Pensiamo ad un allevamento, migliaia di pecore tutte uguali, stesso cibo, stesso verso, stessa lana, stesso latte, una macchina biologica perfetta al servizio del pastore; ora guardiamoci intorno, la società in cui viviamo sta facendo la stessa cosa con gli esseri umani, ognuno di noi è unico e irripetibile per natura eppure il sistema capitalista ci ha omologati, ci ha resi tutti uguali nei desideri, nei pensieri, nei comportamenti; ha creato l'uomo standard. Il modello ideale di quest'uomo è la persona che passa la vita tra casa, lavoro e consumo, è obbediente all'autorità, sottomesso, dedica dieci o dodici ore al giorno al lavoro salariato e il tempo che avanza lo spende comprando cose inutili; è una vita a circuito chiuso: produci, consumi, produci, consumi; quello che descrivo non è una teoria del complotto, è già sotto i nostri occhi. Ma come si fabbrica un essere umano così? Il sistema ha tre strumenti potenti che modellano le nostre menti fin da bambini. Il primo strumento che il sistema utilizza per omologarci è la scuola e qui dobbiamo fare una premessa importante, non sto dicendo che tutti gli insegnanti sono cattivi, ci sono insegnanti che cercano di fare il bene dei loro studenti, che li incoraggiano a pensare con la propria testa, che li aiutano a scoprire le loro passioni ma questi purtroppo sono casi isolati, sono eccezioni che confermano la regola che la scuola, così com'è strutturata, è una fabbrica di futuri lavoratori; questa fabbrica si è evoluta nel tempo, non produce più operai come una volta, quelli che passavano quarant'anni nella stessa fabbrica a fare lo stesso gesto, il capitalismo di oggi ha bisogno di un prodotto diverso: il lavoratore flessibile, precario, sottomesso, disposto a tutto pur di non perdere il posto. Per capire come la scuola riesca a produrre questo tipo di essere umano dobbiamo guardare a ciò che insegna, non nei programmi ufficiali ma nel modo di relazionarsi con gli altri, la scuola insegna che l'obbedienza all'autorità è la virtù più importante, il bambino deve stare seduto quando glie lo dicono, deve alzarsi quando gli viene detto, deve parlare quando glie lo dicono, deve fare i compiti che gli vengono assegnati, deve imparare ciò che gli viene imposto, non importa se ciò che studia gli sarà utile quando inizierà a lavorare o se non gli servirà assolutamente a niente; chi non obbedisce, chi trasgredisce, viene punito, le punizioni nel tempo sono cambiate ma la loro essenza è sempre la stessa; quando i miei genitori erano piccoli usavano le bastonate sulle mani, quando io andavo alle scuole elementari c'erano gli spintoni e gli schiaffi, il dolore fisico era uno strumento di disciplina, oggi la violenza fisica è stata in gran parte sostituita con violenze più sottili, più psicologiche, oggi si usano le etichette, dicono che un bambino è iperattivo, che l’altro è dislessico sapendo bene che queste parole nuocciono al benessere della persona; oltre a questo si usa la pressione del gruppo, se non sei bravo come gli altri, se non sei ubbidiente vieni isolato, preso in giro, escluso; l’etichetta psicologica e la pressione sociale sono i nuovi strumenti di disciplina ma la finalità è sempre la stessa: mettere in ginocchio i bambini davanti all'insegnante. La maestra, nel contesto scolastico, rappresenta l'autorità, è la prima figura di potere che il bambino incontra fuori dalla famiglia; se impara che deve chinare la testa davanti all'insegnante, se impara che il maestro ha sempre ragione anche quando sembra che abbia torto, se impara che disobbedire è sbagliato e comporta delle conseguenze allora, una volta cresciuto, farà la stessa cosa con l'imprenditore, con il capo ufficio, con il dirigente, con il poliziotto, si metterà in ginocchio automaticamente senza pensarci perché è stato addestrato a farlo fin