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Gisella Cozzo feat. Piero Cassano “Che male fa”

Gisella Cozzo feat. Piero Cassano “Che male fa”

Il nuovo singolo dell’artista italo-australiana inaugura un progetto che intreccia memoria e collaborazioni d’autore “Che male fa” segna il ritorno discografico di Gisella Cozzo, artista italo‑australiana che da oltre trent’anni accompagna la quotidianità degli italiani con una voce riconoscibile e una presenza costante nel panorama musicale e pubblicitario. Il nuovo singolo apre il percorso che porterà all’album “Songwriters/Cantautori”, un progetto che unisce brani inediti e reinterpretazioni di classici italiani e internazionali, costruito attraverso incontri artistici significativi. Per questo primo capitolo, Gisella sceglie un brano che appartiene alla storia della musica italiana. “Che male fa”, pubblicato nel 1976 dai Matia Bazar e firmato da Aldo Stellita, Carlo Marrale e Piero Cassano, torna in una versione che conserva l’eleganza dell’originale e la traduce in un linguaggio sonoro attuale. La presenza di Piero Cassano dà alla reinterpretazione un valore artistico e affettivo che attraversa tutto il singolo. La sua collaborazione affianca la voce di Gisella con un equilibrio naturale, restituendo al pezzo una profondità che nasce dal dialogo tra passato e presente. L’arrangiamento, curato da Filadelfo Castro, lavora su una dimensione moderna e raffinata. La produzione mette in risalto la componente emotiva del brano, sospesa tra malinconia e dolcezza, e permette alla voce di Gisella di muoversi con una sensibilità che unisce precisione tecnica e intensità interpretativa. La scelta di affrontare un testo così legato alla tradizione italiana diventa un modo per riaffermare la sua identità artistica, costruita tra due culture e capace di restituire sfumature nuove a un repertorio che appartiene a più generazioni. «Carlo Marrale ha scritto linee melodiche straordinarie e Gisella le interpreta con una sensibilità autentica. Non è semplice affrontare un brano così se non si è madrelingua italiana, ma lei riesce a restituirne l’emozione con naturalezza.» Piero Cassano «Collaborare con Piero Cassano è stato un onore. Ho scelto “Che male fa” per la delicatezza del brano e per la musicalità delle parole di Aldo Stellita. Per una cantante straniera come me sono state immediate da cantare, ma richiedevano un’interpretazione attenta per restituirne tutta la profondità.» Gisella Cozzo “Che male fa” introduce così un progetto che guarda alla tradizione senza trattarla come un esercizio nostalgico. È un lavoro che si apre alla contemporaneità attraverso la voce di un’artista che ha costruito la propria carriera tra Italia e Australia, mantenendo sempre un legame forte con la musica d’autore e con la sua dimensione più emotiva. Gisella Cozzo è una cantautrice italo‑australiana con una carriera che si sviluppa tra Australia e Italia. Inizia a studiare canto e recitazione da bambina e a sedici anni vince Young Talent Time, il talent show più seguito del Paese. Da giovanissima apre i concerti di artisti italiani molto popolari anche all’estero, accompagnandoli in tournée nelle principali città australiane. Il trasferimento in Italia segna l’inizio di un nuovo percorso. Vince il Premio Rino Gaetano, arriva in finale al Festival di Castrocaro e debutta discograficamente con “Get Up”, prodotto dai Fratelli La Bionda e da Silvio Amato. Da allora pubblica dieci album, due EP e trentasette singoli, collaborando con figure centrali della musica italiana e firmando brani pop e dance che trovano spazio in radio, televisione e cinema. La sua voce è diventata familiare al grande pubblico grazie ai jingle pubblicitari che hanno accompagnato intere generazioni. È conosciuta come la “Regina degli spot” per aver interpretato campagne di brand nazionali e internazionali, tra cui Coppa del Nonno, Chanteclair, Coca‑Cola e Levi’s. “Joy (I Feel Good, I Feel Fine)”, scritto e cantato da lei, è uno dei jingle più longevi della pubblicità italiana. Il suo repertorio pubblicitario è tornato virale grazie a un reel di cultpop.it che ha superato quasi le 700 mila visualizzazioni. Accanto alla musica, Gisella sviluppa progetti dedicati alla creatività e alla formazione. Riporta in Australia lo Zecchino d’Oro in una versione pensata per le scuole primarie e lo presenta alla Melbourne Italian Festa & Expo, che registra oltre centomila presenze. È co‑conduttrice in lingua inglese di Sanremo Senior e partecipa come giudice a Sanremo Junior e al GEF – Festival della Creatività delle Scuole, entrambi ospitati al Teatro Ariston. Nel marzo 2025 torna a Sanremo per premiare alcuni dei vincitori, confermando il suo ruolo di interprete e promotrice della cultura musicale italiana nel mondo. Etichetta: Beatfactory Productions

