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Karbonica, “La Mia Luce”: un interessante percorso del singolo che segna il ritorno della band sicili

Karbonica, “La Mia Luce”: un interessante percorso del singolo che segna il ritorno della band sicili

Un progetto musicale che ha riportato al centro dell'attenzione l'identità alternative rock del gruppo e un messaggio di libertà espressiva, consapevolezza e rifiuto dell'omologazione culturale. È stato molto interessante il percorso promozionale di “La mia luce”, il singolo con cui i Karbonica hanno segnato il proprio ritorno sulla scena musicale dopo un periodo di inattività iniziato nel 2018. Una promozione costruita attorno a un progetto artistico che va oltre la semplice pubblicazione discografica, riportando l'attenzione su una band che ha sempre fatto della coerenza espressiva, dell'indipendenza e dell'impegno nei testi alcuni dei propri elementi distintivi. “La mia luce” rappresenta infatti una dichiarazione di intenti, un manifesto musicale attraverso il quale la formazione siciliana ribadisce la propria distanza dall'appiattimento culturale e artistico contemporaneo, dalla perdita della memoria storica e dalla progressiva rinuncia al pensiero critico. Registrato nel 2021 e rimasto inedito fino alla sua pubblicazione, il brano ha trovato nel contesto attuale una particolare corrispondenza con i temi che affronta. Una riflessione che coinvolge la società, la cultura e lo stesso mondo musicale, invitando a recuperare autenticità, curiosità e capacità di ragionamento. Sul piano sonoro, “La mia luce” conferma la riconoscibilità stilistica dei Karbonica, attraverso un alternative rock caratterizzato da una melodia intensa e malinconica, un ritmo ben scandito e una progressione dinamica che accompagna il significato del testo. La strategia promozionale costituisce anche l'occasione per ripercorrere il valore di questo ritorno discografico, che riafferma una precisa visione della musica: non soltanto intrattenimento, ma anche strumento di espressione, confronto e riflessione. Nati in Sicilia nel 2008, i Karbonica vantano un percorso artistico sviluppato attraverso gli album “Live in Studio” (2012) e “Quei colori” (2016), numerose esibizioni dal vivo e una presenza significativa nel panorama rock indipendente italiano. Tra le tappe della loro storia figurano la partecipazione al progetto celebrativo dedicato ai trent'anni di 17 RE dei Litfiba, prodotto da Piero Pelù e Ghigo Renzulli, e i riconoscimenti ottenuti con precedenti pubblicazioni, tra cui “L'inganno”, brano che raggiunse la 31ª posizione nella Indie Music Like del MEI. Nel corso degli anni, la musica della band ha trovato spazio in numerose emittenti radiofoniche, compresa Radio Rai2, e ha richiamato l'attenzione di testate e pubblicazioni specializzate. Con i “La mia luce”, i Karbonica aprono dunque una nuova fase del proprio percorso artistico, lasciando al pubblico un brano che sintetizza la loro identità e la volontà di continuare a percorrere una strada autonoma, lontana dai condizionamenti e dalle logiche dell'omologazione. Un messaggio rivolto soprattutto alle nuove generazioni, con l'invito a non rinunciare alla propria capacità di giudizio e a riconoscere nella cultura, nella conoscenza e nella libertà di pensiero strumenti fondamentali per costruire il futuro. “La mia luce” è disponibile sulle piattaforme digitali.

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Dal DNA operaio alla denuncia sociale: Smash Brown torna con “Invicta”, prodotto da Kaizén

Dal DNA operaio alla denuncia sociale: Smash Brown torna con “Invicta”, prodotto da Kaizén

