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Caronte Showcase @Sanremo 2026

Caronte Showcase @Sanremo 2026

Live e interviste per gli artisti emergenti durante la settimana del Festival Sanremo — Durante la 76a edizione del Festival di Sanremo 2026 (24–28 febbraio), Caronte Music Group presenta il “Caronte Showcase @Sanremo”, un format che unisce esibizioni dal vivo e momenti di racconto artistico, con l’obiettivo di offrire visibilità agli artisti emergenti nel contesto della settimana sanremese. Il progetto, realizzato in collaborazione con ADN Italia S.p.A., prevede performance con brani originali accompagnate da una breve presentazione artistica, all’interno de Il Salotto delle Celebrità. A partecipare allo showcase saranno gli artisti di Caronte Music Group e IMI Music: Camilla, Lulys, Undermyegomusk, Leudys, Cridam, Freddi, Axel Tellerr, Nicolaj e Sammy. Il format si integra con un presidio radiotelevisivo: ogni artista prenderà parte a un’intervista trasmessa in diretta dal Palafiori di Sanremo, all’interno della prestigiosa location Casa Sanremo – Piazza Marconi, attiva dal 22 al 28 febbraio 2026. Radio Jukebox racconterà il Festival con dirette quotidiane 10.00–15.00 e 16.00–19.00, tra interviste, commenti e approfondimenti, con attenzione anche alle attività “fuori Teatro Ariston”. La diffusione è prevista su radio, tv e digitale: l’emittente indica una rete con 359.000 ascoltatori nel giorno medio, 27.000 sessioni di streaming giornaliere e una copertura radiofonica in 48 province italiane; la distribuzione è amplificata anche su Radio Jukebox TV e sulla piattaforma ADN Play (canale 254 del digitale terrestre), oltre a ulteriori province in digitale terrestre. «Lo showcase nasce per creare un’occasione professionale in cui performance e racconto convivono, facilitando l’incontro tra artisti e media», spiegano gli organizzatori. «L’integrazione con le dirette radiotelevisive consente di ampliare la distribuzione dei contenuti e di dare continuità alla narrazione», aggiungono. Caronte Music Group Srl 
P.zza Gae Aulenti 1, Torre B, Milano 20154
info@carontemusicgroup.com carontemusicgroup.com

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PUNCH

Il punch o ponce è una bevanda aromatica tradizionale il cui nome deriva o dal persiano o dal sanscrito nel senso di cinque infatti sono cinque gli ingredienti che la compongono ossia rum o distillato o brandy, zucchero, succo di limone e scorza, acqua per lo più bollente e spezie. Un tempo la usavano i marinai che la conservavano in botti di legno pregiato. L’origine della bevanda è indiano, poi i colonizzatori inglesi l’hanno esportata fino a farne l’antenata dei moderni apertivi e coktail. In india era usato per cerimonie, feste e ricorrenze religiose e sociali, per convivi. Era usata sempre calda, ma poi nel settecento si diffuse la moda di berla fredda con ghiaccio, usanza diffusasi poi nei secoli successivi specie in estate. Si usa anche con arancio e mandarino, con sciroppo di glucosio o altro. Nei paesi di montagna si usa pure la noce moscata. Il succo di limone deve essere sempre presente. Si può usare una scorza di arancia e limone. Una variante moderna è l’aggiunta di frutta fresca e vino bianco. In Spagna è usata come digestivo. Nelle zone alpine si usano varie erbe aromatiche locali e vari distillati. Ai nostri giorni purtroppo si sta diffondendo la moda di mettere aromi chimici al posto di altri ingredienti aromatici. Nelle sale di divertimento e intrattenimento si inventano bevande che ricordano solo alla lontana l’antico punch. Si creano miscugli fasulli insapori. Si compiono errori in modo maldestro. Nella nostra società ci sono giovani che non conoscono nemmeno questa bevanda, un errore imperdonabile.