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RESTRINGIMENTI

Spesso leggiamo per distrarci da pensieri e riflessioni e conclusioni amare. Contrariamente a quello che si pensa sitiamo tornando indietro su più fronti e in vari campi. Siamo assaliti da mille cambiamenti ma tutti in peggio. Dovremo essere come cittadini furibondi ma facciamo sempre finta di nulla. Certo ci sono soluzioni che danno ai nervi per la facilità come sono state prese a danno di onesti cittadini. Molti sono visibilmente irritati. Dallo stato di grazia siamo caduti nel fango. Il clima in certi casi è invelenito, ma non si va oltre le parole di sdegno. Intorno a noi tutto si corrompe, assume una connotazione diversa. Si cade nella apatia. Molte questioni sono spine nel fianco, pungiglioni dolorosi. Anche divertirsi costa fatica per i servizi scadenti, per i messi scarsi. Siamo assediati da mutamenti che sono regressioni. Sembra che si provi un gusto spietato a mettere in crisi il cittadino comune costretto a vivere giorni atroci. Si tolgono diritti acquisiti, traguardi raggiunti. Ci sono sottili cambiamenti che sono invece pregiudizievoli per la popolazione. La gente accoglie tutto muta e impassibile pur provando amarezza per quieto vivere. Siamo un popolo passivo per definizione. Certi mutamenti oltrepassano la decenza. Ad esempio ci addolora la fine definitiva della posta prioritaria. Ci tolgono il gusto della posta celere, e ci si deve affidare solo alla lenta posta ordinaria. I colpi vengono sferrati per ferire in modo sadico. Alcuni mutamenti sono fatti a caso senza logica. In alcuni punti sono sparite le pensiline per gli autobus lasciando di sasso gli utenti. Lentamente ci tolgono le cose importanti essenziali. Il cotral ha ridotto le sue corse lasciando alcuni paesi sprovvisti di collegamenti con la capitale. Si può provare solo rabbia. Alcuni mercati rionali, pompe di benzina sono sparite lasciando senza servizi i cittadini specie anziani che sono spaesati. Molte poste, banche sono state chiuse come scuole e ospedali. Nelle città si respira il vuoto. Ci sono involuzioni più che rinnovamenti e rivoluzioni. Le cose semplice sono state complicate. I cittadini sono statti presi dallo sconforto. Anche le canzoni premiate al festival europeo denotano questi continui scippi e restringimenti. Hanno vinto tormentoni che possono durare una stagione. Il bel canto è stato messo da parte, quasi punito. Ci hanno privato della bella musica che per fortuna lei vince il tempo e le epoche mentre i tormentoni durano poco. Qualcosa comunque ci viene tolto ogni giorno come cittadini. Possiamo solo provare nostalgia per il passato più sensibile alle esigenze dei cittadini. Alcuni notano con sconforto la soppressione di alcuni punti taxi, di alcuni mezzi pubblici. L’angoscia ci fa invocare il passato. Siamo condannati al tracollo assorbiti nel dolore delle perdite. La voglia è quella di avere certi servizi che sono spariti e che non sono stati sostituiti. Restiamo orfani di molte funzioni e servizi e forse in futuro ci saranno altri tagli. Il disprezzo, il fastidio non servono a nulla. Il sogno era quello di un progresso senza fine, ma si è infranto. Possiamo solo provare commiserazione. Ci siamo autopuniti. Per ridare sollievo e vitalità bisognerebbe tornare a garantire certi servizi facendoli riapparire in modo stupefacente. I miracoli non accadono con tanta baldanza. Restiamo tenacemente ancorati al nostro territorio che ogni giorno perde pezzi importanti. Rievochiamo il passato con nostalgia e suggestione per alleviare il senso di perdita che ci attanaglia.