Ci sono bambini ai quali viene chiesto molto presto che cosa vorranno fare da grandi, e ce ne sono altri che, ancora prima di poter rispondere, hanno già imparato quale futuro aspettarsi. Un lavoro, uno stipendio, la fatica, la necessità di adattarsi. E la sensazione che desiderare qualcosa di diverso sia un privilegio, un capriccio o, peggio ancora, un errore. Il bambino di “Invicta”, il nuovo singolo di Smash Brown prodotto da Kaizén, quel futuro riesce già a vederlo nitidamente. Non ha ancora il volto di un adulto, ma ne immagina la stanchezza e, in qualche modo, riesce già a coglierne e sentirne tutto il peso. Si vede piegato da lavori di fatica, intrappolato in giornate che si somigliano, costretto dentro un sistema nel quale il confine tra scegliere la propria vita e imparare semplicemente a sopportarla diventa sempre più labile e sottile. Poi, nel videoclip in bianco e nero diretto da Francesca Ramini, qualcosa si rompe. Alla fine del video, quel bambino compie un gesto crudo e spiazzante: impicca un pupazzo. A morire non è l’uomo che sarà, ma la sagoma che qualcun altro aveva già deciso che sarebbe diventato. E se quella raccontata da Smash Brown fosse soltanto una paura infantile, probabilmente basterebbe crescere per scoprirla infondata. Ma i dati attuali raccontano che la situazione di partenza continua a incidere in modo tangibile sulle possibilità che incontreremo dopo. Ancora oggi, origine familiare, livello di istruzione dei genitori e condizioni economiche contribuiscono a determinare quanto sia ampio, o ristretto, il ventaglio delle opportunità accessibili. La fotografia scattata dall'ultimo Rapporto annuale ISTAT sui percorsi generazionali mostra un'immobilità sociale dai tratti quasi ereditari: tra chi cresce in famiglie con un basso livello di scolarizzazione, solo il 17,6% riesce a conquistare un titolo universitario; una percentuale che s'impenna quasi all’75% per i figli di laureati. Non si tratta di invocare un determinismo cieco, ma di prendere atto dell’evidenza che la linea del traguardo non è uguale per tutti perché non è uguale la distanza che si è costretti a coprire soltanto per rivendicare il diritto alla scelta. L’intento di “Invicta” non è quello di raccontare la povertà, né quello di anatomizzare la marginalità o di trasformare il lavoro in una condanna, ma di mettere in scena il momento in cui ci si accorge che la traiettoria intrapresa non coincide davvero con la propria volontà, ma con il perimetro che, nel tempo, si è imparato a considerare invalicabile. Una gabbia invisibile che Smash Brown sceglie di frantumare, perché a volte la vita che stiamo vivendo non è quella che avremmo scelto, ma semplicemente quella che abbiamo imparato a ritenere possibile. «”Invicta” è nato per risvegliare i cervelli – racconta l’artista –. Per parlare a una massa che è stata convinta a non pensare più, assuefatta, quasi anestetizzata. Volevo fare un brano che rompesse, che desse fastidio, che mettesse in discussione un sistema che troppo spesso ci abitua a diventare ciò che ci viene richiesto di essere.» Classe 1989, figlio di operai, Alem Toniazzo - questo il suo nome all’anagrafe - cresce nel Vicentino e comincia a scrivere i primi testi a tredici anni. Il rap arriva presto e diventa il luogo in cui tradurre quello che vede intorno a sé: il lavoro, le aspettative, il senso di appartenenza e, insieme, la difficoltà di riconoscersi in una strada già tracciata. In “Invicta” quella provenienza non viene nascosta e si sente tutta. Ci sono la paga minima, la malta, il cantiere; c'è la fatica di chi la pagnotta se la guadagna «nove ore a volta» e c'è persino l'immagine brutalmente concreta di un cantiere dal quale si può uscire in barella. In questo caso, però, non è una metafora. Quando Smash Brown rappa di aver «lasciato metà piede in Svizzera», racconta un episodio reale della propria vita: circa dieci anni fa, durante un lavoro in cantiere, una trave gli cade addosso accidentalmente e l’incidente gli costa l’amputazione di parte del piede. Uno spartiacque personale prima ancora che artistico, perché Alem racconta che proprio da quel momento comincia a prendere davvero sul serio la musica: non più soltanto come spazio di sfogo o vocazione tenuta ai margini, ma come qualcosa a cui decidere finalmente di dare forma. “Invicta” nasce anche da qui, da un corpo che porta concretamente i segni del lavoro e da una vita che, dopo quell’incidente, prende una direzione diversa. Un pezzo duro, fisico, attraversato da un flow serrato e da una scrittura che porta la frustrazione là dove nasce, senza cercare di romanticizzarla o edulcorarla: dentro le case, nelle famiglie, nelle aspettative sociali e nel timore di non riuscire a trasformare una vocazione in una possibilità effettiva. E in una domanda di fondo che attraversa tutto il pezzo: quanto costa continuare ad ascoltarsi quando la vita sembra suggerirti che sarebbe molto più semplice smettere? In questo interrogativo il DNA operaio di Smash Brown incontra la natura più profondamente esistenziale del brano, quella di non rifiutare le proprie origini, ma di non lasciare che siano loro - o qualunque altra condizione di partenza - a stabilire fino