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Nicola Giosuè, il professionista che sfida il sistema

Nicola Giosuè, il professionista che sfida il sistema

Ci sono artisti che nascono dal privilegio. E poi ci sono artisti che nascono dalla vita. Lui appartiene alla seconda categoria. Un uomo che ha conosciuto cadute verticali, solitudini brucianti, porte sbattute in faccia. Un professionista vero, che ha costruito la sua carriera con sacrifici e disciplina, e che ha saputo reinventarsi quando il mondo gli ha voltato le spalle. Oggi è un performer che porta sul palco verità, coraggio e dignità. Un artista che non interpreta un ruolo: lo incarna. Ma c’è un punto che lo distingue da tutti: la sua integrità. In un’epoca in cui chiunque si improvvisa attore, modello, regista o cantante solo perché possiede un profilo social, lui alza la voce. Una voce scomoda, necessaria, che denuncia senza paura la deriva di un settore invaso da improvvisati, da figure senza competenza né professionalità, da “fenomeni” costruiti sul nulla. «Io non ci sto», dice. Lui appartiene alla categoria dei professionisti veri. Quelli che sanno dire NO. Quelli che non accettano ruoli senza credibilità. Quelli che non partecipano a “premiazioni” improvvisate, a film senza struttura, a produzioni che confondono l’arte con l’improvvisazione amatoriale. La sua sicilianità non è un limite: è identità. La sua voce non è grezza: è riconoscibile. La sua presenza scenica non è costruita: è innata. Il suo percorso artistico nasce dove pochi avrebbero il coraggio di entrare: nelle carceri. Lì ha portato musica, teatro, umanità. Lì ha trasformato la sua storia in missione. Lì ha capito che l’arte non è vanità, ma servizio. Oggi è un artista che emoziona perché è vero. Un uomo che ispira perché ha vissuto. Una voce che colpisce perché nasce dal cuore e dalla coerenza. Non cerca il successo facile. Non rincorre i riflettori. Non scende a compromessi. Sceglie. Seleziona. Pretende qualità. E mentre il mondo applaude il vuoto, lui continua a difendere l’essenza dell’arte: la verità, la professionalità, il rispetto del pubblico. Questo non è intrattenimento. È un manifesto. È un atto di resistenza artistica. È Nicola Giosuè. Un uomo che ha trasformato la caduta in rinascita. La solitudine in forza. La vita in spettacolo. Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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Un Olimpo ancora vivo, più concettuale che leggendario

Un Olimpo ancora vivo, più concettuale che leggendario

L’Eredità dell’Olimpo: Viaggio nella Mitologia Greca di Tommaso Ardiani è un saggio che prende le distanze dalla mitologia intesa come semplice raccolta di racconti affascinanti. Qui i miti greci non vengono “narrati”, ma letti come strutture di pensiero, strumenti con cui il mondo antico ha cercato di rendere comprensibili il potere, il tempo, il conflitto, il limite e il destino umano. Il valore principale del libro sta nel suo impianto interpretativo. Ardiani accompagna il lettore in un percorso coerente che collega cosmogonia, divinità ed eroi a questioni universali: il Caos come origine ambigua, il conflitto tra gli dèi come modello del cambiamento politico e sociale, Crono come immagine di un tempo che genera e distrugge, l’eroe come figura sospesa tra grandezza e responsabilità. Il mito emerge così non come superstizione, ma come linguaggio simbolico capace di dire ciò che il pensiero razionale fatica a esprimere. La scrittura è chiara ma densa, più vicina alla saggistica culturale e filosofica che alla divulgazione tradizionale. Questo rende la lettura stimolante e attuale, ma anche meno immediata per chi si aspetta un approccio narrativo o introduttivo. Non è un libro da “scorrere”, bensì da leggere con attenzione, seguendo il filo concettuale che unisce i capitoli. L’assenza di immagini e la scelta di concentrarsi esclusivamente sul testo rafforzano l’idea di un’opera riflessiva, pensata per chi vuole andare oltre la superficie del mito e interrogarsi sul perché certi archetipi continuino a tornare nel linguaggio e nella storia. In definitiva, L’Eredità dell’Olimpo è una lettura solida e intelligente, consigliata a chi desidera comprendere la mitologia greca come forma di conoscenza ancora attiva, non come reliquia del passato. Un libro che non promette risposte facili, ma offre strumenti per pensare meglio.