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Questo non è il mio Paese

Questo non è il mio Paese

MONOLOGO INTERIORE DI ANTONIO MARSICO Non so più se sto guardando un Paese o la sua caricatura. Mi siedo, scorro le liste dei candidati alle comunali… e mi viene da ridere. Una risata amara, di quelle che ti graffiano la gola. Nomi mai sentiti, facce spuntate dal nulla, curriculum che sembrano scritti durante la pausa caffè. E io penso: ma davvero? Davvero basta presentarsi per governare una città? Mi sembra di assistere a un casting, non a un’elezione. La politica ridotta a un modulo da compilare, a un “perché no?”, a un “ci provo”. E intanto io qui, a chiedermi quando abbiamo deciso che l’improvvisazione fosse una virtù. Mi massaggio le tempie. Sento la pressione salire, come ogni volta che mi illudo che le cose possano ancora sorprendermi in meglio. E invece no. Arriva l’ultima trovata: l’Anta Virus. Un nome che sembra inventato da uno sceneggiatore annoiato. Prima il Corona, ora questo. Ogni volta una sigla nuova, un allarme nuovo, un motivo nuovo per tenerci in bilico tra paura e rassegnazione. E io penso: ma davvero ci credono così ingenui? O peggio: siamo diventati davvero così ingenui? Mi scappa un sospiro, uno di quelli che pesano più di mille parole. Non è che non credo alla scienza. È che non credo più a chi la usa come scudo, come paravento, come telecomando per le nostre emozioni. Poi vado al supermercato. E lì mi si spezza qualcosa. Carne estera ovunque. Prezzi bassi, etichette vaghe, provenienze che sembrano scritte apposta per non dire niente. E la carne italiana? Quella buona, quella vera, quella che ha un nome, una storia, una dignità? Messa in un angolo, come un ricordo che non serve più. E come se non bastasse, adesso c’è pure il falso Made in Italy. Carni che arrivano dall’estero, lavorate chissà come, e poi magicamente etichettate come italiane. Una truffa bella e buona, che ha fatto esplodere allevatori e agricoltori. Li capisco. Li vedo in strada, esasperati, con le mani che sanno lavorare e gli occhi pieni di una rabbia che non è solo loro: è di tutti noi. Perché non è solo una questione di carne. È una questione di identità, di rispetto, di verità. E io penso: ma davvero siamo arrivati al punto di dover difendere perfino il nostro nome? Mi viene un nodo allo stomaco. Non per la carne. Per quello che rappresenta: la resa. La resa totale al “basta che costi poco”. La resa al ribasso, alla mediocrità, al “tanto è uguale”. La resa a un sistema che ti vende l’illusione del risparmio mentre ti toglie tutto il resto. Mi guardo intorno e vedo un Paese che si è abituato a tutto. A stipendi che non bastano. A servizi che non funzionano. A decisioni prese da gente che vive in un’altra dimensione. A emergenze che spuntano come funghi. A prodotti che arrivano da chissà dove. A candidati che non hanno mai amministrato neanche la loro agenda. A un falso Made in Italy che ci ruba perfino l’orgoglio. E mi chiedo: quando abbiamo smesso di indignarci? Quando abbiamo deciso che lamentarsi era inutile, che pretendere era un lusso, che alzare la testa era da maleducati? Mi permetto di fare un paragone: Gli anni ’70 e ’80 da una parte, l’oggi dall’altra. Due epoche che non si guardano: si giudicano. Da una parte chi sapeva fare. Dall’altra chi improvvisa. Da una parte chi costruiva. Dall’altra chi taglia. Da una parte chi viveva. Dall’altra chi sopravvive. E allora mi dico che forse è questo il punto. Non è la politica. Non è l’Anta Virus. Non è la carne estera. Non è nemmeno il falso Made in Italy. È la normalità che abbiamo accettato. Una normalità che non ha niente di normale. Mi alzo, sbatto il pugno sul tavolo. Non per rabbia. Per svegliarmi. Per ricordarmi che non voglio far parte di questo grande sonno collettivo. E la domanda mi torna addosso, più pesante di tutte le altre: quando abbiamo deciso che accontentarci era sufficiente? Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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La gelosia non divide monogami e coppie aperte: la differenza la fanno gli accordi

La gelosia non divide monogami e coppie aperte: la differenza la fanno gli accordi