dall'infanzia; il gesto di chinare la testa diventa un riflesso condizionato, come il cane di Pavlov che saliva quando sentiva il campanello. La scuola non insegna solo l'obbedienza, insegna anche un'altra lezione altrettanto importante per il sistema: la flessibilità; oggi dicono ai ragazzi che dovranno essere flessibili, adattarsi a qualsiasi lavoro, che dovranno essere pronti a cambiarne anche dieci nella vita; sembra un consiglio saggio ma in realtà è un comando, è la voce del sistema che dice: "Preparatevi ad essere sfruttati in qualsiasi modo, in qualsiasi momento, in qualsiasi posto perché se non lo farete voi ci sarà qualcun altro che lo farà al posto vostro.” La scuola, per rendere questo messaggio ancora più efficace, insegna anche che la colpa è sempre di chi subisce; dicono ai ragazzi che i sottopagati non hanno soldi per colpa loro, gli dicono che i disoccupati non hanno lavoro per colpa loro, perché non hanno studiato o non si sono dati da fare e così i ragazzi crescono pensando che se non ce la fanno è solo colpa loro, che devono essere grati per qualsiasi lavoro, anche il più umiliante, anche il più sfruttato. Nessuno a scuola racconta la verità, nessuno racconta che l'imprenditore che dice al disoccupato che non ha lavoro poche ore dopo minaccia i dipendenti per farli restare a fare gli straordinari in nero per pochi euro; nessuno racconta che nelle piccole e medie imprese italiane, dove i sindacati non entrano, i diritti dei lavoratori valgono meno della carta dove sono scritti e lo sfruttamento è all'ordine del giorno, nessuno gli racconta che essere un precario flessibile non è una scelta ma una condanna, nessuno racconta che il mercato del lavoro è strutturato apposta in modo tale che ci siano più lavoratori che posti di lavoro così da tenere tutti con l'acqua alla gola e far accettare qualsiasi condizione. Il secondo strumento che il sistema utilizza per omologarci sono le religioni monoteiste istituzionalizzate e anche qui, come per la scuola, dobbiamo fare una premessa importante, non sto parlando di quel sentimento personale che molte persone provano verso il Divino, non sto parlando della spiritualità o dei testi sacri, voglio parlare delle religioni istituzionalizzate, quindi di quelle organizzazioni che hanno una gerarchia, un capo, delle regole rigide e immutabili, parlo di quelle strutture conosciute da tutti che hanno potere, danaro e influenza politica. Non è un caso che queste strutture siano finanziate dallo stato, i politici sanno bene che la religione, se ben usata, è uno strumento potentissimo di controllo sociale, è molto più efficace della polizia o dell'esercito perché agisce dall'interno, nelle coscienze, fa sì che le persone si controllino da sole senza bisogno che qualcuno le controlli dall'esterno. Il messaggio fondamentale che queste organizzazioni trasmettono, spesso interpretando a modo loro i testi sacri, è che esiste un Dio a cui dobbiamo sottometterci, un Dio onnipotente che ha creato il mondo e che ha stabilito delle regole precise su come dobbiamo vivere, regole su cosa mangiare, come vestirci, con chi stare, cosa fare, cosa non fare, persino su come pensare e i rappresentanti di questo Dio sulla Terra sono i sacerdoti monoteisti, gli imam e i rabbini; loro sono i suoi portavoce, i suoi interpreti, loro hanno la presunzione di sapere cosa Dio vuole e noi dobbiamo ascoltarli e obbedire perché se disobbediamo a loro disobbediamo a Dio stesso. Questo modo di pensare crea la psicologia del suddito, l’insegnamento è che c'è sempre qualcuno più in alto di noi, qualcuno a cui dobbiamo inchinarci, qualcuno che sa meglio di noi cosa è giusto e cosa è sbagliato, prima Dio, poi il sacerdote, poi il padre, poi il padrone, poi lo stato, una catena di comando che parte dal cielo e arriva fino al capo ufficio; ci hanno