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MODNA torna con "Resti in Città"

MODNA torna con "Resti in Città"

Ogni giorno, intorno alle tre del mattino, le città tornano alla propria ossatura. È un orario che non promette più nulla: i bar restano aperti per inerzia, il traffico si assottiglia, e quel fascino notturno che di solito avvolge le strade lascia spazio a una verità meno romantica, ma rivelatrice. In quel "silenzio finto", dove il traffico è solo un’eco e le luci dei lampioni feriscono gli occhi, si consuma il paradosso di “Resti in città”, il nuovo singolo di MODNA scritto a quattro mani con Daniele Pirozzi tra le aule del Conservatorio Nicola Sala. Il brano arriva in un momento in cui l’idea di “cambiare vita” è diventata una formula ricorrente, ma sempre più spesso resta confinata alle parole. Si parla di fuga, di ripartenza, di altrove, di viaggio come catarsi e di nomadismo digitale come massima aspirazione, mentre le giornate continuano a svolgersi nello stesso perimetro. Con “Resti in città”, MODNA lavora in maniera controintuitiva, perché non racconta chi parte, ma chi decide di rimanere, o meglio, chi ha imparato perfettamente il linguaggio dell’andarsene assimilandone ogni concetto, senza mai trasformarlo in azione. Il sogno della fuga continua a esistere, ma si consuma nella ripetizione, fino a diventare un’abitudine, una promessa che non trova mai il compimento effettivo. Il cantautore lucano d’adozione campana scatta così una polaroid tersa e precisa su una generazione che "vorrebbe ripartire da zero", ma trova nel proprio spazio, nel proprio recinto urbano, una rassicurante, seppur incompleta, forma di protezione. Il brano segue una donna dentro una routine che funziona, ma non la appaga totalmente. Lavora, esce, attraversa locali affollati, balla da sola in casa. Usa la città per restare in movimento senza mai spostarsi davvero. Accanto a lei c’è una presenza costante, mai invadente. Si riconoscono, si osservano, restano fermi un istante prima di una qualsiasi incarnazione di un noi. È un incontro che non produce svolte, perché le svolte non sono previste. Nel testo, la frase «non siamo mica come Milano» delimita questo perimetro senza bisogno di spiegazioni. Non oppone provincia e metropoli, ma due tempi diversi: da una parte il mito della velocità come valore, dall’altra una sequenza di giorni simili che impedisce accelerazioni e deviazioni. L’asse si sposta dal dinamismo produttivo della prima alla verità nuda della seconda, dove si beve birra per calmare i pensieri e si balla soli in salotto, simili a una “Jennifer senza il ballo perfetto". È un’osservazione priva di giudizio, che porta con sé solo il rigore di chi osserva un incontro fatto di sguardi che si incrociano in un bar affollato senza mai oltrepassare il confine. Anche sul piano musicale il brano evita soluzioni risolutive. La produzione di Pirozzi – impreziosita dai Rhodes di Gianluca Sposito e da una sezione ritmica asciutta – regala un'atmosfera distesa che trova il suo compimento nel videoclip ufficiale, girato a Napoli da Alfonso Venafro e presentato in anteprima nazionale su Sky TG24. Qui, la città non è sfondo ma co-protagonista, una pelle che la protagonista, interpretata da Carmen De Vita, indossa per sentirsi viva, anche a costo di restare irrisolta. «Esiste una dignità complessa nelle scelte che non si compiono - spiega MODNA -. "Resti in città" è un’evasione mancata che diventa identità. Io e Daniele Pirozzi abbiamo cercato di catturare quel punto di rottura in cui il desiderio di novità soccombe alla necessità di sentirsi al sicuro, anche se incompleti. Restare, talvolta, richiede molto più coraggio che andarsene.» “Resti in città” parla di chi immagina un altrove, ma continua a vivere dove si sente al sicuro, anche a costo di restare incompleto. Una condizione sempre più diffusa e sempre meno raccontata senza giudizio. MODNA, forte di un percorso che lo ha visto passare dai palchi Rai alla finale del Premio Arte d’Amore, conferma qui una maturità intellettuale già intravista nel suo esordio letterario “Il rumore dentro”. La sua non è una proposta di intrattenimento, ma una proposta di senso. Ciononostante, il brano evita il rischio del compiacimento malinconico, grazie ad una struttura argomentativa solida, un lessico ricercato ma mai artificioso, e un ritmo di prosa musicale che segue quello della vita reale: sincopato, incerto, profondamente umano. È una canzone che non parla per noi, ma di noi. Di quel caffè preso in silenzio e di quella voglia di sparire che, puntualmente, si ferma davanti al primo semaforo rosso della propria via di casa.