Secondo i dati diffusi da Wyylde, la gelosia non dipende dal modello relazionale, ma dalla qualità della comunicazione e degli accordi di coppia. Nelle relazioni non monogame la gelosia non scompare. Cambia forma. È questo uno dei principali insight emersi dall’analisi condotta da Wyylde, il social network più autorevole dedicato alla libertà sessuale, che mette in discussione l’idea che la libertà affettiva coincida con l’assenza di emozioni complesse. Secondo i dati raccolti, il 68% degli utenti dichiara di aver provato gelosia anche all’interno di relazioni aperte. Non si tratta però di una tensione legata al possesso, bensì una forma più sottile, fatta di confronto. Il punto, secondo il social network, non è più “lui o lei mi tradisce”, ma chi è l’altro, cosa prova, quanto spazio emotivo occupa. Tra le situazioni più frequenti emergono il confronto con altri partner sul piano estetico e sessuale, la percezione di legami inattesi e la gestione del tempo e dell’attenzione nella coppia. Un elemento particolarmente significativo riguarda la trasparenza: oltre il 55% degli utenti afferma che sapere troppi dettagli sulle esperienze del partner può aumentare il disagio invece di ridurlo, evidenziando il delicato equilibrio tra informazione e protezione emotiva. La gelosia non dipende dal tipo di relazione Le ricerche più recenti sul tema confermano che la gelosia non è necessariamente più intensa nelle relazioni non monogame rispetto a quelle monogame. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Sexes, condotto dai ricercatori dell’Università di Oviedo, ha analizzato un campione di 210 adulti in Spagna, confrontando relazioni monogame e non monogame consensuali (CNM). I risultati mostrano che non emergono differenze significative nei livelli di gelosia tra i due gruppi, mentre le persone in CNM riportano maggiore consenso relazionale, maggiore desiderio sessuale diadico e una più alta capacità di negoziazione nei conflitti. Una meta-analisi internazionale che ha aggregato 35 studi per oltre 24.000 partecipanti conferma lo stesso quadro: non esistono differenze significative nella soddisfazione relazionale tra i modelli, e i fattori davvero determinanti sono comunicazione, chiarezza degli accordi e connessione emotiva. In altre parole: non è la forma della relazione a determinare la gelosia, ma la qualità del legame. Se la gelosia non dipende dal tipo di relazione ma da come la coppia comunica e si ascolta, la differenza sta nella quotidianità: piccoli accordi, equilibri che cambiano e capacità di adattarsi senza perdersi. Da qui nasce un vademecum relazionale promosso da Wyylde, un modo più consapevole di abitare libertà, confini ed emozioni. Come vivere le relazioni aperte e gestire la gelosia nella vita quotidiana Nelle relazioni aperte l’equilibrio non nasce dall’assenza di regole, ma da regole vive, condivise e rinegoziabili nel tempo. I confini non sono controllo, ma sicurezza condivisa: chiarire quali relazioni esterne sono compatibili e come integrarle nella vita quotidiana aiuta a evitare ambiguità. Anche la gestione pratica degli incontri ha un peso emotivo: sapere quando ci si vede, come ci si racconta e cosa resta fuori dalla coppia sostiene stabilità e continuità. Centrale è la condivisione: quanto dire, cosa trattenere, come proteggere l’intimità senza creare distanza. Infine, il tempo insieme: mantenere rituali di coppia, anche minimi, aiuta a non perdere il centro emotivo del legame. Gelosia: da emozione scomoda a segnale utile La gelosia, in questo contesto, non viene eliminata ma riletta. Non è un errore del sistema, ma un segnale che indica bisogni di sicurezza, riconoscimento o paura di perdita. Alcune coppie iscritte a Wyylde raccontano come questo cambio di prospettiva abbia trasformato il loro modo di vivere le emozioni: “Non abbiamo smesso di essere gelosi, abbiamo imparato a dircelo.” Nel dibattito contemporaneo sulle relazioni non monogame anche figure pubbliche come Will Smith e Jada Pinkett Smith, così come Mo'Nique e Sidney Hicks, hanno contribuito a rendere visibile un elemento ricorrente: la relazione si regge sulla negoziazione continua, non sulla staticità dei confini. Fiducia: la vera struttura delle relazioni aperte Le esperienze più stabili mostrano che la fiducia non nasce dall’assenza di altri legami, ma dalla coerenza tra accordi e comportamenti. Quando funziona, la relazione aperta non riduce l’intimità, ma la ridefinisce: a volte la complicità aumenta, perché tutto diventa più esplicito, consapevole e condiviso. In questo confronto emerge un punto centrale: conta più come la coppia comunica che il tipo di relazione scelto. Dove invece mancano chiarezza e ascolto, possono emergere ansia, controllo e insicurezza emotiva. Monogamia, relazioni aperte e forme ibride non sono gerarchie affettive, ma modi diversi di vivere la stessa cosa: la gestione dell’intimità. All’interno della community di Wyylde ricorre spesso la stessa consapevolezza: non è il tipo di relazione a fare la differenza, ma la capacità di costruire accordi chiari e sostenibili nel tempo. Secondo quanto emerge dalle testimonianze degli iscritti alla community, alcune coppie definiscono insieme cosa condividere dopo un incontro esterno, altre si concedono momenti strutturati di confronto emotivo per rielaborare ciò che è stato vissuto. C’è anche chi sottolinea come diventi centrale la gestione del tempo di coppia, attraverso rituali e spazi dedicati che mantengono stabile il legame principale. Wyylde Wyylde è una community internazionale pensata per la condivisione di contenuti sul tema della sessualità, che fa parte del gruppo francese Koala Interactive. Nata in Francia nel 2004, conta oggi oltre 7 milioni di utenti tra Francia, Spagna e Germania, 20 mila in Italia e una media di 700 mila visite giornaliere in tutta Europa. Da 10 anni Wyylde è leader del mercato in Francia, grazie alla priorità data alla sicurezza e alla privacy, nonché a supporto di importanti campagne di comunicazione multicanale che hanno contribuito alla notorietà del servizio. Nel tempo la piattaforma è diventata un vero e proprio social network, con l’obiettivo di seguire e cavalcare le nuove tendenze e le abitudini sessuali sempre in continua evoluzione, preservando allo stesso tempo la sicurezza e la riservatezza degli utenti. Wyylde è in grado di proporre esperienze sempre migliori grazie alla consulenza di esperti e alla creazione di uno spazio per conoscere nuove persone, sperimentare nuove pratiche, trovare nuovi partner o semplicemente scambiarsi opinioni, in un contesto aperto, mentalmente libero, rispettoso e non giudicante.