insegnato una cosa assurda, ci hanno detto che la persona vicina a Dio è quella che accetta questa catena, che si sottomette, che non fa domande, che obbedisce; tutto questo crea la psicologia perfetta per chi dovrà fare l'impiegato o l'operaio perché l'operaio che ha imparato a chinare il capo davanti al sacerdote chinerà il capo anche davanti all'imprenditore. E poi c'è l'insegnamento della sopportazione, i vari imam, rabbini e sacerdoti monoteisti insegnano che bisogna sopportare, che bisogna accettare la propria sofferenza, insegnano che chi è prepotente alla fine sarà punito da Dio quindi non dobbiamo ribellarci, non dobbiamo lottare, dobbiamo sopportare, pregare, e aspettare che sia Dio a fare giustizia; invece di dirci di lottare per un'esistenza migliore qui e ora, in questa vita, sulla questa terra, ci dicono che il dolore è la chiave per arrivare in paradiso; con questo insegnamento l'energia per il cambiamento sociale viene deviata verso una speranza lontana, invece di lottare per avere salari più giusti, condizioni di lavoro migliori e una vita più dignitosa le persone vengono incoraggiate a sopportare, a sperare che dopo la morte arrivi la ricompensa. Sopra ho detto che le religioni monoteiste istituzionalizzate sono strumenti di omologazione ma sarebbe sbagliato pensare che questo difetto appartenga solo a loro, nel secolo scorso il paganesimo è rinato come cammino di libertà ma, come pagano politeista, devo riconoscere che in passato ha avuto la sua fase oscura e di danni non ne ha fatti pochi; all'inizio era una spiritualità vissuta, non imposta, che nasceva dal basso, ma poi in alcune parti de mondo, quando i sacerdoti hanno acquisito potere politico, quando i templi sono diventati centri di ricchezza e di controllo, allora anche il paganesimo è diventato uno strumento di omologazione; la storia ci insegna che il danaro e il potere uccidono la spiritualità. Se scuola e religione formano individui remissivi, la pubblicità fabbrica consumatori passivi, ci illudono che la felicità e la realizzazione personale si ottengano acquistando merci, in questa società l'unicità è vista come un difetto ma attenzione, il sistema è furbo, non ci dice che dobbiamo essere uguali agli altri perché sarebbe troppo evidente, ci illudono che possiamo esprimere la nostra unicità attraverso ciò che compriamo anziché attraverso ciò che siamo; il sistema non ci dice "compra solo queste scarpe" perché sarebbe troppo palese, ci dice invece: "Scegli tra Adidas, Lotto, Nike, Puma o altre marche, scegli tu il colore e il modello ma compra." La libertà che ci concedono è una libertà dentro il recinto mentre la libertà che non ci concedono è quella di non giocare al loro gioco quindi la libertà di dire: “Non mi serve” senza sentirci degli emarginati; se indossiamo vestiti sbiaditi o rifiutiamo le bibite e beviamo solo acqua del rubinetto o succhi di frutta succede che i colleghi e gli amici ci prendono in giro, il sistema ha costruito un meccanismo psicologico potentissimo: la vergogna sociale, la vergogna ci sussurra che se non compri quello che comprano tutti sei un fallito, sei fuori dal mondo, sei un poveraccio; a questo punto, pur sapendo che non abbiamo bisogno di quella maglietta la compriamo, pur sapendo che il nostro telefono funziona benissimo lo buttiamo per acquistare l’ultimo modello ma non perché desideriamo veramente quei prodotti, perché abbiamo paura di essere giudicati e di poter essere esclusi dal gruppo. Tutta questa omologazione è un lento suicidio dell'anima, ci spegne, ci priva della cosa più preziosa: la possibilità di scegliere chi vogliamo essere; il sistema sceglie per noi i sogni che dobbiamo inseguire, sono sogni di possesso, di apparenza, di status ma quando li raggiungiamo sentiamo un grande vuoto dentro di noi perché quegli obiettivi non