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Transizione energetica e sostenibilità sociale a confronto nell’evento RSE

Transizione energetica e sostenibilità sociale a confronto nell’evento RSE

Il 6 febbraio 2026 a Milano si terrà il convegno “Le strategie energetiche di decarbonizzazione e la sostenibilità per gli utenti finali”, dedicato all’analisi degli impatti economici e sociali derivanti dall’implementazione delle raccomandazioni del rapporto “Energy4All” del Club di Roma È partito ufficialmente il conto alla rovescia per il convegno “Le strategie energetiche di decarbonizzazione e la sostenibilità per gli utenti finali”, l’evento organizzato da RSE (Ricerca sul Sistema Energetico) che si terrà il prossimo 6 febbraio a Milano, presso l’Aula Morandi del centro congressi FAST. L’incontro nasce dalla necessità di tradurre le grandi sfide macroeconomiche in soluzioni concrete per la quotidianità. Al centro del dibattito ci saranno le evidenze del report Earth4All del Club di Roma, analizzate attraverso la lente del contesto europeo e nazionale per comprendere come la transizione energetica impatti direttamente sul consumatore finale. Il cuore della discussione riguarderà il superamento del semplice calcolo delle emissioni basato sulla produzione. La nuova strategia di decarbonizzazione proposta punta su una prospettiva basata sulla domanda finale, riconoscendo il ruolo attivo di cittadini e imprese. L’obiettivo è garantire che il cambiamento sia socialmente ed economicamente sostenibile, rispondendo alle crescenti preoccupazioni sugli effetti economici delle nuove politiche green. Un ponte tra ricerca internazionale e policy locali Il convegno fungerà da raccordo tra le raccomandazioni globali e l'elaborazione di politiche locali condivise. Esperti del Club di Roma, ricercatori RSE, accademici e decisori politici di Regione Lombardia e del network C40 Cities si confronteranno su temi critici quali: ● Il costo sociale della decarbonizzazione; ● L'impatto economico sui consumatori; ● I fabbisogni di ricerca per mettere territori e imprese al centro del cambiamento. Verso una transizione equa Un confronto aperto tra esperti, politici e stakeholder sulle strategie europee e sui fabbisogni di ricerca necessari per mettere cittadini, imprese e territori al centro del cambiamento, affrontando nodi critici come il costo sociale della decarbonizzazione e l’impatto economico sui consumatori finali. Attraverso il dialogo tra esperti del Club di Roma, ricercatori di RSE, rappresentanti accademici e decisori politici di Regione Lombardia e del network C40 Cities, la conferenza mira a definire politiche pubbliche capaci di coniugare la tutela del clima con la sostenibilità economica. L’obiettivo è costruire un ponte operativo tra la ricerca d’avanguardia e le necessità quotidiane dei territori, garantendo che la transizione energetica diventi un’opportunità di benessere condiviso e fornisca un’importante occasione di approfondimento e dibattito per contribuire alla definizione di politiche energetiche coerenti con gli obiettivi di sostenibilità ambientale, sicurezza energetica e giustizia sociale. Per partecipare è richiesta l’iscrizione al seguente link Il programma completo è consultabile qui Link: rinnovabili.it/energia/le-strategie-energetiche-di-decarbonizzazione-e-la-sostenibilita-per-gli-utenti-finali/

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Conversazione sul Tesoro di Sant’Eufemia

Conversazione sul Tesoro di Sant’Eufemia

Il prossimo 28 gennaio sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, sarà disponibile la conversione sul tema “Il tesoro di Sant'Eufemia”, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria. Il nuovo incontro, predisposto dall’associazione reggina, registra la presenza del Presidente del sodalizio organizzatore Gianni Aiello. Il British Museum di Londra è uno dei più grandi e importanti musei della storia del mondo. È stato fondato nel 1753 da Sir Hans Sloane, un medico e scienziato che ha collezionato un patrimonio letterario e artistico nel suo nucleo originario: la biblioteca di Montague House a Londra , in seguito acquistata dallo Stato Britannico per ventimila sterline e aperta al pubblico il 15 gennaio 1759. Il museo ospita circa 8 milioni di reperti che quotidianamente vengono contemplati da tantissimi visitatori nella location londinese di Great Russell Street. A partire dal diciannovesimo secolo, il polo museale cominciò ad incrementare i propri spazi espositivi con collezioni greche e romane, provenienti da diversi territori del continente europeo,frutto sia di operazioni militari che di spedizioni archeologiche. Nella location museale londinese sono ospitati preziosi manufatti provenienti dalla Calabria, tra i quali quelli conosciuti come il “tesoro di Sant’Eufemia”. I preziosi reperti vennero scoperti fortuitamente in contrada Terravecchia nella piana di Sant’Eufemia. Il tesoro è stato definito dall’archeologo britannico Dyfri Williams, del Dipartimento delle Antichità del British Museum, come “il più grande e importante ritrovamento di oreficeria della Magna Grecia”. Queste alcune delle cifre che saranno oggetto di analisi da parte del gradito ospite del sodalizio culturale organizzatore. La conversazione, sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da mercoledì 28 gennaio.