a dove sia lecito immaginare il futuro. Una presa di coscienza che si riflette direttamente sulla sua identità artistica. Nel 2016 Alem fonda i DNrimA con il fratello Christian, collezionando palchi, contest e vittorie, ma attraversando anche interruzioni e passaggi complessi, fino all’avvio del percorso solista nel 2024. È in questa fase che Alem, il suo nome anagrafico utilizzato fino a quel momento anche come nome d’arte, smette di rispecchiarlo. Alem sente il bisogno di una nuova firma e pensa inizialmente a Smash Bronson. Sarà poi il suo produttore, Kaizén, quasi per una svista verbale, a restituirglielo trasformato: Smash Brown. Due parole che, pronunciate insieme, suonano immediatamente giuste e che finiscono per contenere, quasi per coincidenza, diversi richiami alla sua identità musicale. Smash porta con sé un riferimento preciso alla storia della boxe: The Smash era il nome che il peso massimo Donovan “Razor” Ruddock aveva dato al suo colpo più celebre, un ibrido tra gancio e uppercut lanciato lungo una traiettoria anomala e reso noto dalla potenza con cui riusciva ad andare a segno. Poi c’è Brown. Per chi conosce la storia del rap italiano, il pensiero corre quasi inevitabilmente a Primo Brown, tra le figure che hanno contribuito a diffondere e consolidare la cultura hip hop nel nostro Paese e indimenticata voce dei Cor Veleno. Andando più a ritroso, quella stessa parola conduce a James Brown, artista decisivo per quell’attenzione al ritmo, al break e al groove dalla quale l’hip hop avrebbe poi attinto per decenni attraverso campionamenti, scomposizioni e riletture. Ma brown è anche, semplicemente, un colore: terroso, scuro senza essere nero, denso, composto da sfumature differenti che, sovrapponendosi, generano una tonalità difficile da ridurre a una sola componente. Ed è forse proprio quest’ultima associazione quella che finisce per aderire meglio alla musica di Alem: cupa senza utilizzare l’oscurità come maschera, dura senza rinunciare alla profondità, tecnica senza ridursi a un esercizio stilistico fine a sé stesso. Un'attitudine sonora e concettuale che si condensa pienamente in questo nuovo tassello del suo percorso. Il nuovo singolo, infatti, anziché celebrare chi “ce l’ha fatta”, parla a chi sa quanto poco sia bastato, in certi momenti, perché la propria vita prendesse tutt’altra direzione. “Invicta”, del resto, significa letteralmente non vinta, non conquistata. Un termine latino che rappresenta perfettamente il messaggio del pezzo, perché il punto non è vincere contro qualcuno, ma riuscire a non consegnargli la propria possibilità di scegliere. Nel videoclip, interamente in bianco e nero, realizzato da Francesca Ramini, il protagonista è un bambino, di cui non vediamo mai il volto. Potrebbe essere Alem. Potrebbe essere uno dei ragazzi ai quali oggi viene chiesto di adattarsi ancora prima di avere scoperto a cosa. Potrebbe essere il bambino che ciascuno è stato prima di imparare quali desideri fossero considerati realistici e quali no. Il pupazzo che compare nel filmato diventa così la rappresentazione più semplice e feroce dell'intero meccanismo: un corpo mosso da altri, al quale qualcuno assegna gesti, direzione e destino. Alla fine il bambino lo impicca. Non perché “Invicta” voglia offrire una risposta, né perché basti ribellarsi per cambiare le proprie condizioni, ma perché prima di costruire una vita diversa occorre almeno accorgersi dei fili che la sostengono e la direzionano. «Questo brano rappresenta la ribellione interiore che mi accompagna da quando ne ho memoria – conclude Smash Brown –. Vorrei che soprattutto le nuove generazioni capissero che sentirsi diversi, non riconoscersi nel gruppo o non riuscire ad adattarsi a ciò che sembra già stabilito non è necessariamente qualcosa di cui avere paura.» “Invicta” non dice che tutti debbano lasciare un lavoro, non suggerisce che una professione valga più di un'altra e non trasforma la fatica operaia in un nemico. Dice che nessuna vita dovrebbe essere accettata soltanto perché sembra essere l'unica disponibile. A tredici anni Alem scriveva rime. Ha lavorato, aspettato, attraversato cadute e ripartenze. Avrebbe potuto smettere molte volte, accettare che quella vocazione rimanesse ai margini della sua vita e che il resto fosse già sufficientemente scritto.  Non l’ha fatto. E in questa tenacia “Invicta” trova il suo significato: non nella retorica di chi sostiene che basti volerlo, né nella celebrazione consolatoria di chi “ce l’ha fatta”, ma nella scelta ostinata di continuare a riconoscersi anche quando sarebbe stato più semplice adeguarsi. Oggi Alem porta nella propria musica tutto quello da cui proviene, senza rinnegarlo e senza permettere che diventi un confine. La fabbrica, il cantiere, la fatica, la famiglia, gli anni trascorsi a cercare uno spazio per ciò che sentiva di dover fare non restano fuori dalla sua storia artistica, ma ne diventano parte. Ed è così che Smash Brown trasforma il DNA operaio in un banger esistenziale contro l’anestesia di massa. Non per raccontare che esista una via d’uscita uguale per tutti, ma per ricordare che, prima ancora di trovarla, bisogna accorgersi di avere ancora il diritto di cercarla.