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Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

È stato un momento di grande valore culturale e diplomatico, che ha rafforzato i legami tra Italia e Ungheria quanto è emerso nel corso del convegno che si è svolto presso la prestigiosa sede dell’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika” di Budapest. Il seminario, organizzato dall’Associazione “Dante Alighieri” della capitale magiara, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia di Budapest, l’Istituto Italiano di Cultura di Budapest e l’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika”. La giornata si è aperta con i saluti ufficiali di Pier Paolo Pigozzi, Vice Rettore dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika”, dell’Ambasciatore d’Italia in Ungheria S.E. Giuseppe Scognamiglio, di Edit Császi, Presidente dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest e di Roberto Massucco, Presidente di Confindustria Ungheria. La moderazione dei lavori è stata affidata alla Prof.ssa Anna Molnár, Capodipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika” e segretario dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest.Tredici relatori provenienti da istituzioni accademiche e culturali italiane e ungheresi si sono alternati nel corso delle due sessioni tenutosi nell’importante location culturale, affrontando temi che spaziano dalla diplomazia rinascimentale alla cooperazione culturale contemporanea, tra i quali Gianni Aiello, Presidente del Circolo Culturale “L’Agorà” e del Centro studi italo-ungherese “Árpád”, che ha trattato il tema “Echi rivoluzionari nei carteggi archivistici 1956-2026”. L’intervenuto, nel corso del suo intervento, supportato da slide documentali, ha analizzato svariati documenti del periodo storico in argomento, illustrando all’uditorio della capitale magiara i risultati delle predette ricerche archivistiche che peraltro sono in continuo aggiornamento. Nel corso della conferenza sono emerse diverse cifre a riguardo la tradizione e l’evoluzione dei rapporti secolari tra i due Paesi seguendo un approccio multidisciplinare che ha toccato temi come la storia, la diplomazia, l’economia e la cultura. LINK VIDEO

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Una storia finita, una mente ancora intrappolata: Sopr4Tonica pubblicano “La visione di un momento”

Una storia finita, una mente ancora intrappolata: Sopr4Tonica pubblicano “La visione di un momento”

Una storia che diventa così instabile da alterare il modo in cui percepisci il tempo, la libertà e te stesso. Poi, l’irruzione di un suono, quello di una crepa che si allarga, mentre il graffio vocale di Mafalda Belli diventa l’unico strumento utile per mappare un labirinto mentale fatto di ricordi che non vogliono sbiadire. Nasce così “La visione di un momento” (Milano Music Play per Sony Music Italy/ distr. The Orchard), il nuovo singolo della band capitolina Sopr4Tonica estratto dal disco “4”: un brano post-grunge che racconta una relazione finita sulla carta, ma ancora viva nella mente come una forma di prigionia. Scritto da Gianmarco Casentini, il brano ruota attorno a una domanda che ritorna come un pensiero fisso: cosa resta di una relazione quando la sua fine è già avvenuta, ma la mente continua ad abitarla? “La visione di un momento” non si sofferma sulla separazione, ma su ciò che ne consegue, quando i ricordi non hanno più la forma della rabbia e diventano un luogo chiuso, una ripetizione, un pensiero che torna sempre alla stessa immagine. Nel testo, la parola chiave è “instabile”. Instabile è il pensiero, instabile è la storia, instabile è il modo in cui il tempo viene percepito. «Ma dimmi la verità, se siamo qua per vivere, o siamo qua per correre col tempo che corre più di noi»: questo verso racchiude un’importante riflessione sulla libertà, su quanto ci si possa ritenere effettivamente liberi quando una relazione si è conclusa ma continua a decidere il modo in cui si guarda al presente e al futuro. Basso, chitarre e batteria erigono un’impalcatura sonora nervosa, tesa, compatta; un ensemble di impulsi che non concede respiro. Su questa trama, la voce di Mafalda Belli agisce sottraendo ogni tipo di certezza: il suo graffio post-grunge non leviga i bordi di un cuore in cerca di riparo, non tenta di estetizzare il dolore e non offre alcun tipo di assoluzione catartica. Al contrario, si scaglia contro la struttura ritmica, lasciando quel cuore esattamente com’è: livido, contraddittorio, ancora esposto al riverbero di istanti e fotogrammi che rifiutano di farsi oblio. Questa stasi percettiva trova la sua naturale estensione estetica nel videoclip ufficiale, diretto da Roberto Scognamillo. Qui, la narrazione abbandona il piano puramente introspettivo per farsi immagine attraverso un’ambientazione distopica. Il video non si limita a illustrare il brano, ma ne amplifica la portata: la mente, prigioniera della propria visione, diventa un luogo dove il passato è un detrito che non si riesce a smaltire e il futuro un orizzonte che resta oscuro. È la rappresentazione visiva di quella «camicia di forza» citata dalla band, una dimensione in cui l’individuo è costretto a confrontarsi con la propria inerzia. Nonostante la densità dell'ombra che attraversa la traccia, i Sopr4Tonica scelgono di non arrendersi al nichilismo. La release si fonda infatti su una convinzione importante degli artisti: far sì che la voce non venga mai soffocata e che la bellezza interiore prevalga anche nelle situazioni più dure e complesse. Per questo, il brano si distanzia dal racconto di una sconfitta per diventare una forma di reazione, un modo per dare coordinate a un dolore che, altrimenti, resterebbe muto. “La visione di un momento” si inserisce nel percorso di “4”, primo album dei Sopr4Tonica, otto brani nati dall’incontro tra esperienze e inclinazioni diverse. La formazone prende forma nell’estate del 2024, durante una cena tra amici, quando Gianmarco Casentini, Andrea D’Annibale, Mafalda Belli e Andrea Marchetti — già legati da precedenti esperienze artistiche — decidono di aprire un nuovo capitolo comune. Da subito, l’idea è quella di far confluire nei brani inediti le rispettive provenienze musicali, senza appiattirle in una formula unica. Con “La visione di un momento” i Sopr4Tonica ci ricordano che il rock ha ancora il compito di mappare i nostri abissi, senza necessariamente offrirci una via d’uscita, ma dandoci finalmente le parole per descriverli.

