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“L’invisibile filo rosso” un film di Alessandro Bencivenga

“L’invisibile filo rosso” un film di  Alessandro Bencivenga

“L’invisibile filo rosso” è un film che nasce da un’urgenza, da una ferita ancora aperta nella memoria italiana, e Massimo Bonetti lo racconta con la calma di chi ha attraversato davvero quel dolore. Nelle sue parole si percepisce subito che questa non è un’intervista qualunque: è un viaggio dentro un frammento di storia che Alessandro Bencivenga ha voluto riportare alla luce con una sensibilità rara. Il manicomio di Pergine, le vite spezzate, le ingiustizie taciute, l’ascesa di un giovane Mussolini ancora in bilico tra ideali e incendi interiori: tutto torna a respirare attraverso il personaggio di Giovanni Anesini, interpretato da Bonetti con una lucidità che fa male. Questa introduzione è il varco: da qui si entra in un racconto che parla di memoria, di coscienza, di cinema come atto necessario. Ci può fare una breve introduzione de “L’Invisibile filo rosso”? “L’invisibile filo rosso” nasce dalla volontà di quello che considero un grande regista, Alessandro Bencivenga, che sentiva l’esigenza profonda di raccontare questa storia. Leggendone il copione, l’ho trovata davvero molto interessante: un frammento di storia italiana che mostra l’ascesa del giovane Mussolini e i soprusi che segnavano quel periodo. In questo contesto si inseriscono figure come il mio personaggio, Giovanni Anesini, internato in manicomio solo perché contrario alle istituzioni. Una condanna ingiusta che lo ha costretto a trascorrere vent’anni rinchiuso, fino alla morte. Il film attraversa queste vite spezzate, restituendo voce a chi è stato messo a tacere. Ed è una storia bellissima anche perché, in fondo, è attuale. Io l’ho percepita così: attuale nelle dinamiche, nelle contraddizioni, nelle fragilità dell’uomo. Oltre alla figura di un Mussolini venticinquenne davvero straordinaria da osservare nel suo nascere politico, prima vicino al socialismo, accanto a Cesare Battisti, e poi progressivamente trascinato dalle sue idee “incendiarie”, fino ad abbandonare completamente quei principi iniziali. Può parlarci del suo personaggio? Che ruolo ha nella storia? Interpreto Giovanni Anesini, l’uomo che ha avuto il coraggio di andare contro il governo per difendere Cesare Battisti, di cui era il braccio destro. È proprio questo gesto a segnare il suo destino: da lì nasce lo sfogo, la frattura, l’ingiustizia che lo porta a essere internato nel manicomio di Pergine. Nel film, Anesini incontra un nuovo infermiere arrivato dall’isola d’Ischia, un ragazzo napoletano che inizia il suo servizio proprio in quel luogo duro e chiuso. Viene accolto dal direttore del manicomio, interpretato in maniera eccezionale da Antonio Catania, che lo mette subito davanti alla realtà: “Qui sono tutti matti, nessuno ti darà tormento, ma stai attento perché è tutto pericoloso.” E invece, proprio lì, l’infermiere si imbatte in me, in Giovanni Anesini. Attraverso le domande, l’ascolto e un dialogo costante, comincia a intuire che Anesini non ha nulla del folle: ha sentimenti lucidi, pensieri ordinati, una sofferenza che non è malattia ma ingiustizia. Così va dal direttore e gli dice che, secondo lui, Anesini meriterebbe una verifica. Ma il direttore, fermo nella sua posizione, ribadisce: “No. Quello è matto. Quello è fuori di testa.” Ed è qui che ho trovato la storia attuale: perché ancora oggi esistono persone che scontano pene ingiuste, che vengono etichettate o rinchiuse senza una vera ragione. Anesini non era un criminale, non era un pazzo: era un uomo punito per le sue idee. Per questo ho trovato questa storia bellissima, potente, necessaria. E non ho avuto alcuna esitazione ad accettare il ruolo di Anesini. ho interpretato questo personaggio senza lasciar spazio all’idea che potesse essere “contaminato” dalla pazzia. La sua sofferenza è profonda, straziante, ma non lo priva mai della lucidità. Anzi: ciò che lo rende davvero drammatico è proprio questa capacità di restare vigile, consapevole, mentalmente presente nonostante il dolore che lo attraversa. È un uomo che soffre senza perdere la sua coscienza, che vive una frattura interiore ma continua a mantenere un ordine, una logica, una visione. Ed è proprio questa tensione ,tra tormento e lucidità, che amplifica la sua tragedia e lo rende un personaggio ancora più potente. A sei mesi dall’uscita, che riscontro ha avuto il film? Come ha reagito il pubblico nel tempo? Il film è stato presentato a Venezia nella sezione Bridge, dove ha ottenuto un ottimo riscontro. Successivamente è uscito nelle sale, dove è tuttora in programmazione, e viaggia con un incasso di 1.000–1.500 euro a serata. Per un’opera indipendente, con una tematica così complessa e lontana dalla leggerezza di una commedia, è un risultato straordinario. Per me è davvero un trionfo, e ci tengo a sottolinearlo. Quale esigenza narrativa ha portato il regista a costruire un film centrato su un tema così sottile e complesso? Il bisogno di riportare alla luce i fatti e le ingiustizie di quel periodo. Forse era rimasto un po’ nell’ombra, ma Alessandro Bencivenga, con la sua sensibilità, ha voluto riportarlo alla luce. Ha svolto una ricerca accurata negli archivi di Trento, perché Giovanni Anesini era originario di quelle zone, e ha scoperto questa vicenda profondamente ingiusta. Da lì è nata la volontà di portarla al cinema. Per me è qualcosa di straordinario: raccontare la sofferenza di un essere umano in modo così poetico, così rispettoso, come è riuscito a fare lui. È questo che rende il progetto speciale. Devo dire che da parte mia a livello attoriale c'è stata un'infinita soddisfazione. Nel film, il “filo rosso” diventa un simbolo potentissimo: secondo lei, cosa rappresenta davvero questa connessione invisibile tra le sofferenze dei personaggi e in che modo Anesini ne diventa il custode emotivo? Nel film, l’invisibile filo rosso rappresenta la sofferenza che attraversa i personaggi e li unisce, anche quando le loro storie sembrano lontane. Le vicende del figlio non riconosciuto di Mussolini, di Ida Dalser e di tutte le figure segnate da ingiustizie e abbandoni trovano un punto di contatto proprio attraverso Anesini, che diventa la sorta di “custode” di queste ferite. Nel finale, quando il direttore rovescia il letto di Anesini in un momento drammatico, emerge un filo rosso che collega le fotografie di tutti i protagonisti: un gesto visivo che rivela come le loro vite, pur diverse, siano legate dalla stessa radice di dolore. Quel filo non è solo un oggetto: è il simbolo della sofferenza condivisa, della memoria che li accomuna, del destino che li intreccia. Può parlarci del cast e del contributo che ciascun interprete ha portato alla costruzione emotiva e narrativa del film? Il cast è davvero straordinario e ogni interprete porta un tassello essenziale alla storia. Ornella Muti in un’interpretazione straordinaria di Ida Dalser, una delle amanti di Benito Mussolini. Antonio Catania dà volto e autorità a Moritz Calentzer, il direttore del manicomio. Poi c’è Paco De Rosa, che interpreta il giovane infermiere Gennaro Mazzella: è lui il vero trait d’union della vicenda, il filo che attraversa tutti i personaggi. Attraverso il suo sguardo e i suoi incontri, lo spettatore scopre le storie, le ferite e le verità nascoste di ciascuno. In un certo senso, è proprio lui il “filo rosso” che collega gli interpreti, perché grazie alla sua presenza emergono le identità e le sofferenze che il film vuole riportare alla luce. Francesco Villa interpreta questo “Napoleone” perché, come sottolinea Alessandro Bencivenga con grande sensibilità, non esiste manicomio senza Napoleone. In ogni epoca, in ogni storia, in qualsiasi istituto psichiatrico del mondo, c’è sempre stato qualcuno convinto di essere lui. Bencivenga gioca con questo elemento in modo sottile, quasi nascosto: non è un’ironia evidente, non è una caricatura, ma un dettaglio che aggiunge verità alla narrazione. Io l’ho colto subito, perché sembra un luogo comune, ogni volta che si parla di manicomi spunta “quello che fa Napoleone”, ma qui diventa un segno delicato, un piccolo simbolo che arricchisce il racconto senza mai sovrastarlo. Poi c’è anche Lello Arena, che dà vita a Poduccio, il “pazzo del villaggio”, una figura fragile e affettuosa. È molto legato a Gennaro Mazzella, e quando parte per prendere servizio al manicomio di Pergine, Poduccio si sente improvvisamente solo, quasi tradito. Quel momento rivela tutta la sua natura sensibile. Poduccio è un personaggio romantico, un’anima buona che fa da contrappunto alla durezza della storia. Porta leggerezza, calore, un tocco umano che smorza la tensione nei momenti più cupi. E Lello Arena, con la sua esperienza e la sua finezza interpretativa, lascia un segno importante nel film, dando a questo ruolo una profondità che arricchisce l’intero racconto. A seguire Gino Rivieccio interpreta Bruno Mazzella, Rosario Terranova veste i panni di Benito Mussolini, Alfredo Cozzolino che interpreta uno dei matti con intensità e Luca Ward presta la sua voce come narratore. Un cast degno di nota e una colonna sonora da brividi firmata da Giovanni Block, impreziosita dalla tromba di Nello Salza e da un omaggio a Ennio Morricone. Sceneggiatura scritta da Irene Cocco e Alessandro Bencivenga con la preziosa supervisione di Giacomo Scarpelli. A completare l’impianto visivo del film, la direzione della fotografia è affidata a Giorgio Fracassi, che ne definisce atmosfera e profondità. Vorrei aggiungere che queste idee, questo modo di fare cinema, e la bravura di Alessandro Bencivenga, evidente, palese, basta vedere il film per rendersene conto, meriterebbero molto più sostegno da parte di chi gestisce il sistema cinematografico. E invece si fa fatica. Si fa fatica perché i finanziamenti, tra ministero, tax credit e contributi vari, finiscono spesso a opere francamente modeste, film che non hanno nulla da dire, mentre non si presta attenzione a chi vuole fare cinema serio, importante, capace di trovare davvero un riscontro nel pubblico. La cosa più paradossale è che questi soldi vanno a registi e attori che collezionano flop al botteghino, convinti di aver trovato la “gallina dalle uova d’oro” con idee deboli, mentre il cinema, quello vero, è fatto di sentimenti, di soprusi raccontati con onestà, di storie che meritano di essere portate alla luce. Questo è il cinema con la C maiuscola, ma è proprio quello che non viene sostenuto. Per questo il coraggio di Silvestro Marino è fondamentale: ha creduto nel film, ha investito di tasca propria, e ha permesso la nascita di un’opera indipendente, privata, che oggi sta ottenendo un riscontro concreto al botteghino. Servirebbero più produttori come lui, con la stessa visione e la stessa fiducia nel talento, sostenuti però dalle istituzioni cinematografiche, che invece continuano a prendere altre strade. È un problema che riguarda tutto il settore: si inseguono le cose più “leggere”, quelle che definiscono innovative, ma che in realtà non portano nulla. Si rincorre l’incasso immediato, dimenticando che il cinema è prima di tutto una forma d’arte. Un film si fa per coscienza, per verità, per bravura degli attori, del regista, di chi lo scrive. Se lavori così, hai l’anima a posto, e spesso il film incassa anche. Ma se costruisci trappole, se pensi di riempire la sala con il personaggio uscito dal reality o con la youtuber di turno, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: flop, uno dietro l’altro. In sintesi: bisognerebbe dare spazio e ascolto al talento. Talento degli attori, dello sceneggiatore, del regista. Se arriva una storia forte, sostenuta da professionisti veri, la si produce. Se arriva una storia affidata a chi non ha esperienza, ma solo followers, allora si dovrebbe avere il coraggio di dire no. Perché questo non è il cinema italiano. Il cinema italiano è altro. L’invisibile filo rosso non è solo un film, è un gesto di coraggio. È la dimostrazione che il cinema può ancora essere un luogo dove le storie contano più dei numeri, dove la verità pesa più dei followers, dove la dignità di un personaggio vale più di qualsiasi strategia di mercato. Massimo Bonetti lo dice senza giri di parole: il talento va ascoltato, sostenuto, protetto. E il lavoro di Alessandro Bencivenga, insieme alla scelta coraggiosa di Silvestro Marino di produrre un’opera indipendente, diventa un esempio di ciò che il cinema italiano potrebbe essere se tornasse a credere davvero nelle storie che hanno qualcosa da dire. Alla fine, ciò che rimane è un invito: guardare questo film non solo come spettatori, ma come custodi di una memoria che merita di essere restituita. Perché certe storie, quando finalmente trovano voce, non si dimenticano più. Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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Il suono di T.N.Y. riparte da un incontro inatteso con Awa Fall e Ivan Stray