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Amore, guerra e presenze invisibili: una storia che riaffiora a Villa Clara

Amore, guerra e presenze invisibili: una storia che riaffiora a Villa Clara

Salvo De Vita: "La Villa di Famiglia" punta a Cannes 2027 Dal produttore di successi come Bound, Mare e Tu Sombra, arriva un nuovo capolavoro cinematografico destinato a far parlare il pubblico internazionale. Si intitola La Villa di Famiglia il nuovo ambizioso progetto ideato interamente in esclusiva internazionale dal Produttore e Fotogiornalista Professionista internazionale Dott. Salvo De Vita. Per questa esclusiva mondiale, De Vita ricopre un ruolo totale: ideatore, protagonista, sceneggiatore, ufficio stampa internazionale e, soprattutto, produttore esecutivo generale. La pellicola unisce il grande cinema d'autore alle radici imprenditoriali del brand MP Franchising di Salvo De Vita, un'eccellenza del Made in Italy già nota per le sue prestigiose collaborazioni all'estero. Tra storia vera e mistero: la scelta di Villa Clara Il film è basato su una storia vera accaduta tra gli anni '50 e '60. Le riprese termineranno il 18 ottobre 2026 a Bologna, all'interno di una cornice d'eccezione: la celebre Villa Clara (ufficialmente chiamata Villa Malvasia). Situata a Trebbo di Reno, a pochi chilometri a nord di Bologna, questa storica tenuta del XVII secolo è famosa in tutta Italia per le sei leggende legate ai fantasmi. Un'atmosfera suggestiva che farà da sfondo perfetto a una narrazione intensa e ricca di suspense. Un cast autentico per una sfida internazionale Il percorso verso questo film nasce da solide fondamenta: alle spalle ci sono già due vittorie a festival del cinema e due candidature ufficiali alla Mostra del Cinema di Venezia. Successi che hanno dato la spinta e la determinazione per affrontare la prossima grande sfida: il Festival di Cannes 2027. Per riuscirci, la produzione ha effettuato dure selezioni mirate su 103 candidature ricevute. Il Dott. De Vita ha scelto di investire su interpreti caratterizzati da grande semplicità, ma animati dalla voglia di rinnovarsi in un'avventura internazionale. Valeria Campana (Protagonista): Interpreta la moglie, una donna che cerca di salvare il proprio matrimonio dopo aver vissuto il terrore quotidiano della guerra negli anni '40 e '50. Valentina Consani (Co-protagonista): Veste i panni dell'amante, colei che ostacola il rapporto distruggendo la psicologia del marito. Zeno Sbardella: Nel ruolo del papà defunto, un'anima e spirito ribelle. Colonne sonore e squadra tecnica Un'attenzione particolare è stata riservata alla componente audio: le colonne sonore sono interamente studiate e arrangiate mediante studi privati di registrazione, sotto la diretta e attenta osservazione del Dott. Salvo De Vita, per garantire la massima resa emotiva delle scene. La regia del progetto è stata affidata al film-maker Andrea Cacciatori, già candidato al Festival del Cinema di Ferrara. Le delicate fasi di assistenza tecnica, trucco e scenografia sono invece gestite da una nuova importante entrata nello staff di MP: la Dott.ssa Anna Maria Gasbarro. Il marketing e la comunicazione Per quanto riguarda la strategia promozionale sul territorio, l'ufficio stampa digitale di supporto nazionale, la grafica e il marketing sono stati affidati all'Agenzia Urban Dream di Elisa Mietto. Si tratta di una partnership ufficiale di assoluta affidabilità, specializzata in servizi di grafica, siti web, stamperia e servizi di addetto stampa personalizzati, che accompagnerà il film nel suo percorso mediatico. L'uscita ufficiale del film è prevista per il mese di aprile 2027, subito prima del debutto sui più prestigiosi palcoscenici cinematografici mondiali e su piattaforme digitali: Vimeo, Streamtape cinema, Youtube Professional, Dailymotion, Cinemabreve. Articolo: Dott.ssa Michela Romagnoli - Dott.ssa Mietto Elisa Supervisore: Ufficio Stampa e Produzioni MP Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Distribuzione digitale Nazionale: Urban Dream di Mietto Elisa

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MANCE

Nel nostro tempo persino gli ospedali non sono più sicuri, sono frequenti le ruberie, le sottrazioni di oggetti. I cassetti vengono svuotati, le borse rovistate. Si ruba di tutto asciugamani, acqua, biscotti. Per indorare la pillola ai cittadini si dice che va tutto bene. Si enfatizza con termini vaghi e la realtà viene tenuta nascosta. La gente deve sopportare di tutto persino le sgarberie degli infermieri di turno e delle dottoresse grintose e fanatiche, autoritarie e sprezzanti. Si tratta di un retaggio antico l’uso poi di dare mance per influenzare il personale. Si danno mance sottobanco a infermieri, dottori, capisala, coordinatori, collaboratori, persino volontari. Chi da le mance riceve più cura e assistenza, pasti più abbondanti, sorrisi, favoritismi, turni scavalcati . La gente che non conosce il meccanismo e finisce in ospedale o in clinica di fronte a certe discriminazioni palesi ci resta male, si impermalosisce. Dare le mance è lo scrupolo di molti. Senza mance si ricevono insulti, risposte brusche e stizzose che si assorbono con difficoltà. Tutti tendono a imitare gli altri e danno mance di varia consistenza. I ricchi sono più lauti e quindi più benvoluti e protetti. Chi da le mance riceve un trattamento di riguardo, sopraffino. Chi è orientato e propenso a non dare nulla si ritrova prontamente maltrattato e escluso. Le mance non consistono solo in soldi, mazzette, ma anche cioccolate, liquori, regalie varie, oggetti di argento, oggetti sfiziosi di vario tipo. I commercianti promettono sconti. In pratica si determinano discriminazioni e tensioni. Gli infermieri vengono ingolositi con manche in denaro. Chi non paga resta indietro, fa la ruola di scorta. Bisogna reggere il gioco, chi ha scrupoli morali è giudicato un fesso. Vengono regalate confezioni di vario tipo costose. Chi paga è accompagnato, curato, sostenuto, accolto in pompa magna. Certi comportamenti provocano fastidio. Solo chi paga di nascosto ha tutti i confort gli altri si devono arrangiare, le manche si pretendono anche se sono arbitrarie. Il sistema si è consolidato ed è entrato direttamente per la porta principale, i soldi sono appetibili, hanno il loro fascino. Chi non può pagare invidia chi può farlo liberamente. Il personale diventa gentile solo quando vede i soldi. Non serve scatenare un putiferio, tutto resta uguale, tutto rimane fatalmente uguale a se stesso. E’ una usanza, una abitudine tipicamente italiana che non ha eguali all’estero. L’Italia si regala sempre dei nuovi principi. Il sistema si è codificato anche in altri ambienti. Tutti ricorrono velocemente a tale sistema. I poveri si sentono franare la terra sotto i piedi e sono presi dalla ansia, per loro i soliti pesci in faccia.