erano veramente nostri, correre dietro alle aspirazioni di un altro è la ricetta perfetta per l'infelicità. Svegliarsi da questo sonno, rifiutare il ruolo di pecora del gregge e vivere una vita che sia davvero nostra è il primo passo per ritrovare se stessi ma un rifiuto totale e visibile ci farebbe sbattere contro un muro, il sistema non perdona chi esce dal recinto in piena luce, per questo, secondo me, il sentiero giusto è quello della tattica del guerriero spirituale; dovremmo indossare una maschera, fingere di far parte del gregge, illudere gli altri e il sistema stesso che ne facciamo parte e allo stesso tempo staccarci e magari invitare gli amici più fidati con le nostre stesse idee a seguire il nostro sentiero; riporto qui sotto sei strategie che secondo me sono le più importanti per uscire dal recinto. Secondo me per vivere una vita che sia davvero nostra il primo passo che dovremmo fare è porre a noi stessi una domanda, dovremmo chiederci se ciò che desideriamo lo vogliamo davvero o ce l'hanno venduto come tale; pensiamo per un momento a tutto ciò che desideriamo: il lavoro che sogniamo, la macchina che vorremmo, la casa che immaginiamo, il tipo di relazione che cerchiamo, i nostri hobby; dopo aver fatto questo chiediamoci se sono aspirazioni nostre o sono immagini che abbiamo visto così tante volte nei film, nelle pubblicità, nei discorsi dei genitori o degli amici e le abbiamo fatte nostre senza accorgercene. il sistema capitalista è furbo, non ci ordina di volere qualcosa ma, tramite la televisione e internet ci mette continuamente davanti agli occhi delle immagini di felicità legate a quelle cose, vediamo una persona sorridente su una macchina nuova, una famiglia felice in una casa enorme, un attore di successo dall’aspetto sereno con un certo tipo di vestiti, un uomo gioioso con una mazza di banconote tra le mani; vediamo queste immagini decine di volte ogni giorno e ad un certo punto il nostro cervello collega automaticamente un determinato bene materiale oppure una certa idea di famiglia alla felicità ma è una felicità presa in prestito, non nostra; molte persone scelgono una professione solo perché fa guadagnare bene, nella loro testa il danaro è legato alla felicità, tanti uomini e donne vanno in palestra per apparire muscolosi agli occhi degli altri anche se odiano fare quegli esercizi e preferirebbero osservare il tramonto in riva al mare, lo fanno perché ci hanno insegnato che essere attraenti rende felici, questo è vero ma non sempre i muscoli rendono una persona attraente. Per uscire da questo meccanismo può essere utile fare un viaggio all'indietro, tornare a quando eravamo bambini, quando non cercavamo ne uno status ne l’approvazione della società, quando nessuno ci diceva cosa eravamo obbligati a volere e cosa eravamo obbligati ad essere per sentirci accettati; dovremmo, per un attimo tornare a ragionare con quella mentalità che è stata messa a tacere dalle voci dei genitori, degli insegnanti, della televisione e chiederci quali sono i nostri desideri autentici. Il secondo passo riguarda il rapporto con i beni materiali, ciò che scrivo può sembrare un paradosso ma serve a non cadere in un dannoso sentiero estremo; alcune persone, quando capiscono il gioco del sistema capitalista, iniziano ad andare in giro in bicicletta, si vestono con vestiti sbiaditi, rifiutano gli smartphone e qualsiasi oggetto moderno ma questa è una trappola perché ci isolerebbe dal mondo inoltre il sistema è contento quando qualcuno si estremizza perché lo può additare come diverso; la vera sfida è quella di ridefinire il rapporto con i beni materiali senza rinunciarvi, dovremmo imparare a considerarli per quello che sono, quindi solo degli strumenti e allo stesso tempo dovremmo indossare la maschera di chi li considera simboli per non attirare l'attenzione