Il suono di T.N.Y. riparte da un incontro inatteso con Awa Fall e Ivan Stray

Cosa succede quando anche chi conosce benissimo l’industria musicale sente il bisogno di sottrarsi alla dittatura della misurabilità? Una possibile risposta arriva con “Solo Noi”, il nuovo singolo del producer platinum certified T.N.Y. feat. Awa Fall & Ivan Stray, disponibile da venerdì 10 luglio. Antonio Colangelo, in arte T.N.Y., questo mercato lo conosce da oltre trent’anni. Dal 1993 lavora come dj, musicista, produttore e ingegnere del suono; ha firmato produzioni, mix e arrangiamenti per artisti come Articolo 31, J-Ax, Tiziano Ferro e Spagna, e ha visto i propri lavori uscire per realtà discografiche internazionali. Nel suo percorso ci sono anche numerose certificazioni: il disco d’oro per la produzione di “Un Bel Viaggio”, con cui gli Articolo 31 sono tornati al Festival di Sanremo nel 2023, il disco d’oro per quattro brani dell’album “Protomaranza” e il disco di platino per “Fiesta” di J-Ax. “Solo Noi” nasce quindi da un produttore che non parla dei numeri come se non li avesse mai incontrati. Li conosce, li ha visti crescere e diventare parte naturale del lavoro, ma, proprio per questo, ha scelto di pubblicare un brano nato in studio quasi per caso, senza partire da un’idea già orientata al rendimento. E questa decisione non arriva come un rifiuto del mercato, né come presa di distanza da un sistema di cui fanno parte artisti, produttori, etichette, piattaforme, media, uffici stampa e pubblico. È, piuttosto, il tentativo di riportare, almeno per una canzone, la musica prima della prestazione, la creatività prima del business, il brano prima della sua possibile resa. Il tutto, in un momento storico e in una stagione – l’estate - in cui la musica sembra dover dimostrare il proprio valore prima ancora di essere ascoltata. Il brano nasce durante una sessione con Awa Fall, tra le voci reggae italiane più riconosciute anche fuori dai confini nazionali. L’artista era arrivata in studio per registrare un altro pezzo; T.N.Y. le fa ascoltare una base, l’intuizione prende forma e da quel momento “Solo Noi” comincia a diventare qualcosa di diverso da una collaborazione creata a tavolino. Awa Fall non è una voce chiamata semplicemente ad arricchire una produzione. Nata a Bergamo da padre senegalese e madre italiana, attiva fin da giovanissima tra reggae, soul, r’n’b, blues e rap, ha portato la propria cifra su palchi e festival internazionali, consolidando negli anni un percorso fortemente legato al roots reggae e a una dimensione live che l’ha resa una delle interpreti più autorevoli della scena reggae italiana. Proprio per questo, la sua presenza in “Solo Noi” diventa uno degli elementi più interessanti: abituata a cantare prevalentemente in lingua inglese e a muoversi all’interno della scena reggae, qui Awa Fall sceglie l’italiano, entra in una scrittura sentimentale e si confronta con una produzione che unisce elettronica e urban-pop. Un cambio d’abito che non cancella la sua identità, ma la porta in un contesto meno atteso, dove la voce resta caratterizzante e, allo stesso tempo, mostra una sfumatura diversa del suo modo di interpretare. Ivan Stray, giovane rapper di Luino, cresciuto artisticamente tra il Nord Italia e il Molise, arriva nel pezzo spostandolo fuori dalla sola storia d’amore. Nelle sue barre il rapporto tra due persone diventa anche il ricordo di ciò che hanno attraversato: ferite, buio - «Siamo il risultato di ferite, sangue, lacrime» - e la sensazione di esserci stati davvero, anche quando chi avevano intorno preferiva non farlo - «Quando tutto va bene chiamano in tanti, ma eravamo solo noi quando il buio era davanti». Da lì, il brano smette di raccontare soltanto un legame e comincia a descriverne gli effetti fisici, sul modo stesso di restare aggrappati a qualcuno. Arterie svuotate, male compresso nella voce, gardenie ridotte in cenere, pupille di benzina, supernove che esplodono nel corpo, pensieri in cui si affoga in metro. E il deserto del Gobi, richiamato più volte, che diventa il luogo simbolico di una fame affettiva estrema: desiderare qualcuno «come una goccia d’acqua nel deserto del Gobi» significa portare il sentimento in una zona di pura necessità, in cui l’amore non è soltanto scelta, ma sete e ostinazione. La produzione di T.N.Y. avvolge perfettamente la vocalità magnetica di Awa Fall e l’intervento street di Ivan Stray, coniugando la mano di un produttore abituato a trattare il suono come materia tecnica e una sensibilità interpretativa che mette ogni elemento al posto giusto. Non è casuale che Colangelo arrivi anche da una formazione in architettura, oltre che da un diploma in sound engineering e mastering: nel brano si percepisce una cura dello spazio sonoro, dei pieni e dei vuoti, delle entrate vocali e delle aperture dinamiche. In un mercato che spesso chiede ai brani di essere già contenuto, già formato breve, già numeri potenziali prima ancora di essere musica, “Solo Noi” prova a ridare centralità alla canzone e al bisogno di tornare alla musica come luogo di rischio, incontro e libertà creativa.