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Gioacchino Murat: un Re tra storia e leggenda

Gioacchino Murat: un Re tra storia e leggenda

Continua la programmazione in remoto del Circolo Culturale “L’Agorà con un nuovo incontro dedicato alla figura di Gioacchino Murat, Re di Napoli.La giornata di studi sul periodo napoleonico, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” e dal Centro studi “Gioacchino e Napoleone” giunge alla XXXII edizione. La serie di incontri organizzate dalle due co-associazioni reggine rappresentano articolate giornate di studi che si rinnovano annualmente a far data dal 1995 rappresenta un giusto momento di riflessione, in Calabria, dove si rievoca la figura di Gioacchino Murat nel giorno della sua scomparsa, caratterizzato dalla presenza di autorevoli studiosi. Alla nuova conversazione, organizzata da remoto, parteciperà la ricercatrice toscana Elena Pierotti. Nel corso della giornata di studi sarà analizzato il tema “Murat dopo Murat: l’Italia delle grandi battaglie ideologiche”. Il “Decennio francese”, come definito dallo storico calabrese Umberto Caldora, ha visto succedersi sul trono del Regno di Napoli prima del fratello maggiore dell'Imperatore Napoleone Bonaparte, Giuseppe (1806-1808), e successivamente, al passaggio di quest'ultimo dal trono partenopeo a quello di Madrid (6 luglio 1808 – 11 dicembre 1813), Gioacchino Murat (1 agosto 1808 – 3 maggio 1815).Il Mezzogiorno in tale periodo storico venne interessato da diverse trasformazioni sociali, culturali, economiche. La manifestazione, storicamente è da sempre organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” e dal Centro Studi “Gioacchino e Napoleone”, ha il merito di analizzare ed accendere i riflettori su vari aspetti del periodo storico in argomento. La conversazione, organizzata dalle due co-associazioni culturali reggine, sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da martedì 13 ottobre.

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PAGANESIMO… COME INIZIARE

PAGANESIMO… COME INIZIARE

Non ho mai avuto maestri e non desidero esserlo per nessuno perché credo che ognuno sia maestro di sé stesso, il vero risveglio spirituale non può essere imposto dall’alto, deve essere scoperto dentro di noi. Quando tanti anni fa mi sono avvicinato al paganesimo cercai consigli online, i forum erano pieni di post che suggerivano valanghe di libri da far leggere alle persone nuove, ne lessi molti ma ciò che realmente bramavo non era una bibliografia bensì un come fare, volevo sapere come vivere questa spiritualità, non solo leggerne; quello che segue non è un insegnamento perché non sono un maestro, è semplicemente il resoconto di ciò che avrei voluto sentirmi dire quando mi trovavo all’inizio del mio cammino in cerca di un rapporto con il Divino che fosse autentico. Secondo me, chi desidera avvicinarsi al paganesimo, dovrebbe iniziare con una semplice passeggiata nella natura ma non deve essere una camminata qualunque, dobbiamo imparare a camminare con occhi nuovi, con la consapevolezza che l’Universo è un corpo vivo attraversato dalle energie invisibili degli Dei; personalmente vedo un Dio e una Dea che contengono in sé l'essenza di tutte le altre Divinità tuttavia so bene che molti neopagani percepiscono una moltitudine di Dei ognuno con una propria coscienza e una propria energia e questa è la bellezza del nostro sentiero, non ci sono dogmi, il numero degli Dei è irrilevante, ciò che conta è la relazione che costruiamo con loro; è fondamentale che chi si avvicina a questa spiritualità lo faccia con la chiara consapevolezza che gli Dei non sono né giudici né dispensatori di miracoli, sono nostri compagni di viaggio, parte integrante del grande