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CAMBIAMENTO DELLA SPIRITUALITÀ IN EUROPA, PERCHÉ LA RELIGIONE DEI NATIVI AMERICANI NON È DEGENERATA

CAMBIAMENTO DELLA SPIRITUALITÀ IN EUROPA, PERCHÉ LA RELIGIONE DEI NATIVI AMERICANI NON È DEGENERATA

La perdita dell'equità e la degenerazione della spiritualità sono due facce della stessa medaglia, due fiumi inquinati che scorrono dalla stessa sorgente: la piramide del dominio; per troppo tempo ci hanno narrato la religione come un balsamo per l'anima quando invece per gran parte della storia umana recente essa è stata uno strumento creato per plasmare burattini obbedienti e funzionali al sistema, ma non è sempre stato così. Se volgiamo lo sguardo indietro verso il Paleolitico e il Neolitico scopriamo un rapporto con il sacro così autentico da sembrare un sogno; in quelle comunità l'uguaglianza non era un'utopia, era la realtà, non esistevano élite, le risorse erano un bene comune e la condivisione era il respiro stesso della collettività; in un simile contesto di orizzontalità la religione non poteva essere uno strumento di omologazione perché mancavano i padroni in terra per forgiare quelli in cielo. Le Divinità di quel tempo non erano spettatori giudicanti e distanti, non erano tiranni celesti pronti a sferrare castighi, erano presenze vicine, energie vitali dotate di coscienza che pulsavano in ogni cosa, nel fuoco, nel vento, negli animali, nel raccolto e nell’essere umano stesso; gli Dei erano compagni di viaggio, non carcerieri e i rituali non erano obblighi dettati dalla paura ma espressioni spontanee di gratitudine verso le Divinità; si danzava per il piacere di danzare, si narravano miti che intrecciavano i nostri passi a quelli degli animali e delle stelle, la spiritualità era una forza unificante, il collante di una comunità libera che rifletteva la sua armonia sociale nel suo rapporto armonioso con il Divino. Poi qualcosa si incrinò, se prendiamo il periodo greco romano già qui la spiritualità aveva subito una certa torsione; se da un lato non era c’era ancora il sistema dogmatico e colpevolizzante che sarebbe venuto dopo, le figure degli Dei furono stravolte, gli Dei non cambiarono nella loro essenza, erano sempre loro ma il loro volto fu sfregiato; le élite, assetate di controllo, compresero che la religione poteva diventare uno strumento al loro servizio, avevano bisogno di una spiritualità che giustificasse l'ingiustizia che avevano creato e così trasformarono gli Dei in versioni celesti di loro stessi: potenti, capricciosi e vendicativi; instillarono l'idea che il rapporto con il Divino fosse gerarchico e basato sull'obbedienza rituale, chi si sottraeva dalla partecipazione ai riti non era un libero pensatore, era un traditore; la religione, un tempo fonte di ispirazione e di sviluppo personale e collettivo era già diventata una catena invisibile anche se non ancora del tutto serrata. Ma la fiamma della vera spiritualità non si spense, nel periodo greco romano molti rifiutarono la visione distorta della religione tradizionale; filosofi come Epicuro, Lucrezio e Plinio sbeffeggiavano l'idea di Dei interventisti e punitivi proponendo una spiritualità basata sulla serenità interiore e sulla liberazione dalle paure; accanto a loro prosperarono i sentieri di alcuni culti misterici come quelli di Dioniso che non erano ritrovi per ubriaconi come molti pensano ma luoghi dove veniva offerta agli iniziati un'esperienza trasformativa di se stessi, un percorso di crescita interiore che sfuggiva al controllo dei potenti, erano voci di resistenza, baluardi contro l'appiattimento spirituale. Poi arrivò il colpo di grazia: l’avvento del cristianesimo come culto di stato; con il monoteismo la spiritualità fu definitivamente monopolizzata e messa in catene, il pluralismo vitale del paganesimo fu schiacciato sotto il tallone di un unico Dio onnipotente e legislatore; non più forze immanenti ma un sovrano trascendente, le sue leggi si sovrapposero a quelle umane santificando l'ordine costituito; la paura dell'inferno e la lusinga del paradiso divennero i perfetti strumenti di controllo sociale, non è un caso che le virtù imposte da questo nuovo sistema fossero l'obbedienza, l'umiltà, la rassegnazione, la sottomissione e la sofferenza; il loro scopo era palese: forgiare schiavi devoti, perfetti ingranaggi per una macchina sociale piramidale; la spiritualità autentica, quella che libera, era apparentemente morta e al suo posto sorgeva un apparato di oppressione psicologica e sociale. Eppure questa degenerazione non è un destino ineluttabile, se guardiamo le società dei Nativi Americani prima del genocidio europeo vediamo comunità egalitarie dove il potere era orizzontale e basato sul consenso; qui la Divinità conosciuta come Grande Spirito o Grande Mistero non è mai diventata un mostro giudicante, ci chiediamo perché questa trasformazione non è mai avvenuta? Sicuramente perché non esisteva un monarca assoluto in terra che avesse bisogno del suo corrispettivo in cielo, in una società senza classi dominanti non c'è nessuno che abbia l'interesse o il potere di sfregiare il volto del Divino, la spiritualità rimane una presenza immanente, un legame di armonia con tutto il vivente. La conclusione è che la degenerazione della religione non è una questione teologica, è una questione di potere; dove regnano l'uguaglianza e l'armonia la spiritualità conserva la sua purezza originaria mentre dove si erge la piramide del dominio essa viene distorta, imbruttita e messa al servizio degli oppressori. Sfregiare il volto degli Dei per rendere schiavi gli esseri umani e seminare afflizione è il peggiore dei sacrilegi mentre strappare via queste catene dentro di noi e nella società e far si che le energie Divine tornino a fluire liberamente anche nell’essere umano è il miglior modo per venerare gli Dei, è il ritorno al fuoco sacro della religione originale, è la riconquista di una spiritualità che non chiede obbedienza ma offre #libertà.