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TRAMEZZINI DOLCI

Il tramezzino salato è nato ufficialmente a Torino in un locale agli inizi del novecento ed ha avuto una larga diffusione. Una variante tutta moderna è rappresentata dal tramezzino dolce usato spesso come dessert. Non esiste per questo il nome preciso di un inventore e non vi è una data di nascita certa. Tuttavia i creatori sono quelli della tradizione romana. Roma si può dire che è la culla dei tramezzini dolci nato nel novecento per evoluzione dell’uso del pan carrè, i tramezzini dolci si sono diffusi negli anni sessanta e ottanta, amati da impiegati, gitanti e scolaresche. Molti bar, gelaterie e pasticcerie storiche di Roma lo propongono in molte ghiotte varianti. Sono dolci pratici molto apprezzati dai consumatori, di facile digestione e uso, adatti per colazioni, merende e spuntini anche di bimbi e adolescenti. Il morbido pane carrè viene privato della crosta o si usa il pan di spagna, e farcito di solito con panna, o crema, nocciola, nutella, marmellata, ricotta, cioccolato, scaglie di cioccolato, cocco, crema alla arancia, persino mascarpone accompagnato anche da granella di nocciola o frutta fresca come lamponi, fragole, albicocche, mirtilli, kiwi. All’esterno si usa granella di cocco o di nocciola, noci, panna, scaglie di cioccolato, frutta candida , uva sultanina ecc. molte sono le creazioni originali e le varianti. La gelateria Fassi a Roma in via principe Eugenio ne ha fatto un prodotto simbolo molto amato dai turisti e cittadini, simbolo di romanità. Tuttavia anche a Milano ci sono gelaterie artigianali e punti vendita di questo prodotto dolciario. A Torino ci sono laboratori e negozi specializzati. A Napoli questi tramezzini sono venduti insieme ai dolci della tradizione locale come i babà e le sfogliatelle. A Verona alcune note caffetterie propongono ai clienti questo dolce. Il tramezzino dolce romano passerà alla storia e alla tradizione.

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CRITICA ALL'OMOLOGAZIONE NEL SISTEMA CAPITALISTA, COME VIVERE UN ESISTENZA AUTENTICA