arazzo dell'esistenza, essendo presenti in ogni cosa, noi compresi, senza chiederci nulla in cambio, ci donano le loro energie, energie che dovremmo accogliere per vivere nel miglior modo possibile la nostra vita. Durante questa passeggiata dobbiamo mantenere viva la consapevolezza che l'essere umano non è una specie eletta separata dalla natura, noi siamo natura quindi non guardiamo i fiori, le farfalle o i pesci dall'alto in basso come se fossimo superiori a loro, riconosciamo che le montagne, il Sole, la Luna, i fiumi e gli alberi sono esseri viventi dotati di una loro coscienza e dei loro sentimenti, potranno non parlare una lingua che le nostre orecchie possono udire ma se parliamo loro, non con parole vuote, ma con parole cariche di emozioni e di autentica partecipazione loro ci ascoltano; ricordo che da bambino, molto prima ancora di conoscere la parola paganesimo, parlavo ai laghi, agli alberi e ai fiumi e ho portato questa abitudine con me fino all'età adulta, questo dialogo con la natura è il più antico e sacro dei rituali. Dobbiamo anche comprendere che ogni essere vivente, noi compresi, è come un filo di una gigantesca tela invisibile che permea l'intero Universo e la salute di tutta la tela dipende dalla salute di ogni singolo filo, se ogni filo è connesso allora ogni nostra azione vibra attraverso questa rete, anche i gesti più piccoli contribuiscono al benessere di questa tela, una tela che la società moderna sta lacerando con voracità. Durante la nostra camminata possiamo assistere alla manifestazione delle innumerevoli energie Divine; quando vediamo due uccelli litigare stiamo assistendo alla manifestazione dell’energia che i romani chiamavano Marte, quando una brezza calda ci avvolge portandoci una sensazione di benessere e gioia stiamo percependo l'energia che i greci chiamavano Edone, quando vediamo due innamorati baciarsi siamo testimoni della manifestazione dell'energia di Afrodite ma i nomi in fondo non sono ciò che conta veramente, l'importante è imparare a riconoscere la manifestazione delle energie Divine nel mondo e soprattutto dentro noi stessi, queste forze non sono concetti astratti, sono correnti attive che scorrono nella nostra vita di tutti i giorni. Nei miei scritti uso i nomi degli Dei greci, norreni e romani per dare un nome alle forze Divine che mi circondano e che permeano l’Universo eppure credo che l'essenza più profonda del paganesimo non si trovi nei pantheon dell'epoca classica, essa risiede nelle forme più antiche di spiritualità, quelle del neolitico; secondo me, in epoca greco romana, fatta eccezione per i culti dionisiaci e pochi altri culti misterici, gran parte dello spirito pagano autentico era già stato corrotto dal denaro e dal potere politico; questa è la mia personale visione e non la impongo a nessuno, il sentiero è aperto e ognuno lo percorre come meglio crede. Con quanto scritto sopra non voglio dire che io abbia rifiutato l'apprendimento dai libri, la mia personale biblioteca, seppur selezionata con criterio, è stata preziosa; ho trovato stimolanti i testi degli autori Wiccan, che hanno il grande merito di aver reso il paganesimo accessibile a tutti coloro che se ne sentono attratti ma la saggezza più profonda l'ho trovata soprattutto nei libri scritti da Nativi Americani e dagli sciamani; preciso che non cerco di appropriarmi dei loro rituali e delle loro tradizioni di cui sono gelosi, li leggo perché, secondo molti esperti, la loro spiritualità e il loro modo di vedere il mondo sono straordinariamente simili a quelli del Neolitico europeo, la loro saggezza rappresenta un ponte vivente verso le radici più antiche del nostro stesso patrimonio spirituale, una fonte a cui attingere con rispetto e gratitudine.