del sistema e per non essere emarginati. Secondo me dovremmo tenerci la nostra bella auto, il nostro smartphone, il nostro computer, le scarpe comode ma non cambiamoli ogni anno se svolgono ancora la loro funzione e sono passabili agli occhi della gente; dovremmo fingere di essere interessati all’ultimo modello di smartphone, al nuovo Rolex, fingiamo di vantarci della nostra macchina e delle nostre scarpe firmate, tutto questo serve a non isolarci, a non diventare i diversi che tutti additano; è importante che mentre recitiamo, nella nostra testa, abbiamo bene chiaro che quelle cose sono solo strumenti, non sono la felicità, a volte sono degli strumenti che possono creare la felicità ma non definiscono una persona; il trucco consiste nel separare l'apparenza dalla sostanza; giochiamo al gioco delle apparenze ma ci focalizziamo sui nostri desideri veri e ci impegniamo per realizzarli; così facendo appariremo al mondo come pecore del gregge ma in realtà stiamo seguendo il nostro sentiero. Il terzo passo è quello che mette più paura perché ci sono di mezzo i soldi e senza di essi non si vive, parliamo del lavoro; dovremmo cercare di dedicare al lavoro solo il tempo necessario ma tutti sanno quanto questo obbiettivo sia difficile da raggiungere, sappiamo tutti che nelle piccole aziende del settore tessile si lavora undici ore al giorno, sappiamo tutti che nelle aziende agricole e nelle imprese edili in estate si lavora fino alle sette e mezza di sera; nelle grandi fabbriche, dove ci sono i sindacati, questi soprusi non avvengono ma nelle migliaia di piccole e medie aziende, che in Italia sono circa il novantanove per cento del totale, dei sindacati non c'è neanche l'ombra e le ingiustizie sono all’ordine del giorno. Allora che fare? La soluzione più radicale sarebbe crearsi il lavoro da soli, immaginiamo di riunire gli amici più fidati, quelli con cui condividiamo le stesse idee, possiamo mettere insieme le nostre competenze, i nostri risparmi, le nostre energie e fondare una cooperativa senza capi dove le decisioni si prendono insieme, dove i legami sono orizzontali e non gerarchici, un azienda dove il tempo dedicato al lavoro non è disumano e vergognoso ma è giusto, equilibrato e dignitoso. Tutto questo sembra un sogno, un'utopia e in parte lo è perché richiede competenze che, molte volte, lavorando nelle aziende del sistema capitalista che funzionano più o meno come delle catene di montaggio, non le abbiamo acquisite, ci hanno abituati ad avvitare le solite dieci viti, a tagliare i soliti pezzi di legno; creare una cooperativa richiede coraggio e un progetto solido nelle teste, bisogna affrontare la burocrazia, competere con aziende che sfruttano i lavoratori e possono permettersi prezzi più bassi, è difficile e pieno di ostacoli ma non è impossibile. Il quarto passo è apparentemente il più piacevole ma in realtà è uno dei più insidiosi, parliamo del tempo libero; la società capitalista ci ruba dieci, undici, a volte tredici ore al giorno con il lavoro ma non si ferma qui, non gli basta rubarci il tempo della vita attiva, vuole sottrarci anche il tempo che dovrebbe essere nostro, quello in cui potremmo finalmente respirare; tutto questo viene fatto perché il sistema ha paura del silenzio, ha paura che passiamo ore immersi nella noia, nell’ozio, se rimaniamo soli con noi stessi iniziamo a pensare e un essere umano che pensa viene considerato pericoloso perché inizia a porsi domande sul senso della sua vita in questa società e a mettere in discussione il sistema stesso. Il sistema ha inventato un trucco geniale, invece di concederci del tempo che sia veramente libero ci riempie le poche ore che ci rimangono con distrazioni, stimoli, messaggi, immagini, pubblicità, ci fa credere che il tempo libero è fatto di serie televisive da guardare una dopo