CRITICA ALL'OMOLOGAZIONE NEL SISTEMA CAPITALISTA, COME VIVERE UN ESISTENZA AUTENTICA

Pensiamo ad un allevamento, migliaia di pecore tutte uguali, stesso cibo, stesso verso, stessa lana, stesso latte, una macchina biologica perfetta al servizio del pastore; ora guardiamoci intorno, la società in cui viviamo sta facendo la stessa cosa con gli esseri umani, ognuno di noi è unico e irripetibile per natura eppure il sistema capitalista ci ha omologati, ci ha resi tutti uguali nei desideri, nei pensieri, nei comportamenti; ha creato l'uomo standard. Il modello ideale di quest'uomo è la persona che passa la vita tra casa, lavoro e consumo, è obbediente all'autorità, sottomesso, dedica dieci o dodici ore al giorno al lavoro salariato e il tempo che avanza lo spende comprando cose inutili; è una vita a circuito chiuso: produci, consumi, produci, consumi; quello che descrivo non è una teoria del complotto, è già sotto i nostri occhi. Ma come si fabbrica un essere umano così? Il sistema ha tre strumenti potenti che modellano le nostre menti fin da bambini. Il primo strumento che il sistema utilizza per omologarci è la scuola e qui dobbiamo fare una premessa importante, non sto dicendo che tutti gli insegnanti sono cattivi, ci sono insegnanti che cercano di fare il bene dei loro studenti, che li incoraggiano a pensare con la propria testa, che li aiutano a scoprire le loro passioni ma questi purtroppo sono casi isolati, sono eccezioni che confermano la regola che la scuola, così com'è strutturata, è una fabbrica di futuri lavoratori; questa fabbrica si è evoluta nel tempo, non produce più operai come una volta, quelli che passavano quarant'anni nella stessa fabbrica a fare lo stesso gesto, il capitalismo di oggi ha bisogno di un prodotto diverso: il lavoratore flessibile, precario, sottomesso, disposto a tutto pur di non perdere il posto. Per capire come la scuola riesca a produrre questo tipo di essere umano dobbiamo guardare a ciò che insegna, non nei programmi ufficiali ma nel modo di relazionarsi con gli altri, la scuola insegna che l'obbedienza all'autorità è la virtù più importante, il bambino deve stare seduto quando glie lo dicono, deve alzarsi quando gli viene detto, deve parlare quando glie lo dicono, deve fare i compiti che gli vengono assegnati, deve imparare ciò che gli viene imposto, non importa se ciò che studia gli sarà utile quando inizierà a lavorare o se non gli servirà assolutamente a niente; chi non obbedisce, chi trasgredisce, viene punito, le punizioni nel tempo sono cambiate ma la loro essenza è sempre la stessa; quando i miei genitori erano piccoli usavano le bastonate sulle mani, quando io andavo alle scuole elementari c'erano gli spintoni e gli schiaffi, il dolore fisico era uno strumento di disciplina, oggi la violenza fisica è stata in gran parte sostituita con violenze più sottili, più psicologiche, oggi si usano le etichette, dicono che un bambino è iperattivo, che l’altro è dislessico sapendo bene che queste parole nuocciono al benessere della persona; oltre a questo si usa la pressione del gruppo, se non sei bravo come gli altri, se non sei ubbidiente vieni isolato, preso in giro, escluso; l’etichetta psicologica e la pressione sociale sono i nuovi strumenti di disciplina ma la finalità è sempre la stessa: mettere in ginocchio i bambini davanti all'insegnante. La maestra, nel contesto scolastico, rappresenta l'autorità, è la prima figura di potere che il bambino incontra fuori dalla famiglia; se impara che deve chinare la testa davanti all'insegnante, se impara che il maestro ha sempre ragione anche quando sembra che abbia torto, se impara che disobbedire è sbagliato e comporta delle conseguenze allora, una volta cresciuto, farà la stessa cosa con l'imprenditore, con il capo ufficio, con il dirigente, con il poliziotto, si metterà in ginocchio automaticamente senza pensarci perché è stato addestrato a farlo fin dall'infanzia; il gesto di chinare la testa diventa un riflesso condizionato, come il cane di Pavlov che saliva quando sentiva il campanello. La scuola non insegna solo l'obbedienza, insegna anche un'altra lezione altrettanto importante per il sistema: la flessibilità; oggi dicono ai ragazzi che dovranno essere flessibili, adattarsi a qualsiasi lavoro, che dovranno essere pronti a cambiarne anche dieci nella vita; sembra un consiglio saggio ma in realtà è un comando, è la voce del sistema che dice: "Preparatevi ad essere sfruttati in qualsiasi modo, in qualsiasi momento, in qualsiasi posto perché se non lo farete voi ci sarà qualcun altro che lo farà al posto vostro.” La scuola, per rendere questo messaggio ancora più efficace, insegna anche che la colpa è sempre di chi subisce; dicono ai ragazzi che i sottopagati non hanno soldi per colpa loro, gli dicono che i disoccupati non hanno lavoro per colpa loro, perché non hanno studiato o non si sono dati da fare e così i ragazzi crescono pensando che se non ce la fanno è solo colpa loro, che devono essere grati per qualsiasi lavoro, anche il più umiliante, anche il più sfruttato. Nessuno a scuola racconta la verità, nessuno racconta che l'imprenditore che dice al disoccupato che non ha lavoro poche ore dopo minaccia i dipendenti per farli restare a fare gli straordinari in nero per pochi euro; nessuno racconta che nelle piccole e medie imprese italiane, dove i sindacati non entrano, i diritti dei lavoratori valgono meno della carta dove sono scritti e lo sfruttamento è all'ordine del giorno, nessuno gli racconta che essere un precario flessibile non è una scelta ma una condanna, nessuno racconta che il mercato del lavoro è strutturato apposta in modo tale che ci siano più lavoratori che posti di lavoro così da tenere tutti con l'acqua alla gola e far accettare qualsiasi condizione. Il secondo strumento che il sistema utilizza per omologarci sono le religioni monoteiste istituzionalizzate e anche qui, come per la scuola, dobbiamo fare una premessa importante, non sto parlando di quel sentimento personale che molte persone provano verso il Divino, non sto parlando della spiritualità o dei testi sacri, voglio parlare delle religioni istituzionalizzate, quindi di quelle organizzazioni che hanno una gerarchia, un capo, delle regole rigide e immutabili, parlo di quelle strutture conosciute da tutti che hanno potere, danaro e influenza politica. Non è un caso che queste strutture siano finanziate dallo stato, i politici sanno bene che la religione, se ben usata, è uno strumento potentissimo di controllo sociale, è molto più efficace della polizia o dell'esercito perché agisce dall'interno, nelle coscienze, fa sì che le persone si controllino da sole senza bisogno che qualcuno le controlli dall'esterno. Il messaggio fondamentale che queste organizzazioni trasmettono, spesso interpretando a modo loro i testi sacri, è che esiste un Dio a cui dobbiamo sottometterci, un Dio onnipotente che ha creato il mondo e che ha stabilito delle regole precise su come dobbiamo vivere, regole su cosa mangiare, come vestirci, con chi stare, cosa fare, cosa non fare, persino su come pensare e i rappresentanti di questo Dio sulla Terra sono i sacerdoti monoteisti, gli imam e i rabbini; loro sono i suoi portavoce, i suoi interpreti, loro hanno la presunzione di sapere cosa Dio vuole e noi dobbiamo ascoltarli e obbedire perché se disobbediamo a loro disobbediamo a Dio stesso. Questo modo di pensare crea la psicologia del suddito, l’insegnamento è che c'è sempre qualcuno più in alto di noi, qualcuno a cui dobbiamo inchinarci, qualcuno che sa meglio di noi cosa è giusto e cosa è sbagliato, prima Dio, poi il sacerdote, poi il padre, poi il padrone, poi lo stato, una catena di comando che parte dal cielo e arriva fino al capo ufficio; ci hanno insegnato una cosa assurda, ci hanno detto che la persona vicina a Dio è quella che accetta questa catena, che si sottomette, che non fa domande, che obbedisce; tutto questo crea la psicologia perfetta per chi dovrà fare l'impiegato o l'operaio perché l'operaio che ha imparato a chinare il capo davanti al sacerdote chinerà il capo anche davanti all'imprenditore. E poi c'è l'insegnamento della sopportazione, i vari imam, rabbini e sacerdoti monoteisti insegnano che bisogna sopportare, che bisogna accettare la propria sofferenza, insegnano che chi è prepotente alla fine sarà punito da Dio quindi non dobbiamo ribellarci, non dobbiamo lottare, dobbiamo sopportare, pregare, e aspettare che sia Dio a fare giustizia; invece di dirci di lottare per un'esistenza migliore qui e ora, in questa vita, sulla questa terra, ci dicono che il dolore è la chiave per arrivare in paradiso; con questo insegnamento l'energia per il cambiamento sociale viene deviata verso una speranza lontana, invece di lottare per avere salari più giusti, condizioni di lavoro migliori e una vita più dignitosa le persone vengono incoraggiate a sopportare, a sperare che dopo la morte arrivi la ricompensa. Sopra ho detto che le religioni monoteiste istituzionalizzate sono strumenti di omologazione ma sarebbe sbagliato pensare che questo difetto appartenga solo a loro, nel secolo scorso il paganesimo è rinato come cammino di libertà ma, come pagano politeista, devo riconoscere che in passato ha avuto la sua fase oscura e di danni non ne ha fatti pochi; all'inizio era una spiritualità vissuta, non imposta, che nasceva dal basso, ma poi in alcune parti de mondo, quando i sacerdoti hanno acquisito potere politico, quando i templi sono diventati centri di ricchezza e di controllo, allora anche il paganesimo è diventato uno strumento di omologazione; la storia ci insegna che il danaro e il potere uccidono la spiritualità. Se scuola e religione formano individui remissivi, la pubblicità fabbrica consumatori passivi, ci illudono che la felicità e la realizzazione personale si ottengano acquistando merci, in questa società l'unicità è vista come un difetto ma attenzione, il sistema è furbo, non ci dice che dobbiamo essere uguali agli altri perché sarebbe troppo evidente, ci illudono che possiamo esprimere la nostra unicità attraverso ciò che compriamo anziché attraverso ciò che siamo; il sistema non ci dice "compra solo queste scarpe" perché sarebbe troppo palese, ci dice invece: "Scegli tra Adidas, Lotto, Nike, Puma o altre marche, scegli tu il colore e il modello ma compra."; La libertà che ci concedono è una libertà dentro il recinto mentre la libertà che non ci concedono è quella di non giocare al loro gioco quindi la libertà di dire: “Non mi serve” senza sentirci degli emarginati; se indossiamo vestiti sbiaditi o rifiutiamo le bibite e beviamo solo acqua del rubinetto o succhi di frutta succede che i colleghi e gli amici ci prendono in giro, il sistema ha costruito un meccanismo psicologico potentissimo: la vergogna sociale, la vergogna ci sussurra che se non compri quello che comprano tutti sei un fallito, sei fuori dal mondo, sei un poveraccio; a questo punto, pur sapendo che non abbiamo bisogno di quella maglietta la compriamo, pur sapendo che il nostro telefono funziona benissimo lo buttiamo per acquistare l’ultimo modello ma non perché desideriamo veramente quei prodotti, perché abbiamo paura di essere giudicati e di poter essere esclusi dal gruppo. Tutta questa omologazione è un lento suicidio dell'anima, ci spegne, ci priva della cosa più preziosa: la possibilità di scegliere chi vogliamo essere; il sistema sceglie per noi i sogni che dobbiamo inseguire, sono sogni di possesso, di apparenza, di status ma quando li raggiungiamo sentiamo un grande vuoto dentro di noi perché quegli obiettivi non erano veramente nostri, correre dietro alle aspirazioni di un altro è la ricetta perfetta per l'infelicità. Svegliarsi da questo sonno, rifiutare il ruolo di pecora del gregge e vivere una vita che sia davvero nostra è il primo passo per ritrovare se stessi ma un rifiuto totale e visibile ci farebbe sbattere contro un muro, il sistema non perdona chi esce dal recinto in piena luce, per questo, secondo me, il sentiero giusto è quello della tattica del guerriero spirituale; dovremmo indossare una maschera, fingere di far parte del gregge, illudere gli altri e il sistema stesso che ne facciamo parte e allo stesso tempo staccarci e magari invitare gli amici più fidati con le nostre stesse idee a seguire il nostro sentiero; riporto qui sotto sei strategie che secondo me sono le più importanti per uscire dal recinto. Secondo me per vivere una vita che sia davvero nostra il primo passo che dovremmo fare è porre a noi stessi una domanda, dovremmo chiederci se ciò che desideriamo lo vogliamo davvero o ce l'hanno venduto come tale; pensiamo per un momento a tutto ciò che desideriamo: il lavoro che sogniamo, la macchina che vorremmo, la casa che immaginiamo, il tipo di relazione che cerchiamo, i nostri hobby; dopo aver fatto questo chiediamoci se sono aspirazioni nostre o sono immagini che abbiamo visto così tante volte nei film, nelle pubblicità, nei discorsi dei genitori o degli amici e le abbiamo fatte nostre senza accorgercene. il sistema capitalista è furbo, non ci ordina di volere qualcosa ma, tramite la televisione e internet ci mette continuamente davanti agli occhi delle immagini di felicità legate a quelle cose, vediamo una persona sorridente su una macchina nuova, una famiglia felice in una casa enorme, un attore di successo dall’aspetto sereno con un certo tipo di vestiti, un uomo gioioso con una mazza di banconote tra le mani; vediamo