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Agroalimentare ed energia: l'innovazione che spinge la competitività del settore

Agroalimentare ed energia: l'innovazione che spinge la competitività del settore

Dall'agrivoltaico al biometano, il lavoro di RSE e CREA traccia la rotta per la sostenibilità. Dialogo istituzionale sulle politiche per rafforzare le filiere. Più di 6.600 GWh di energia elettrica consumati dall’agricoltura e oltre 14.300 GWh dall’industria alimentare e delle bevande nel 2024. A questi dati si affiancano gli oltre 3.100 GWh prodotti da impianti fotovoltaici installati nelle aziende agricole. Numeri, su consumi e produzione, che mostrano con chiarezza quanto l’energia rappresenti oggi una leva strategica per la competitività, la sostenibilità e la resilienza del sistema agroalimentare italiano. Di questi temi si è discusso oggi a Roma, in occasione dell’evento “Le sfide del settore agroalimentare verso la transizione energetica”, organizzato da RSE e CREA per presentare i risultati dell’attività congiunta e per promuovere un dialogo tra il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF) su un fronte comune: accompagnare la filiera verso modelli produttivi più efficienti, sostenibili e competitivi, in un contesto segnato dagli effetti del cambiamento climatico, dalla volatilità dei prezzi energetici e dalla crescente domanda di prodotti sostenibili. «La collaborazione nelle attività di ricerca tra RSE e CREA è strategica per il ruolo che l’agricoltura, la silvicoltura e tutte le industrie agroalimentari hanno nella valorizzazione energetica dei sottoprodotti delle filiere agro forestali e degli scarti agroalimentari», ha dichiarato Franco Cotana, Amministratore Delegato di RSE. «Pen siamo al biometano, le cui potenzialità possono raggiungere i 10 miliardi di metri cubi all’anno; pensiamo al recupero degli oli vegetali da frittura e degli oli ottenuti da oleaginose su terreni marginali per la produzione di biodiesel, HVO e SAF; non da ultimo, pensiamo all’agrivoltaico sostenibile, che richiede una progettazione sartoriale a tutela del paesaggio e delle coltivazioni agricole, anche ai fini delle comunità energetiche agricole rinnovabili», ha continuato l’AD di RSE. Dall’analisi delle filiere produttive del settore agroalimentare realizzata da RSE, emerge come in diversi comparti agroalimentari, i costi energetici rappresentino una delle principali voci che incidono sul costo finale dei prodotti, insieme alla manodopera. Per molte aziende delle filiere della pasta, dell’olio, del latte, della frutta e del vino, l’impatto della spesa energetica supera il 10% del fatturato, influenzando direttamente la competitività delle imprese e il prezzo dei prodotti destinati ai consumatori. La transizione risulta particolarmente complessa per un settore caratterizzato da una forte presenza di piccole imprese. In Italia, il 74% delle aziende agricole presenta una dimensione economica inferiore ai 25 mila euro, mentre l’84% delle imprese agroalimentari e delle bevande conta meno di nove addetti. Si tratta di realtà che spesso dispongono di risorse limitate per investire in innovazione e che necessitano di un adeguato supporto finanziario, tecnico e formativo. È qui che la ricerca può fare la differenza: sviluppando sistemi per integrare le rinnovabili nei cicli produttivi, recuperare biomasse e sottoprodotti, misurare con precisione gli impatti e abbattere consumi ed emissioni. Il vero banco di prova è trasformare queste soluzioni in innovazioni utilizzabili su scala produttiva. Per riuscirci servono competenze, strumenti e un trasferimento tecnologico più efficace, capace di raggiungere anche le aziende agricole e agroalimentari di minori dimensioni. «La transizione energetica dell’agroalimentare non è solo una sfida ambientale: è una leva decisiva per la competitività delle imprese e la resilienza delle filiere, soprattutto in una fase segnata dall’aumento dei costi e dagli effetti del cambiamento climatico», dichiara Andrea Rocchi, Presidente del CREA. «Le aziende devono essere protagoniste del cambiamento. Alla ricerca spetta il compito di trasformare innovazione, competenze e dati in soluzioni concrete, accessibili e adatte anche alle realtà più piccole: meno consumi ed emissioni, più efficienza, autonomia e valore per l’intero sistema agroalimentare» Per rispondere a questa sfida, RSE propone un approccio fondato su quattro pilastri: energia, innovazione, sostenibilità economica e sostenibilità sociale. L’obiettivo è accompagnare le filiere verso modelli produttivi più efficienti e resilienti, attraverso l’integrazione delle fonti rinnovabili, l’elettrificazione dei processi, la digitalizzazione, l’agricoltura di precisione e la diffusione di tecnologie innovative capaci di ridurre consumi, costi ed emissioni. Su questo fronte, il MASAF ha promosso un insieme di interventi volti a sostenere la transizione energetica del comparto agroalimentare, fra cui la misura PNRR “Parco Agrisolare” (DM MASAF 19 aprile 2023; DM MASAF 17 aprile 2024), pensata per sostenere gli investimenti delle imprese agroalimentari e valorizzare le potenzialità delle strutture già esistenti. «Agroalimentare ed energia sono due asset fondamentali per il Sistema Paese. Il Masaf ha messo in atto misure concrete per promuovere l’utilizzo delle energie rinnovabili e accompagnare il settore primario nel per corso della transizione energetica, mettendo al riparo il terreno agricolo da possibili speculazioni. Abbiamo convintamente sostenuto la misura Pnrr ‘Parco Agrisolare’ con oltre 30.000 imprese finanziate per una dotazione complessiva che ha superato gli oltre 3 miliardi di euro – ha ricordato il sottosegretario al Masaf Luigi D’Eramo -. Con un risparmio di costi per le nostre imprese stimato in oltre 500 milioni annui e in più di 11 miliardi di euro nei prossimi 20 anni. Una misura che coniuga sostenibilità ambientale ed economica, salvaguardando al tempo stesso la sicurezza alimentare». Link: rinnovabili.it/mercato/le-aziende-informano/agroalimentare-efficienza-energetica-innovazione-competitivita-settore/

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Riesi incanta tra moda e talento nella selezione Miss Venere per la Sicilia Centrale

Riesi incanta tra moda e talento nella selezione Miss Venere per la Sicilia Centrale