l'altra, di social network da scorrere senza sosta, di video e messaggi da pubblicare, di shopping, ci illude che divertirsi significa stare davanti a uno schermo o acquistare prodotti inutili ma è tutto falso, è un inganno perché questo non è tempo libero, è tempo in cui il sistema continua a dirci cosa dobbiamo desiderare, cosa dobbiamo comprare, cosa dobbiamo essere. Dovremmo usare i dispositivi elettronici quando effettivamente ci servono ad esempio per guardare un film interessante, per scrivere un post coinvolgente ma andrebbero utilizzarli con moderazione, non dovremmo tenerli accesi tutte le ore che non siamo impegnati con il lavoro; per alcuni minuti dovremmo immergerci nel silenzio e chiederci cosa ci fa sentire vivi, cosa vorremmo fare veramente nelle ore a nostra disposizione, allora ciò che ci piace davvero emergerà nella nostra testa, non importa cosa sia, l'importante è che sia autentico e che ci renda felici. Nel tempo libero dovremmo dedicare qualche minuto all’ozio, è un termine che il sistema ci ha insegnato a disprezzare, a considerare un vizio, una perdita di tempo e invece ha la sua importanza perché è nella noia, in quei momenti in cui non siamo impegnati in nulla che il cervello fa emergere i desideri sepolti e, a volte, ci fa capire qualcosa di importante su noi stessi. Nel tempo libero dovremmo poi dedicare qualche ora ai nostri legami affettivi veri perché la vita vera non è fatta solo di like e di follower, è fatta anche di tempo passato con le persone che amiamo. Il quinto passo è quello che richiede più intelligenza strategica, parliamo del rapporto con l'autorità, con coloro che si considerano superiori; la società capitalista per funzionare ha bisogno di persone ubbidienti e remissive, ha bisogno che qualcuno stia in alto e qualcuno in basso e che quelli in basso accettino questa disposizione come se fosse una legge naturale per questo il sistema ha creato una vera e propria piramide sociale invisibile e su ogni gradino di questa piramide ha piazzato una figura autoritaria: il genitore che sa tutto, l'insegnante che non si discute, il capitalista, il medico che ha l'ultima parola, il poliziotto; tutte queste figure, secondo la logica del sistema, sono superiori e noi dovremmo chinare il capo e non fare domande. Ma la verità scomoda che il sistema non vuole che noi sappiamo è che non esiste alcuna superiorità naturale; la scienza, in particolare la genetica e le neuroscienze, non hanno mai dimostrato l'esistenza di una persona superiore o di una gerarchia naturale tra gli esseri umani anzi, gli studi ci mostrano esattamente il contrario, le ricerche sottolineano che la maggior parte delle differenze che osserviamo tra le persone è dovuta a fattori ambientali, esperienze di vita e circostanze sociali e non supportano in alcun modo l'idea di una superiorità intrinseca, dire che una persona è superiore per via dei suoi geni è scientificamente insostenibile; non esistono esseri superiori, esistono solo persone che si sono ritrovate in una posizione di potere e alcuni di loro, col tempo, iniziano a credere di essere veramente superiori, iniziano a delirare, a pensare di essere speciali, a confondere il loro ruolo con la loro identità e a ritenersi autorizzati a calpestare gli altri ma è solo un delirio; il trucco del sistema è che ha costruito un'intera struttura psicologica per farci credere che esistono esseri superiori, ci hanno insegnato fin da bambini che dobbiamo rispettare chi sta sopra, che dobbiamo obbedire ciecamente, che non dobbiamo mettere in discussione l'autorità perché è superiore a noi. Se non vogliamo giocare al gioco accennato sopra, se trattiamo il capitalista come un nostro pari e ci rifiutiamo di chiamarlo ingegnere o dottore quando tutti gli altri operai lo fanno il sistema ci schiaccia; iniziano ad additarci