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L’AGRICOLTURA IN UN FUTURO MONDO IDEALE

L’AGRICOLTURA IN UN FUTURO MONDO IDEALE

Prima di raccontarvi come potrebbe essere l’agricoltura in un mondo ideale dobbiamo fermarci un istante a osservare quello che succede oggi perché non si può costruire un futuro giusto se si chiudono gli occhi su ciò che non va nel nostro presente. Siamo abituati a pensare che lo sfruttamento sia una cosa lontana, che accade nelle fabbriche del Bangladesh o nelle miniere del Congo invece è anche qui, nelle pianure e nelle colline italiane, è dove il cibo che arriva sulle nostre tavole viene raccolto da mani che non vediamo mai, parlo degli operai agricoli, per lo più immigrati o italiani poveri; sono persone costrette a lavorare in nero dodici o quattordici ore al giorno per pochi euro e a dormire in baracche di lamiera senza acqua né luce; questa vergogna ha un nome: si chiama caporalato, i caporali sono uomini che si mettono in mezzo tra le aziende agricole e i disperati vivendo di questa intermediazione mafiosa, sono loro che reclutano, trasportano le persone ammassate su furgoni scassati, pagano e trattengono una parte di quei pochi soldi; il caporalato non è un fenomeno marginale, in alcune regioni d'Italia oltre il trenta per cento del lavoro agricolo è completamente in nero. C’è poi un altro gigante cattivo invisibile ed è il monopolio; nell'attuale sistema capitalista cinque aziende controllano oltre il sessanta per cento del mercato globale dei semi e oltre il settanta per cento dei pesticidi e fertilizzanti chimici, queste aziende hanno investito miliardi in ricerca e ingegneria genetica creando semi che producono più di una varietà tradizionale e così gli agricoltori sono costretti a comprare le semenze da questi colossi; tutto questo sembra progresso ma non lo è, le piante che nascono non resistono alle malattie e ai parassiti, sono semi creati apposta per generare un buon raccolto solo con l'uso di specifici pesticidi, insetticidi e fertilizzanti prodotti dalle stesse cinque aziende che vendono i semi, è un pacchetto obbligato che inquina i fiumi oltre ad erodere ed impoverire il terreno; grazie a queste aziende tra qualche decennio vaste aree del pianeta non potranno più essere coltivate. Bisogna inoltre tenere in considerazione che le semenze vendute da queste aziende danneggiano anche chi le compra, sono semi brevettati per cui l'agricoltore può usarli per un ciclo ma non può seminare i semi generati dalla pianta che ne nasce perché sono ancora di proprietà dell'azienda; oggi per fare l'agricoltore bisogna investire un bel po' di soldi ogni anno per acquistare semi brevettati, pesticidi, insetticidi e concimi chimici per questo motivo nei paesi poveri molti contadini sono finiti nelle mani degli usurai e hanno perso tutto ciò che avevano perché non sono riusciti a pagare il debito, in India il novantatré per cento dei suicidi degli agricoltori è dovuto a questo fenomeno. A tutto questo si aggiunge un altro aspetto assurdo, nelle centrali di smistamento frutta e verdura passano in macchine che misurano, pesano e fotografano e i prodotti troppo piccoli, troppo grandi, storti o leggermente macchiati vengono buttati via perché non sono esteticamente belli, tutto questo è assurdo. Ora proviamo ad immaginare un mondo diverso, un mondo ideale, molti lo chiamerebbero utopico, ma utopico non è; in questo mondo secondo me le città dovrebbero essere un'evoluzione degli attuali eco villaggi anarchici; per quanto riguarda l'agricoltura i principi su cui dovremmo basarci dovrebbero essere quattro: il recupero delle semenze antiche, limitare il più possibile la fatica umana, rispettare la natura ed ottenere la maggior resa possibile in poco spazio. Prima di pensare a nuove forme di coltivazione dobbiamo fare un passo indietro e recuperare ciò che abbiamo dimenticato: i semi dei nostri nonni; per generazioni i contadini di ogni zona hanno selezionato varietà capaci di crescere senza pesticidi, senza concimi chimici e con l'acqua che aveva quel territorio ad esempio nel sud Italia avevano creato pomodori che davano frutto senza bisogno di essere irrigati; invece di comprare ogni anno semi brevettati da multinazionali ogni zona del pianeta dovrebbe tornare a seminare le proprie varietà antiche, solo così possiamo costruire un'agricoltura davvero indipendente e sostenibile. Una valida alternativa per produrre cibo in un futuro ideale potrebbero essere le food forest che sono una