Riesi 25 settembre 2026 – Il mondo della moda, dello spettacolo e della bellezza ha regalato a Riesi, una notte memorabile, unendo il fascino dei grandi concorsi nazionali alle eccellenze e alle storie più autentiche del territorio. Venerdì 25 settembre, si è tenuta nella splendida cornice del Lounge Vasta, la selezione ufficiale per l'accesso alla Finale Nazionale di Miss Venere 2026, che si terrà a Palermo il 18 ottobre 2026 al De Seta dei cantieri culturali alla Zisa, polo culturale di Palermo. ​A suggellare il prestigio della kermesse è stata la presenza d'eccezione del Patron del concorso Fabrizio Dia, che ha seguito da vicino tutte le fasi della manifestazione insieme a miss Venere 2024 Serena Bommarito, Miss Venere in carica Sophia Pagliaro e Sabrina Ottobre membro della presidenza nazionale. La serata ha offerto un mix perfetto di spettacolo e forti emozioni. Tra i momenti più toccanti e significativi è stato il defilé della modella Monica Ciocan, che ha sfilato con straordinaria grazia portando sul palco un messaggio di speranza, forza e rinascita dopo aver sconfitto il tumore al seno, strappando i lunghi e commossi applausi della platea. Il palinsesto della moda si è poi arricchito con il raffinato defilé di abiti da cerimonia e sposa firmato dall'Atelier dei Fratelli Sciarrino di Riesi, le cui creazioni sartoriali hanno esaltato la classe e la tradizione artigianale locale. ​Tutti i Vincitori e le Corone di Tappa ​Categoria Miss Mascotte: trionfo per Ludovica Morgana 2 anni e mezzo di Mazzarino. ​Categoria Miss Baby, la vittoria è andata in Exequo a Maraya Raimondi 3 anni di Mazzarino e Aysha Incaudo 3 anni di Villarosa. ​Categoria Miss Junior: Miss Città di Riesi Junior 2026: il gradino più alto del podio in ex aequo va Maëlys Raimondi 8 anni di Mazzarino e a Morena Milia 6 anni di Pietraperzia. ​Categoria Miss Teenager: il Titolo va in Ex aequo a Elena Giannuzzo 14anni e Maria Giannuzzo 11 anni, entrambe di Mazzarino. ​Categoria Miss Città di Riesi: il titolo è stato assegnato a Dalia Licata ventenne di Licata (AG). ​Sezione Maschile: successo per i giovanissimi fratelli di Sommatino, con Liam Asaro titolo di Mister Baby Città di Riesi e Natan Asaro Mister Junior Città di Riesi. ​Riconoscimenti Speciali: a Maëlys Raimondi che vince oltre il titolo di Miss Junior Città di Riesi 2026 il titolo Miss Sicilia Junior 2026, e alla piccola Maraya Raimondi che ha conquistato i titoli di Miss Baby Sicilia 2026 e Miss Baby Città di Riesi 2026. Inoltre, Debora Margiotta di Riesi è stata insignita del titolo di Miss Fotogenia, selezionata direttamente dal fotografo ufficiale della serata, Paolo Sciacca, che ha regalato un esclusivo shooting fotografico. Ammessi in finale nazionale anche Salvatore Calcagno, Francesco Coniglio, Alisya Calcagno e Alyssa Scalzo, Liliana Giada Cinquegrani, Jasmine Loussaief, Aurora Galanti, Noemi Farchica, Ileana Inguanta e Rosa Cusenza. ​Il successo della manifestazione è stato reso possibile anche grazie al supporto tecnico e logistico, tra cui Filippo Barrile e Aldo Raimondi direttore artistico, il service curato da Gaetano Bonanno, e alle riprese televisive di canale 97, che hanno immortalato un evento destinato a rimanere nel cuore del pubblico.

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La regola del 5:1: quanti gesti d'amore cancellano una critica

La regola del 5:1: quanti gesti d'amore cancellano una critica

Le ricerche sulle coppie stabili hanno individuato qualcosa che assomiglia a una vera e propria aritmetica affettiva. Non serve essere perfetti, non serve non discutere mai: serve che i momenti positivi siano nettamente più numerosi di quelli negativi. Continua a leggere graziellaparadisi.it/blog/genitorialita-e-coppia/articoli/rapporto-5-a-1-quanti-gesti-damore-cancellano-una-critica

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La Via dei Norcini a Piacenza – Salumi Grossetti e il vino dei Fratelli Piacentini

L’inserimento dei Colli Piacentini nelle iniziative di informazione che accompagnano il turno di Presidenza italiana alla IAI ( Iniziativa Adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale), è stato fortemente sostenuto dai giornalisti ‘veronelliani’ di Borghi d’Europa. Dal 28 luglio, giorno nel quale sono stati presentati gli obiettivi della Presidenza italiana alla IAI presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, è partito il viaggio del gusto di Borghi d’Europa, alla scoperta degli inediti del buon e bello vivere dei Territori inseriti nella rete internazionale. Fino a maggio 2027 giornalisti e comunicatori visiteranno i borghi e i territori scelti, secondo la logica veronelliana delle visite in incognito. Un progetto, dunque, finalizzato ad informare chi informa, secondo una logica culturale ‘altra’ : l’informazione condivisa. I servizi, le annotazioni dei giornalisti non verranno pubblicati prima della discussione e dell’approvazione da parte dei soggetti intervistati e/o raccontati. Anche la destinazione dei testi costituirà una base di incontro : quali mezzi previlegiare, sulla base di una attenta analisi comunicazionale. Insomma un viaggio ricco di spunti e di nuove conoscenze. Uno dei Percorsi Internazionale è dedicato alla Via dei Norcini. L’appuntamento nei Colli Piacentini ha abbinato come prima ‘sosta gustosa’ il salame stagionato di Salumi Grossetti e i vini della Cantina Fratelli Piacentini. “Il salame da tenere in casa per accogliere gli amici, fetta dopo fetta- commenta Enrico Grossetti - , è il salame adatto a tutte le occasioni. Da gustare sia tenero che molto stagionato in base ai propri gusti, richiama la compagnia di un buon bicchiere di vino. Consigliamo di tagliarlo al coltello in fette non troppo sottili.” Sara ed Emanuel (Fratelli Piacentini), suggeriscono con il salame stagionato un vino importante, come il Gutturnio Superiore Antares. “ È il primo nostro vino rosso fermo, e ha inaugurato la linea di prodotti con nomi ispirati alla volta celeste. Anche qui abbiamo la dimostrazione del fatto che i vini di Piacenza non necessariamente devono essere vini beverini da consumarsi entro breve tempo, anzi! E hanno tutte le carte in regola per competere con i vini di altre zone più blasonate. D’altro canto il ”matrimonio” è fondato su basi solide: barbera e bonarda. Struttura, longevità, eleganza, i figli che ne sono nati. “

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