queste immagini decine di volte ogni giorno e ad un certo punto il nostro cervello collega automaticamente un determinato bene materiale oppure una certa idea di famiglia alla felicità ma è una felicità presa in prestito, non nostra; molte persone scelgono una professione solo perché fa guadagnare bene, nella loro testa il danaro è legato alla felicità, tanti uomini e donne vanno in palestra per apparire muscolosi agli occhi degli altri anche se odiano fare quegli esercizi e preferirebbero osservare il tramonto in riva al mare, lo fanno perché ci hanno insegnato che essere attraenti rende felici, questo è vero ma non sempre i muscoli rendono una persona attraente. Per uscire da questo meccanismo può essere utile fare un viaggio all'indietro, tornare a quando eravamo bambini, quando non cercavamo ne uno status ne l’approvazione della società, quando nessuno ci diceva cosa eravamo obbligati a volere e cosa eravamo obbligati ad essere per sentirci accettati; dovremmo, per un attimo tornare a ragionare con quella mentalità che è stata messa a tacere dalle voci dei genitori, degli insegnanti, della televisione e chiederci quali sono i nostri desideri autentici. Il secondo passo riguarda il rapporto con i beni materiali, ciò che scrivo può sembrare un paradosso ma serve a non cadere in un dannoso sentiero estremo; alcune persone, quando capiscono il gioco del sistema capitalista, iniziano ad andare in giro in bicicletta, si vestono con vestiti sbiaditi, rifiutano gli smartphone e qualsiasi oggetto moderno ma questa è una trappola perché ci isolerebbe dal mondo inoltre il sistema è contento quando qualcuno si estremizza perché lo può additare come diverso; la vera sfida è quella di ridefinire il rapporto con i beni materiali senza rinunciarvi, dovremmo imparare a considerarli per quello che sono, quindi solo degli strumenti e allo stesso tempo dovremmo indossare la maschera di chi li considera simboli per non attirare l'attenzione del sistema e per non essere emarginati. Secondo me dovremmo tenerci la nostra bella auto, il nostro smartphone, il nostro computer, le scarpe comode ma non cambiamoli ogni anno se svolgono ancora la loro funzione e sono passabili agli occhi della gente; dovremmo fingere di essere interessati all’ultimo modello di smartphone, al nuovo Rolex, fingiamo di vantarci della nostra macchina e delle nostre scarpe firmate, tutto questo serve a non isolarci, a non diventare i diversi che tutti additano; è importante che mentre recitiamo, nella nostra testa, abbiamo bene chiaro che quelle cose sono solo strumenti, non sono la felicità, a volte sono degli strumenti che possono creare la felicità ma non definiscono una persona; il trucco consiste nel separare l'apparenza dalla sostanza; giochiamo al gioco delle apparenze ma ci focalizziamo sui nostri desideri veri e ci impegniamo per realizzarli; così facendo appariremo al mondo come pecore del gregge ma in realtà stiamo seguendo il nostro sentiero. Il terzo passo è quello che mette più paura perché ci sono di mezzo i soldi e senza di essi non si vive, parliamo del lavoro; dovremmo cercare di dedicare al lavoro solo il tempo necessario ma tutti sanno quanto questo obbiettivo sia difficile da raggiungere, sappiamo tutti che nelle piccole aziende del settore tessile si lavora undici ore al giorno, sappiamo tutti che nelle aziende agricole e nelle imprese edili in estate si lavora fino alle sette e mezza di sera; nelle grandi fabbriche, dove ci sono i sindacati, questi soprusi non avvengono ma nelle migliaia di piccole e medie aziende, che in Italia sono circa il novantanove per cento del totale, dei sindacati non c'è neanche l'ombra e le ingiustizie sono all’ordine del giorno. Allora che fare? La soluzione più radicale sarebbe crearsi il lavoro da soli, immaginiamo di riunire gli amici più fidati, quelli con cui condividiamo le stesse idee, possiamo mettere insieme le nostre competenze, i nostri risparmi, le nostre energie e fondare una cooperativa senza capi dove le decisioni si prendono insieme, dove i legami sono orizzontali e non gerarchici, un azienda dove il tempo dedicato al lavoro non è disumano e vergognoso ma è giusto, equilibrato e dignitoso. Tutto questo sembra un sogno, un'utopia e in parte lo è perché richiede competenze che, molte volte, lavorando nelle aziende del sistema capitalista che funzionano più o meno come delle catene di montaggio, non le abbiamo acquisite, ci hanno abituati ad avvitare le solite dieci viti, a tagliare i soliti pezzi di legno; creare una cooperativa richiede coraggio e un progetto solido nelle teste, bisogna affrontare la burocrazia, competere con aziende che sfruttano i lavoratori e possono permettersi prezzi più bassi, è difficile e pieno di ostacoli ma non è impossibile. Il quarto passo è apparentemente il più piacevole ma in realtà è uno dei più insidiosi, parliamo del tempo libero; la società capitalista ci ruba dieci, undici, a volte tredici ore al giorno con il lavoro ma non si ferma qui, non gli basta rubarci il tempo della vita attiva, vuole sottrarci anche il tempo che dovrebbe essere nostro, quello in cui potremmo finalmente respirare; tutto questo viene fatto perché il sistema ha paura del silenzio, ha paura che passiamo ore immersi nella noia, nell’ozio, se rimaniamo soli con noi stessi iniziamo a pensare e un essere umano che pensa viene considerato pericoloso perché inizia a porsi domande sul senso della sua vita in questa società e a mettere in discussione il sistema stesso. Il sistema ha inventato un trucco geniale, invece di concederci del tempo che sia veramente libero ci riempie le poche ore che ci rimangono con distrazioni, stimoli, messaggi, immagini, pubblicità, ci fa credere che il tempo libero è fatto di serie televisive da guardare una dopo l'altra, di social network da scorrere senza sosta, di video e messaggi da pubblicare, di shopping, ci illude che divertirsi significa stare davanti a uno schermo o acquistare prodotti inutili ma è tutto falso, è un inganno perché questo non è tempo libero, è tempo in cui il sistema continua a dirci cosa dobbiamo desiderare, cosa dobbiamo comprare, cosa dobbiamo essere. Dovremmo usare i dispositivi elettronici quando effettivamente ci servono ad esempio per guardare un film interessante, per scrivere un post coinvolgente ma andrebbero utilizzarli con moderazione, non dovremmo tenerli accesi tutte le ore che non siamo impegnati con il lavoro; per alcuni minuti dovremmo immergerci nel silenzio e chiederci cosa ci fa sentire vivi, cosa vorremmo fare veramente nelle ore a nostra disposizione, allora ciò che ci piace davvero emergerà nella nostra testa, non importa cosa sia, l'importante è che sia autentico e che ci renda felici. Nel tempo libero dovremmo dedicare qualche minuto all’ozio, è un termine che il sistema ci ha insegnato a disprezzare, a considerare un vizio, una perdita di tempo e invece ha la sua importanza perché è nella noia, in quei momenti in cui non siamo impegnati in nulla che il cervello fa emergere i desideri sepolti e, a volte, ci fa capire qualcosa di importante su noi stessi. Nel tempo libero dovremmo poi dedicare qualche ora ai nostri legami affettivi veri perché la vita vera non è fatta solo di like e di follower, è fatta anche di tempo passato con le persone che amiamo. Il quinto passo è quello che richiede più intelligenza strategica, parliamo del rapporto con l'autorità, con coloro che si considerano superiori; la società capitalista per funzionare ha bisogno di persone ubbidienti e remissive, ha bisogno che qualcuno stia in alto e qualcuno in basso e che quelli in basso accettino questa disposizione come se fosse una legge naturale per questo il sistema ha creato una vera e propria piramide sociale invisibile e su ogni gradino di questa piramide ha piazzato una figura autoritaria: il genitore che sa tutto, l'insegnante che non si discute, il capitalista, il medico che ha l'ultima parola, il poliziotto; tutte queste figure, secondo la logica del sistema, sono superiori e noi dovremmo chinare il capo e non fare domande. Ma la verità scomoda che il sistema non vuole che noi sappiamo è che non esiste alcuna superiorità naturale; la scienza, in particolare la genetica e le neuroscienze, non hanno mai dimostrato l'esistenza di una persona superiore o di una gerarchia naturale tra gli esseri umani anzi, gli studi ci mostrano esattamente il contrario, le ricerche sottolineano che la maggior parte delle differenze che osserviamo tra le persone è dovuta a fattori ambientali, esperienze di vita e circostanze sociali e non supportano in alcun modo l'idea di una superiorità intrinseca, dire che una persona è superiore per via dei suoi geni è scientificamente insostenibile; non esistono esseri superiori, esistono solo persone che si sono ritrovate in una posizione di potere e alcuni di loro, col tempo, iniziano a credere di essere veramente superiori, iniziano a delirare, a pensare di essere speciali, a confondere il loro ruolo con la loro identità e a ritenersi autorizzati a calpestare gli altri ma è solo un delirio; il trucco del sistema è che ha costruito un'intera struttura psicologica per farci credere che esistono esseri superiori, ci hanno insegnato fin da bambini che dobbiamo rispettare chi sta sopra, che dobbiamo obbedire ciecamente, che non dobbiamo mettere in discussione l'autorità perché è superiore a noi. Se non vogliamo giocare al gioco accennato sopra, se trattiamo il capitalista come un nostro pari e ci rifiutiamo di chiamarlo ingegnere o dottore quando tutti gli altri operai lo fanno il sistema ci schiaccia; iniziano ad additarci come ribelli, diversi, pericolosi, i colleghi ci evitano, la nostra vita diventa un agonia e alla fine possiamo perdere il lavoro; a questo punto diamo la colpa all’imprenditore ma in realtà la colpa è sempre del sistema che permette a certe figure che stanno in alto nella piramide sociale di agire in un determinato modo. Allora cosa fare? Anche in questo caso può essere utile applicare la tattica del guerriero spirituale, occorre indossare una maschera, fingere, giocare al gioco del sistema senza crederci; chiamiamo ingegnere il proprietario dell’azienda, chiniamo la testa davanti al poliziotto e chiamiamolo sergente, chiamiamo professori gli insegnanti dei nostri figli, con educazione; facciamo tutto ciò che il sistema si aspetta da noi ma nella nostra testa dobbiamo avere ben chiaro che quelle persone non sono superiori, sono nostri pari; indossando la maschera stiamo semplicemente recitando una parte per navigare in un mondo che non ci appartiene e proteggere noi stessi. L’ultimo passo è difficile da affrontare, parliamo della famiglia, il sistema capitalista non si ferma al lavoro, al tempo libero, ai beni materiali o alle gerarchie sociali, vuole entrare anche nelle nostre case, nelle nostre sale da pranzo, nei nostri affetti più intimi. Molti genitori crescono i figli con l'idea che la loro vita debba seguire un copione prestabilito, questo copione varia leggermente a seconda della cultura ma nella sostanza è sempre lo stesso: trovare un lavoro stabile e ben retribuito che ci tiene impegnati tutti i giorni dalla mattina alla sera, comprare una casa grande con il mutuo, comprare un'auto di lusso che faccia bella figura, sposarsi in chiesa o in moschea e fare figli; i genitori esigono che seguiamo la strada che loro hanno immaginato per noi, molte volte non lo fanno per cattiveria ma perché è così che hanno vissuto loro e non riescono ad immaginare che si possa seguire uno stile di vita diverso da quello imposto dalla società capitalista. Quando un figlio inizia a prendere strade diverse da quelle immaginate dai genitori, ad esempio quando ha una relazione fuori dagli schemi oppure decide di non sposarsi o di non mettere al mondo bambini, allora scatta il conflitto; i genitori si sentono traditi, si sentono come se il loro progetto stesse fallendo e iniziano a fare domande, a fare pressioni, a fare sentire in colpa i figli. "Ma non pensi al tuo futuro?" “Perché a trent’anni non ti sei ancora sposato?” “Quando mi presenti un nipotino?” "Che figura faremo con i parenti?" "Sei sicuro di ciò che fai?" Queste sono le domande più frequenti; in quei momenti abbiamo la tentazione di arrabbiarci di alzare la voce, di chiuderci a riccio, alcuni hanno la tentazione di cedere, di rinunciare ai loro sogni ma nessuna di queste strade è giusta; la rabbia crea ferite difficili da rimarginare mentre la resa ci fa vivere una vita che non è la nostra, una vita passata a cercare di accontentare gli altri è una vita sprecata. La via giusta è quella della calma, quando i genitori ci chiedono perché non seguiamo la loro strada dovremmo rispondere con calma, diciamo loro semplicemente: "Io sto bene così, questa scelta mi rende sereno."; La nostra serenità è la prova più evidente che la nostra scelta è giusta; è possibile che i nostri genitori non ci capiranno mai, alcuni sono talmente intrappolati nelle loro convinzioni che non riescono a vedere oltre ma non dobbiamo disperare, non dobbiamo sentirci in colpa perché la nostra vita è nostra, non siamo un oggetto di possesso dei genitori, i figli non sono un prolungamento dei sogni dei genitori, non sono un trofeo da mostrare agli amici e non sono un investimento per la vecchiaia; i figli sono persone, esseri umani che hanno il diritto di scegliere la propria strada anche se diversa da quella immaginata da chi li ha generati.