valida risposta alla monocultura attuale; immaginiamo di camminare in un bosco che nessuno ha mai piantato, vediamo querce maestose, sotto di loro crescono i noccioli, più in giù troviamo i rovi carichi di more e ai nostri piedi i funghi che nessuno ha seminato; nessuno cura questo bosco, eppure tutto prospera senza concimi, senza diserbanti, senza l'affanno umano, questo è un ecosistema; la foresta commestibile è qualcosa di simile, è un ecosistema progettato ma non dominato, per creare una foresta commestibile occorre scegliere con cura quali piante introdurre ma poi bisogna lasciare che facciano il loro lavoro; se osserviamo una food forest vediamo una stratificazione di piante, proprio come in un bosco naturale, in alto crescono alberi maestosi come noci, castagni, meli e grandi ciliegi, sotto di loro troviamo noccioli, fichi, peschi e peri, ancora più giù possiamo vedere mirtilli, lamponi e more, poi erbe aromatiche, asparagi e fragole e nel sottosuolo possono essere seminate delle piccole patate; nelle food forest ci sono anche le piante rampicanti, si possono vedere i kiwi che salgono sui meli, l'uva che si attorciglia ai noccioli e i fagiolini che trovano sostegno dove possono; nelle food forest tutto è mescolato, tutto è interconnesso, la manutenzione è quasi inesistente e lo stesso vale per l'irrigazione, i fertilizzanti sono le foglie che cadono e i rami che marciscono. Ora qualcuno obietterà: E il grano? E il mais? E i pomodori, Le zucchine? Non tutti possono crescere all'ombra di un castagno ma la loro produzione non dovrebbe avvenire nemmeno con i metodi e le scale dell'agricoltura industriale attuale, si potrebbe invece applicare il concetto di policoltura che può essere organizzata nel tempo o nello spazio. Riguardo la policultura nel tempo si parte dal presupposto che un grande appezzamento di terreno non dovrebbe mai essere sfruttato allo stesso modo per due anni di fila; il primo anno si semina un cereale, il secondo patate o carote che rompono il terreno con le loro radici, il terzo anno lo si lascia a pascolo per animali che concimano mentre il quarto anno si semina un miscuglio di almeno dieci specie diverse di piante da sovescio, sono erbe che affondano le loro radici profonde nel sottosuolo e portano in superficie minerali e azoto; quando sono abbastanza alte vanno tagliate e interrate con un trattore, così la terra si concima da sola senza l’uso di fertilizzanti chimici. La policultura nello spazio è ancora più bella da vedere; su un appezzamento di terreno si seminano nello stesso momento diverse varietà di verdure una accanto all'altra ad esempio immaginiamo un campo dove in ogni due metri quadrati crescono insieme mais, fagioli rampicanti e zucche; il mais fa da tutore per i fagioli che fissano l'azoto nel terreno mentre le foglie larghe e basse delle zucche ombreggiano il suolo, riducono l'evaporazione e soffocano le erbe infestanti. Poi c'è la cerealicoltura estensiva rigenerativa, praticamente si mescolano in un'unica seminatrice miscugli di cereali insieme a leguminose come il trifoglio che fissano l'azoto e impediscono la crescita delle erbe infestanti. Un'altra tecnica ereditata dalla saggezza contadina è il tumulo, è un concentrato di efficienza in poco spazio; alla base si mettono ramaglie e legna morta, sopra gli scarti organici, poi con una piccola ruspa si copre tutto con uno strato di terreno creando una collina in miniatura e infine si semina; il legno marcisce lentamente, trattiene l'acqua come una spugna e rilascia nutrienti per anni, in pochi metri quadrati si può avere un raccolto straordinario. Ci sono poi i pollai mobili, sono ampi recinti leggeri e modulari con una piccola zona notte per le galline, questi pollai vengono spostati periodicamente nelle diverse zone di un campo incolto, le galline mangiano gli insetti nocivi e i semi delle erbe infestanti e concimano con i loro escrementi, appena si sposta il recinto si può seminare; con questo sistema si possono ottenere ottimi raccolti grazie alla concimazione naturale. C'è anche l'idea che unisce pascolo, frutteto e ortaggi; si divide un frutteto in sei parcelle con recinzioni, si fanno entrare le capre per alcuni giorni in una parcella, gli animali mangiano l'erba, brucano le piante infestanti e concimano poi si spostano nella parcella successiva mentre nella parcella appena pascolata, tra gli alberi da frutto, si possono piantare ortaggi a crescita rapida che prosperano anche in zone ombreggiate; dopo il