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Instant Classic: il ruggito del domani che abita già qui

Instant Classic: il ruggito del domani che abita già qui

C’è un momento preciso, quasi impercettibile, in cui una macchina smette di essere un semplice insieme di lamiere, bulloni e calcoli ingegneristici per trasformarsi in un oggetto del desiderio. Non serve aspettare trent’anni, non serve il bollo ridotto o la targa sbiadita dal tempo. Esistono creature meccaniche che nascono già con la schiena dritta, con lo sguardo rivolto a un futuro che sembrano aver già masticato e digerito. Le chiamiamo Instant Classic, un ossimoro che profuma di gomma bruciata e intuito. Entrare nel garage virtuale di Leggende su strada leggendesustrada.altervista.org/category/instant-classic-leccellenza-del-futuro-da-collezione significa fare un viaggio tra quelle eccellenze che oggi si comprano in concessionaria, ma che domani saranno battute all'asta tra sospiri e rilanci folli. È una questione di anima, direbbe qualcuno. O forse di coerenza. Perché una Instant Classic non cerca di compiacere tutti; cerca di colpire allo stomaco chi sa ancora distinguere un cambio che asseconda il polso da un software che decide per te. Sono auto che hanno il coraggio di essere scomode, magari rumorose, certamente fuori dal coro. Rappresentano l’ultimo baluardo di una resistenza meccanica in un mondo che corre verso il silenzio elettrico. Eppure, proprio in questa loro ostinazione risiede il valore collezionistico. C’è dentro il genio di chi ha osato una linea azzardata, la sapienza di chi ha tarato un assetto per farci sentire la strada fin dentro le vertebre, la visione di chi sa che l’esclusività non è solo un prezzo di listino, ma una promessa di eternità. Su My101 vogliamo celebrare questo paradosso temporale. Perché guardare a queste auto significa allenare l’occhio al bello che non scade. Sono investimenti per il cuore, prima che per il portafogli. Raccontano storie di ingegneri che hanno lavorato di notte e di designer che hanno sognato forme proibite. Se volete scoprire quali sono i pezzi pregiati che scriveranno la storia del prossimo decennio, non vi resta che approfondire questa selezione di eccellenza. Il futuro, dopotutto, è una strada che stiamo già percorrendo.

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Voglio aperta la vagina

Voglio aperta la vagina

Mostro con orgoglio e vanto la mia vagina rosa liscia e aperta pronta per farsi penetrare da più piselli possibili

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