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Nigra: “Sei tu”

Nigra: “Sei tu”

Il nuovo singolo del trio elettro‑folk affronta la normalizzazione della violenza e le contraddizioni della società contemporanea Dopo il riconoscimento ottenuto con “A piedi nudi” — inserito tra i migliori dischi indipendenti italiani del 2025 — e dopo un tour che ha attraversato numerose città italiane fino al Concertone del Primo Maggio 2026 di Reggio Calabria, i Nigra tornano con “Sei tu”, il nuovo singolo disponibile dal 26 giugno su tutte le piattaforme digitali. “Sei Tu” è un brano elettro-folk che fonde radici mediterranee, scrittura d’autore ed elementi elettronici contemporanei. Attraverso una narrazione diretta e immagini fortemente evocative, il brano affronta uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la progressiva normalizzazione della violenza e la crisi dei modelli culturali e sociali che accompagnano le nuove generazioni. Il ritornello non è una condanna generazionale, ma una provocazione rivolta all’intera società. Una riflessione sul paradosso di un mondo che si definisce evoluto e connesso, ma che fatica a trasmettere valori come rispetto, empatia e convivenza civile. Il testo alterna memoria e presente: da un lato il ricordo di una generazione cresciuta tra scoperta, viaggi, errori e libertà; dall’altro l’inquietudine di un presente dominato da etichette, appartenenze e nuove forme di isolamento sociale. Musicalmente, “Sei tu” rappresenta una naturale evoluzione del percorso dei Nigra: l’impianto elettro-folk unisce strumenti tradizionali, chitarre elettriche, programmazioni elettroniche e atmosfere cinematiche, costruendo un equilibrio originale tra energia, melodia e ricerca sonora. Il brano nasce dalla scrittura di Luciano Amodeo, autore del testo e co‑compositore insieme a Pasquale Caracciolo e Felice Christian Gangeri. La produzione artistica è affidata a Daniele Grasso, che contribuisce anche alle parti elettroniche e ai synth. La formazione vede Amodeo alla voce, Caracciolo alla chitarra e Gangeri alla batteria, con la partecipazione di Elisa Milazzo e Flavia Lauriola ai cori. Nigra è un trio musicale (Luciano Amodeo, Pasquale Caracciolo, Christian Felice Gangeri) che unisce sonorità elettro‑acustiche e rock in un linguaggio musicale “oltre confine”, capace di fondere radici mediterranee, folk, scrittura d’autore ed elementi elettronici contemporanei. La band è stata finalista nazionale a "Sanremo Rock”, "Arezzo Wave" e alla festa della musica di Zocca 2024 (contest nazionale indetto da Vasco Rossi in collaborazione con il comune modenese). Vincitrice, inoltre, di molti altri contest nazionali, che hanno consentito alla band di distinguersi in diverse regioni italiane. I precedenti tour hanno accompagnato il progetto lungo tutto lo stivale con oltre 150 concerti dal vivo, valicando altresì i confini nazionali sino ad arrivare anche in Spagna e Sud America. All’attivo della band due album, entrambi prodotti dal maestro Daniele Grasso presso lo studio The Cave. Il primo disco è stato pubblicato da Top Records di Milano, mentre il secondo, “A piedi nudi”, sarà pubblicato nella primavera del 2025 con l’etichetta DCAVE Records di Catania. Dopo l’EP “La Madrugada” e l’album “La stanza di seta”, la band pubblica “A piedi nudi”, lavoro che unisce energia rock, introspezione, impegno civile e ricerca sonora. L’album viene inserito nella Top 100 dei migliori dischi indipendenti italiani del 2025, confermando la crescita artistica del trio e attirando l’attenzione della critica specializzata. Dal disco vengono estratti i singoli “Terra rossa”, “Sudamerica” e “Chi sono”. Il tour successivo attraversa numerose città italiane e culmina nella partecipazione al Concertone del Primo Maggio 2026 di Reggio Calabria, all’Arena dello Stretto, all’interno della line‑up di Studio54 Network insieme a artisti di rilievo nazionale come Le Vibrazioni, Enrico Nigiotti, Rosa Chemical, Marco Carta, Random, Alex Wyse e i New Trolls. Un riconoscimento significativo del percorso costruito dalla band negli ultimi anni. Il 26 giugno 2026 segna l’inizio di un nuovo capitolo con l’uscita del singolo “Sei tu”, accompagnato da un videoclip girato a Milano che utilizza la città come metafora della contemporaneità. Contestualmente, i Nigra proseguono la loro attività live con nuove date nel circuito Studio54 Network, tra cui gli appuntamenti del 2 agosto a Villa San Giovanni e dell’8 agosto a Gioia Tauro, parte di un tour in costante aggiornamento. Oggi i NIGRA rappresentano una delle realtà più originali e autentiche della nuova musica indipendente italiana. La loro proposta unisce energia e profondità, memoria e modernità, radici mediterranee e visione internazionale, mantenendo sempre al centro le persone, le storie e le contraddizioni del nostro tempo. Etichetta: DCAVE RECORDS CONTATTI E SOCIAL facebook.com/share/1B9zyRfytW/?mibextid=wwXIfr instagram.com/nigra_official?igsh=cmpyYXluNDMzdjFk&utm_source=qr

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Cinema: successo di pubblico a Palermo per la presentazione del docufilm "Made in Sicily"