come ribelli, diversi, pericolosi, i colleghi ci evitano, la nostra vita diventa un agonia e alla fine possiamo perdere il lavoro; a questo punto diamo la colpa all’imprenditore ma in realtà la colpa è sempre del sistema che permette a certe figure che stanno in alto nella piramide sociale di agire in un determinato modo. Allora cosa fare? Anche in questo caso può essere utile applicare la tattica del guerriero spirituale, occorre indossare una maschera, fingere, giocare al gioco del sistema senza crederci; chiamiamo ingegnere il proprietario dell’azienda, chiniamo la testa davanti al poliziotto e chiamiamolo sergente, chiamiamo professori gli insegnanti dei nostri figli, con educazione; facciamo tutto ciò che il sistema si aspetta da noi ma nella nostra testa dobbiamo avere ben chiaro che quelle persone non sono superiori, sono nostri pari; indossando la maschera stiamo semplicemente recitando una parte per navigare in un mondo che non ci appartiene e proteggere noi stessi. L’ultimo passo è difficile da affrontare, parliamo della famiglia, il sistema capitalista non si ferma al lavoro, al tempo libero, ai beni materiali o alle gerarchie sociali, vuole entrare anche nelle nostre case, nelle nostre sale da pranzo, nei nostri affetti più intimi. Molti genitori crescono i figli con l'idea che la loro vita debba seguire un copione prestabilito, questo copione varia leggermente a seconda della cultura ma nella sostanza è sempre lo stesso: trovare un lavoro stabile e ben retribuito che ci tiene impegnati tutti i giorni dalla mattina alla sera, comprare una casa grande con il mutuo, comprare un'auto di lusso che faccia bella figura, sposarsi in chiesa o in moschea e fare figli; i genitori esigono che seguiamo la strada che loro hanno immaginato per noi, molte volte non lo fanno per cattiveria ma perché è così che hanno vissuto loro e non riescono ad immaginare che si possa seguire uno stile di vita diverso da quello imposto dalla società capitalista. Quando un figlio inizia a prendere strade diverse da quelle immaginate dai genitori, ad esempio quando ha una relazione fuori dagli schemi oppure decide di non sposarsi o di non mettere al mondo bambini, allora scatta il conflitto; i genitori si sentono traditi, si sentono come se il loro progetto stesse fallendo e iniziano a fare domande, a fare pressioni, a fare sentire in colpa i figli. "Ma non pensi al tuo futuro?" “Perché a trent’anni non ti sei ancora sposato?” “Quando mi presenti un nipotino?” "Che figura faremo con i parenti?" "Sei sicuro di ciò che fai?" Queste sono le domande più frequenti; in quei momenti abbiamo la tentazione di arrabbiarci di alzare la voce, di chiuderci a riccio, alcuni hanno la tentazione di cedere, di rinunciare ai loro sogni ma nessuna di queste strade è giusta; la rabbia crea ferite difficili da rimarginare mentre la resa ci fa vivere una vita che non è la nostra, una vita passata a cercare di accontentare gli altri è una vita sprecata. La via giusta è quella della calma, quando i genitori ci chiedono perché non seguiamo la loro strada dovremmo rispondere con calma, diciamo loro semplicemente: "Io sto bene così, questa scelta mi rende sereno." La nostra serenità è la prova più evidente che la nostra scelta è giusta; è possibile che i nostri genitori non ci capiranno mai, alcuni sono talmente intrappolati nelle loro convinzioni che non riescono a vedere oltre ma non dobbiamo disperare, non dobbiamo sentirci in colpa perché la nostra vita è nostra, non siamo un oggetto di possesso dei genitori, i figli non sono un prolungamento dei sogni dei genitori, non sono un trofeo da mostrare agli amici e non sono un investimento per la vecchiaia; i figli sono persone, esseri umani che hanno il diritto di scegliere la propria strada anche se diversa da quella immaginata da chi li ha generati.