulare e sostenere il cuoio capelluto nel tempo. Le formulazioni più evolute puntano a: -rafforzare i capelli esistenti -aumentare lo spessore del fusto -rallentare la caduta -migliorare l’equilibrio del cuoio capelluto L’azione è progressiva e legata alla costanza d’uso. I benefici si osservano soprattutto in termini di: -maggiore forza e resistenza -capelli più corposi -riduzione della caduta stagionale -miglioramento della qualità generale del cuoio capelluto Risultati e aspettative: cosa è realistico aspettarsi Quando si parla di ricrescita, è fondamentale avere aspettative corrette. -I trattamenti clinici possono offrire risultati più evidenti nel medio periodo, soprattutto quando i follicoli sono ancora attivi. -Le soluzioni cosmetiche lavorano in modo graduale e costante, migliorando nel tempo qualità, forza e densità percepita. In entrambi i casi, la condizione iniziale del cuoio capelluto e la tempestività dell’intervento sono fattori determinanti. I benefici sono generalmente più evidenti nelle fasi iniziali o moderate del diradamento, quando i follicoli non sono completamente atrofizzati. Le Novità tutte italiane introdotte da Hilaria Cosmetics Tra le realtà italiane che hanno investito nella ricerca cosmetica rigenerativa si distingue Hilaria Cosmetics, brand specializzato in trattamenti anticaduta formulati con cellule staminali vegetali, estratti bioplacentari, attivi epigenetici e complessi tricogeni. L’obiettivo delle formulazioni è creare un ambiente ottimale per i follicoli ancora attivi, sostenendo: -microcircolo del cuoio capelluto -equilibrio cutaneo -ispessimento del capello -vitalità e densità nel tempo La linea comprende: -Lozione anticaduta a base di cellule staminali vegetali -Shampoo Detox per la ricrescita -Balsamo anticaduta -Integratore alla mela Annurca Tutte le formule sono 100% naturali e pensate per un utilizzo quotidiano, integrabile facilmente nella propria routine. A chi sono indicati questi trattamenti? Sia uomini che donne possono beneficiare di un approccio mirato alla salute del cuoio capelluto. -Negli uomini, i trattamenti sono spesso scelti per contrastare l’alopecia androgenetica e mantenere i risultati dopo un trapianto. -Nelle donne, sono particolarmente indicati nei casi di diradamento diffuso, squilibri ormonali o caduta legata a periodi di stress. La scelta tra trattamento clinico e soluzione cosmetica dipende da: -stadio del diradamento -budget disponibile -preferenza per un approccio invasivo o topico -obiettivi personali Supportare la ricrescita in modo consapevole Oggi la ricerca offre strumenti concreti per intervenire sul diradamento in modo sempre più mirato. La combinazione tra innovazione scientifica e cosmetica biotecnologica permette di costruire percorsi personalizzati, intervenendo tempestivamente nella routine quotidiana con un risparmio di lungo termine sui trattamenti clinici. Intervenire precocemente, sostenere i follicoli ancora attivi e mantenere costanza nel trattamento, sono le chiavi per accompagnare il naturale ciclo di crescita del capello e favorire un aspetto più pieno, forte e vitale nel tempo.

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Conversazione sull’ascia votiva di San Sosti

Conversazione sull’ascia votiva di San Sosti

Il prossimo 25 febbraio sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, sarà disponibile la conversione sul tema “L’ascia votiva di San Sosti”, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria. Il nuovo incontro, predisposto dall’associazione reggina, registra la presenza del Presidente del sodalizio organizzatore Gianni Aiello. Il British Museum di Londra è uno dei più grandi e importanti musei della storia del mondo. È stato fondato nel 1753 da Sir Hans Sloane, un medico e scienziato che ha collezionato un patrimonio letterario e artistico nel suo nucleo originario: la biblioteca di Montague House a Londra, in seguito acquistata dallo Stato Britannico per ventimila sterline e aperta al pubblico il 15 gennaio 1759. Il museo ospita circa 8 milioni di reperti che quotidianamente vengono contemplati da tantissimi visitatori nella location londinese di Great Russell Street. A partire dal diciannovesimo secolo, il polo museale cominciò ad incrementare i propri spazi espositivi con collezioni greche e romane, provenienti da diversi territori del continente europeo, frutto sia di operazioni militari che di spedizioni archeologiche. Nella location museale londinese sono ospitati preziosi manufatti provenienti dalla Calabria. Dopo le vicende esposte, a cura di Gianni Aiello, nelle precedenti conversazioni, inerenti al trattato di alleanza tra Reggio ed Atene, riportato su di un’apposita stele che venne scoperta sull’Acropoli di Atene, ed il tesoro di Sant’Eufemia, l’intervenuto questa volta accende i riflettori su un’altra importante testimonianza del passato calabrese, conosciuta come ascia di San Sosti, o ascia votiva di Kyniskos. Il manufatto votivo, risalente al quarto secolo a. C., è una scure bronzea, costituita da un'estremità ascia e dall'altra martello. Venne rinvenuto nel 1846 nei pressi dell’area del Comune di San Sosti, Calabria, provincia di Cosenza. Queste alcune delle cifre che saranno oggetto di analisi da parte del gradito ospite del sodalizio culturale organizzatore. La conversazione, sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da mercoledì 25 febbraio.

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Un Olimpo ancora vivo, più concettuale che leggendario

Un Olimpo ancora vivo, più concettuale che leggendario

L’Eredità dell’Olimpo: Viaggio nella Mitologia Greca di Tommaso Ardiani è un saggio che prende le distanze dalla mitologia intesa come semplice raccolta di racconti affascinanti. Qui i miti greci non vengono “narrati”, ma letti come strutture di pensiero, strumenti con cui il mondo antico ha cercato di rendere comprensibili il potere, il tempo, il conflitto, il limite e il destino umano. Il valore principale del libro sta nel suo impianto interpretativo. Ardiani accompagna il lettore in un percorso coerente che collega cosmogonia, divinità ed eroi a questioni universali: il Caos come origine ambigua, il conflitto tra gli dèi come modello del cambiamento politico e sociale, Crono come immagine di un tempo che genera e distrugge, l’eroe come figura sospesa tra grandezza e responsabilità. Il mito emerge così non come superstizione, ma come linguaggio simbolico capace di dire ciò che il pensiero razionale fatica a esprimere. La scrittura è chiara ma densa, più vicina alla saggistica culturale e filosofica che alla divulgazione tradizionale. Questo rende la lettura stimolante e attuale, ma anche meno immediata per chi si aspetta un approccio narrativo o introduttivo. Non è un libro da “scorrere”, bensì da leggere con attenzione, seguendo il filo concettuale che unisce i capitoli. L’assenza di immagini e la scelta di concentrarsi esclusivamente sul testo rafforzano l’idea di un’opera riflessiva, pensata per chi vuole andare oltre la superficie del mito e interrogarsi sul perché certi archetipi continuino a tornare nel linguaggio e nella storia. In definitiva, L’Eredità dell’Olimpo è una lettura solida e intelligente, consigliata a chi desidera comprendere la mitologia greca come forma di conoscenza ancora attiva, non come reliquia del passato. Un libro che non promette risposte facili, ma offre strumenti per pensare meglio.

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