Cinema: successo di pubblico a Palermo per la presentazione del docufilm "Made in Sicily"

PALERMO – Grande partecipazione e un notevole successo di pubblico hanno caratterizzato, giovedì 25 giugno al cinema Aurora di Palermo, la presentazione di "Made in Sicily", il docufilm corale nato per celebrare il prestigioso riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio dell'Umanità UNESCO. Il progetto, scritto, diretto e prodotto da Fabrizio Dia per l'associazione Digital H.M. (hostessmodelle), ha catturato l’attenzione degli spettatori, configurandosi come un omaggio appassionato alle radici e all’eccellenza gastronomica siciliana. La visione autoriale di Dia, che firma anche la sceneggiatura, ha dato vita a un’opera corale che ha visto la partecipazione di un nutrito staff tecnico, fondamentale per la riuscita della pellicola. La serata è stata l’occasione per ringraziare i professionisti che hanno lavorato al film, tra cui il direttore della fotografia e fotografo di scena Sergio Fiorito, gli aiuti regia Camillo Spoto, Marco Ernani e Andrea Conti, il fonico e microfonista Giuseppe Ciriminna, e i location manager Carlo Muraglia e Marzia Castana. Hanno inoltre collaborato Giovanni Nicolosi (dronista), Kiara Ferretta (consulente costumista e sound design), Maria Elena Ristuccia (consulente per la sicurezza alimentare) e Marzia Castana (make up artist). A impreziosire il lavoro, una colonna sonora originale che include i brani inediti "Marranzano al Vento" e "Buongiorno Sofia", con il sound design curato da Fabrizio Dia e Kiara Ferretta. I riconoscimenti Durante la cerimonia, sono state consegnate targhe al merito per sottolineare l’impegno profuso nel progetto. Il riconoscimento come "Migliore attrice" è andato a Sophia Pagliaro. Premiata anche Maria Elena Ristuccia per la sua preziosa consulenza tecnica. Un ringraziamento speciale è stato rivolto alle aziende I.D.I.M.E.D. e Cantine Rallo, il cui sostegno è stato fondamentale per la realizzazione dell'iniziativa. Il Cast L'opera si avvale di un vasto cast corale, che annovera: Vito La Grassa, Rita Bucchieri, Emmanuele Crisafi, Maria Giovanna Frangiamone, Elisabetta Inzerillo, Vita Scibilia, Marzia Castana, Manuela Vesco, Aurora Orlando, Alessandra Carollo, Gabriel Torino, Giulia Messina, Davide Messina, Miriam Gioeli, Serena Bommarito, Sabrina Ottobre, Vittoria Martinelli, Aurelia Tripi, Valentina Vara, Chiara Seminara, Simone Aiello, Giorgia Davì, Matteo Provenzano, Gianni Tagliavia, Giulia Perdichizzi, Alice Rubino, Andrea Campisi, Giorgia Di Carlo, Anastasia Caruso, Lorenzo Pulizzi, Maria Amelia Migliore, Roberta Chiodo, Alessandra Chiodo, Greta Giacalone, Sabrina Giacalone, Gabriele Giacalone, Jenny Passantino, Teresa Guddo e Morena Prestigiacomo. Nella foto i protagonisti del docufilm, da sinistra Rita Bucchieri, Vito La Grassa, Sophia Pagliaro.

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Simone Riva, il “Turista Spazzino”, presenta la nuova canzone “De Romedi”

Simone Riva, il “Turista Spazzino”, presenta la nuova canzone “De Romedi”

Simone Riva, conosciuto come il “Turista Spazzino”, torna a unire musica e impegno sociale con il nuovo brano “De Romedi”, una canzone dedicata alle donne di ieri e di oggi, con particolare attenzione alle lavoratrici che affrontano quotidianamente ritmi intensi tra lavoro e famiglia. Il brano nasce da un episodio personale e simbolico: la figura di Elena De Romedi, citata come ispirazione e “esca narrativa” del pezzo, rappresenta tutte le donne che lavorano senza sosta e che, anche dopo turni pesanti, ad esempio in fabbrica, continuano a occuparsi della casa e dei propri cari. «La canzone è dedicata a tutte le donne che “sgobbano” dalla mattina alla sera - spiega Riva -. E nonostante i turni massacranti, non hanno ancora finito il loro lavoro quando tornano a casa. Non a caso in un passaggio riporto: “Fatto sta che le donne che lavorano dalla mattina alla sera sono come invincibili supereroi”. O forse meglio supereroine». Con questo nuovo progetto musicale, Simone Riva conferma la sua doppia identità pubblica: da un lato attivista ambientale noto per le sue iniziative di pulizia volontaria sul territorio, dall’altro autore e interprete di brani che affrontano temi sociali e di sensibilizzazione. “De Romedi” è un brano dedicato al carico quotidiano e spesso invisibile delle donne. Il testo mette al centro la fatica, la continuità e la resilienza femminile, raccontando una realtà fatta di impegno costante e responsabilità che non si fermano mai. Con la nuova canzone, che utilizza un linguaggio diretto e simbolico, prendendo spunto da figure reali e quotidiane per trasformarle in un messaggio universale, si conferma la collaborazione con Nicola Ursino, arrangiatore e polistrumentista. Un professionista delle note che ha composto la partitura musicale sulla melodia e sul testo di Simone Riva. Alla realizzazione del brano hanno anche collaborato la collega Elena De Romedi e l’amico di vecchia data Giorgio Rusconi con alcuni cori. Sia Simone Riva che Elena De Romedi lavorano in Carvel Srl di Cassina de’ Pecchi - specializzata nella lavorazione, studio e progettazione di armadi e articoli speciali per lo stoccaggio di materiali infiammabili, oli e idrocarburi pericolosi - dove hanno avuto modo di stringere amicizia. Lorenzo Perego, Amministratore Delegato, ha dichiarato: «Un bel gesto d’affetto nei confronti della collega e verso l’intera azienda. Elena De Romedi è una donna che si dà da fare ed è bello che venga trattata come la “sorella maggiore”. Questa iniziativa fa bene al morale e all’ambiente della nostra piccola realtà, a conduzione familiare. E fa bene a tutte le donne, a cui vengono giustamente attribuiti grandi meriti». Il brano è ascoltabile su tutte le principali piattaforme di musica in streaming. Il video musicale è visibile su Youtube a questo link:

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Dalle dune di Piscinas a Capocotta: viaggio nell’Italia del turismo libertino

Dalle dune di Piscinas a Capocotta: viaggio nell’Italia del turismo libertino

Secondo il social network Wyylde, sempre più coppie italiane scelgono spiagge per soli adulti. Il fenomeno coinvolge soprattutto persone tra i 30 e i 50 anni alla ricerca di esperienze condivise, privacy e nuove forme di socialità. Le relazioni aperte e il turismo libertino non sono più un fenomeno di nicchia. Secondo Wyylde, piattaforma europea dedicata all’esplorazione della sessualità libera e consensuale, cresce anche in Italia il numero di coppie che scelgono vacanze orientate a libertà relazionale, esperienze non convenzionali, ambienti adult only e socialità open minded. Secondo un’indagine condotta da Wyylde nella sua community italiana, che conta oggi oltre 20mila iscritti, alcune delle spiagge più frequentate dai social network per swinger si trovano proprio in Italia. Nella maggior parte dei casi si tratta di spiagge pubbliche ad accesso libero, senza tessere o ingressi dedicati, ma con aree storicamente frequentate dalla community libertina. I frequentatori si riconoscono attraverso community online, passaparola e app dedicate; gli incontri avvengono spesso nelle zone più appartate, soprattutto al tramonto. In alcuni casi esistono anche beach club privati, resort adults only ed eventi organizzati all’interno del circuito lifestyle e libertino, di cui Wyylde è oggi uno dei principali punti di riferimento in Europa. Dai dati e dall’osservatorio Wyylde emerge inoltre che il fenomeno riguarda sempre più coppie tra i 30 e i 50 anni, professionisti e viaggiatori alto-spendenti interessati al turismo esperienziale e ai circuiti swinger e libertini. Sebbene in Italia non esistano spiagge ufficialmente dedicate allo scambismo, alcune aree balneari sono diventate nel tempo punti di ritrovo storicamente associati a incontri tra adulti consenzienti, cultura swinger, dogging, turismo libertino. A tal proposito Wyylde ha stilato una mappa delle 10 spiagge più note e frequentate dalla sua community, anche per l’estate 2026. Capocotta (RM) — il simbolo storico della trasgressione romana Le dune e le aree più isolate di questa spiaggia sono diventate nel tempo luoghi simbolo della trasgressione romana. Bassona / Lido di Dante (RA) — la più citata nelle cronache recenti È probabilmente la spiaggia italiana oggi più associata al fenomeno swinger. La pineta retrostante viene spesso citata come luogo di incontri tra adulti. Focene (RM) — il litorale “after dark” vicino Roma La sua notorietà deriva soprattutto dal passaparola e dalle community online dedicate agli incontri outdoor. Marina di Camerota (SA) — Spiaggia del Troncone Pur essendo conosciuta principalmente come spiaggia naturista, negli anni è stata citata nelle community swinger italiane come meta discreta e appartata. La conformazione della spiaggia e delle aree circostanti ha favorito questa reputazione. Pizzo Greco (KR) — Calabria Località spesso citata nelle community libertine del Sud Italia per privacy, isolamento e turismo adulto alternativo. La notorietà è soprattutto underground e legata ai circuiti online. Nido dell’Aquila (LI) — Toscana Nel tempo è diventata una delle spiagge toscane più conosciute nei forum dedicati a naturismo, incontri e coppie open minded. Molto apprezzata per l’atmosfera discreta e rilassata. Baia di Sistiana (TS) — Trieste Grazie alla forte influenza mitteleuropea e alla cultura FKK dell’area, è stata associata negli anni a turismo libertario, incontri tra adulti e frequentazione internazionale. Acquarilli (LI) — Isola d’Elba Spiaggia di Acquarilli. Piccola baia isolata, spesso citata nei forum lifestyle per privacy, discrezione E frequentazione adulta. Piscinas (CI) — Sardegna Le enormi dune e l’isolamento naturale hanno reso la spiaggia popolare tra coppie, turismo libertario e viaggiatori alla ricerca di privacy assoluta. Arenauta (LT) — la “spiaggia dei 300 gradini” Storicamente frequentata da un pubblico adulto e da coppie in cerca di discrezione, isolamento e ambiente non convenzionale. La conformazione appartata ha contribuito alla sua fama alternativa. Il decalogo delle spiagge per swingers L’accesso a queste spiagge è libero e non esistono regolamenti dedicati allo “swinging”. Tuttavia, nelle community internazionali e nei circuiti libertini vigono regole comportamentali condivise da Wyylde, fondamentali per la convivenza tra tutti i frequentatori. La prima regola riguarda il consenso, sempre imprescindibile: ogni interazione tra adulti deve essere esplicitamente consensuale e rispettare la volontà di tutte le persone coinvolte. Allo stesso modo, è considerato fondamentale il principio del divieto di fotografare o filmare senza consenso, poiché la tutela della privacy rappresenta uno dei valori centrali della cultura libertina. A questo si aggiunge la necessità di mantenere la massima discrezione. Molti frequentatori scelgono infatti questi luoghi proprio per la possibilità di vivere la propria esperienza in un contesto riservato e anonimo. Il rispetto dei segnali, dei limiti e delle eventuali manifestazioni di disinteresse è una condizione essenziale per una frequentazione serena. È importante ricordare anche che non esiste alcuna aspettativa automatica: il fatto che una spiaggia sia nota all’interno di determinati circuiti non implica che tutti i presenti condividano le stesse intenzioni o siano disponibili a interagire. Ugualmente, occorre prestare attenzione alla legalità, poiché comportamenti espliciti in luoghi pubblici possono essere soggetti a sanzioni secondo la normativa vigente. Tra i principi più condivisi rientra inoltre il rispetto dell’ambiente: pulizia, attenzione agli spazi comuni e comportamento civile contribuiscono alla conservazione e alla vivibilità di questi luoghi. Nelle dinamiche swinger, inoltre, vale la regola secondo cui la coppia è sempre un’unità decisionale, e qualsiasi scelta o interazione deve basarsi su un consenso condiviso. Un altro aspetto caratteristico è che molte interazioni nascono online, attraverso community e piattaforme dedicate che consentono alle persone di conoscersi e organizzare eventuali incontri prima di ritrovarsi in spiaggia. A fare da cornice a tutte queste regole resta infine il principio più importante: la privacy è la regola principe. La discrezione e il rispetto della riservatezza altrui rappresentano infatti il fondamento su cui si regge l’intero ecosistema delle community open minded.

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Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

È stato un momento di grande valore culturale e diplomatico, che ha rafforzato i legami tra Italia e Ungheria quanto è emerso nel corso del convegno che si è svolto presso la prestigiosa sede dell’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika” di Budapest. Il seminario, organizzato dall’Associazione “Dante Alighieri” della capitale magiara, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia di Budapest, l’Istituto Italiano di Cultura di Budapest e l’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika”. La giornata si è aperta con i saluti ufficiali di Pier Paolo Pigozzi, Vice Rettore dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika”, dell’Ambasciatore d’Italia in Ungheria S.E. Giuseppe Scognamiglio, di Edit Császi, Presidente dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest e di Roberto Massucco, Presidente di Confindustria Ungheria. La moderazione dei lavori è stata affidata alla Prof.ssa Anna Molnár, Capodipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika” e segretario dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest.Tredici relatori provenienti da istituzioni accademiche e culturali italiane e ungheresi si sono alternati nel corso delle due sessioni tenutosi nell’importante location culturale, affrontando temi che spaziano dalla diplomazia rinascimentale alla cooperazione culturale contemporanea, tra i quali Gianni Aiello, Presidente del Circolo Culturale “L’Agorà” e del Centro studi italo-ungherese “Árpád”, che ha trattato il tema “Echi rivoluzionari nei carteggi archivistici 1956-2026”. L’intervenuto, nel corso del suo intervento, supportato da slide documentali, ha analizzato svariati documenti del periodo storico in argomento, illustrando all’uditorio della capitale magiara i risultati delle predette ricerche archivistiche che peraltro sono in continuo aggiornamento. Nel corso della conferenza sono emerse diverse cifre a riguardo la tradizione e l’evoluzione dei rapporti secolari tra i due Paesi seguendo un approccio multidisciplinare che ha toccato temi come la storia, la diplomazia, l’economia e la cultura. LINK VIDEO

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L'Abruzzo nella IAI (Iniziativa Adriatico Ionica) – L'Oleificio Andreassi di Poggiofiorito

I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa hanno inserito l'Oleificio Andreassi nel progetto L'Europa delle scienze e della cultura (Patrocinio IAI-Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). L'incontro con il comm. Matteo Andreassi all'Oasi La Brussa in Caorle (Ve), in occasione di VinoCalciando, ha ribadito una scelta che Borghi d'Europa aveva maturato fin dal 2015. Poggiofiorito è un comune italiano di 798 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. Fa parte dell'Unione dei comuni della Marrucina. I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa lo hanno conosciuto grazie alle degustazioni dell'olio e del vino dell 'Oleificio Andreassi e lo hanno così inserito nella rete dei Borghi del Gusto. Matteo Andreassi,Mastro Oleario, sarà presente alla edizione del 25 maggio di VinoCalciando a Caorle, presso la Trattoria Agli Alberoni, della serata di degustazione e prodotti enogastronomici. L'evento nasce ad Udine da una idea di tre amici Dante Mauro e Claudio, di voler giocare una partita a calcio (cuochi contro camerieri) e degustare ottimi vini e prodotti a fine match. VinoCalciando oggi conserva il nome (nato dopo una serata eroica a Fagagna), ma sopratutto lo spirito. La serata di degustazione viene rinnovata di anno in anno e parte del ricavato è sempre devoluto in beneficenza. L'incontro di Caorle servirà anche a raccontare l'inserimento dell'Oleificio Andreassi nella rete di iniziative giornalistiche che accompagnano dal 1° giugno il turno di Presidenza italiana alla IAI (Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). Nel giugno del 2025 Borghi d'Europa aveva inserito l'Azienda di Poggiofiorito all'interno delle manifestazioni che avevano ricordato il 25° della nascita della IAI, a giugno 2026 inizierà il Percorso informativo che coprirà dieci Paesi Europei e diverse regioni italiane sulle qualità dell'olio abruzzese. Accanto alla produzione di ottimo olio, il comm. Matteo Andreassi ha unito la produzione di vino. E' nata così Fattoria Andreassi, grazie all'acquisizione di cinque ettari, salvati da una sicura perdita d'identità. 'Volti di un territorio' recita la linea dei vini MUSA : due IGT,Pecorino Terre di Chietie Passerina Terre di Chieti e due DOC (rossi), il Montepulciano d'Abruzzo e il Cavaliere, Montepulciano d'Abruzzo Riserva. " Il Pecorino Terra di Chieti – osserva Alessio Dalla Barba, giornalista e sommlier AIS di Milano-, ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Risulta al naso intenso, con note di frutta a polpa bianca/gialla (pesca e albicocca) e più tropicali come mango e kiwi, sentori minerali. Denota una grande freschezza, che si trova al palato, sapido e piacevole ma possiede un buon potenziale evolutivo : perfetto con molluschi e crostacei o con un cous cous con pesce e verdure in ottica estiva" Postato 1 hour ago

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