raccolto delle verdure si lascia crescere l'erba e il ciclo ricomincia. Non tutti i terreni sono fertili, in alcune zone aride inadatte all'agricoltura possiamo usare l'acquaponica che unisce l'allevamento di pesci alla coltivazione in acqua; per utilizzare questo metodo occorre uno stagno con i pesci, l'acqua del laghetto viene pompata in un letto di argilla dove crescono le piante, le piante assorbono i nutrienti e puliscono l'acqua che poi ritorna limpida allo stagno. Infine la lezione più rivoluzionaria di tutte viene dal giapponese Fukuoka, lui ha avuto il coraggio di infrangere l'antico proverbio italiano che dice: “l'orto vuole l'uomo morto”; quante generazioni di contadini hanno creduto che per mangiare bisogna ammazzarsi di fatica, arare, zappare, concimare, diserbare, annaffiare, una guerra senza fine contro la natura; Fukuoka ha capito che questa guerra la perdiamo sempre così ha proposto la sua agricoltura del non fare, non ci dice cosa fare ma cosa smettere di fare; ecco come funziona: prendiamo un terreno incolto coperto di erbacce non troppo alte, se sono alte vanno falciate con una falciatrice senza strappare le radici; in autunno si stende uno strato di paglia di circa venti centimetri su tutto l'appezzamento in modo che in primavera le erbe infestanti saranno soffocate, ora si mescolano i semi di trifoglio con la sabbia e si spargono sopra la paglia, la pioggia li trascinerà giù a contatto con la terra; per seminare le verdure, ad esempio le zucchine, si preparano delle palline di argilla e terra fertile grandi come biglie, dentro bisogna metterci i semi delle verdure e un po' di semi di trifoglio, si fanno seccare le palline all'ombra poi si mettono sotto la paglia a contatto col terreno, quando pioverà i semi di trifoglio germoglieranno per primi, attraverseranno la paglia e formeranno un tappeto verde, i semi delle verdure germoglieranno dopo ma essendo piante più alte cresceranno senza problemi attraverso il trifoglio; in estate avremo un prato di trifoglio che copre tutto impedendo la crescita delle erbe infestanti e i filari di zucchine che spuntano come torri; in autunno bisogna lasciare le piante secche dove sono e aggiungere dieci centimetri di paglia fresca; l'anno dopo il trifoglio sarà ancora lì, occorre ora preparare nuove palline con semi diversi, ad esempio angurie, senza l’aggiunta del trifoglio, si fanno seccare le palline, si mettono sotto la paglia a contatto col terreno e si aggiunge un altro strato di paglia se necessario in modo che lo spessore non sia inferiore a otto centimetri; col passare degli anni si può evitare di aggiungere paglia e seminare direttamente sotto il trifoglio; il metodo Fukuoka non ha una ricetta unica, ogni luogo, ogni clima, ogni comunità lo adatta alle proprie esigenze. In una città ideale del futuro anche i lavori nei campi dovrebbero cambiare, servono macchinari confortevoli che limitano la fatica umana ma che non ci separano dalla terra; servono trattori di ultima generazione, silenziosi ed elettrici, progettati per essere riparati in loco con pezzi standard e manuali aperti e poi non dovrebbero mancare i robot per la raccolta automatica, ce ne sono di due tipi: i robot selettivi e le grandi macchine per la raccolta di massa; nel primo caso avremo macchinari precisi che usano l'intelligenza artificiale, le telecamere ad alta definizione e i bracci con pinze morbide, questi marchingegni riconoscono il grado di maturazione di fragole, mele, pomodori, uva, kiwi, e li colgono uno a uno senza danneggiarli, sono lenti ma ideali per frutti delicati; riguardo le grandi macchine per la raccolta meccanica di massa possiamo dire che sono più brutali ma efficienti, ideali per colture estensive come piselli, girasoli, olive, mandorle, nocciole, prugne, spinaci, finocchi e insalata; alcune scuotono gli alberi separando i frutti dai rami, altre tagliano le piante e separano il raccolto dal resto. Nell'agricoltura capitalistica ogni azienda compra i propri macchinari, sono costosissimi e restano inutilizzati per trecentosessanta giorni all'anno, un trattore che costa cinquantamila euro viene usato per una settimana e poi resta fermo in un capannone, tutto questo è uno spreco insensato; in futuro dovremmo fare l'opposto, i trattori e i macchinari per la raccolta automatica dovrebbero essere condivisi tra tutte le città di una zona, si dovrebbe stabilire un calendario di utilizzo nei periodi di raccolta e, se necessario, organizzare turni notturni perché i pomodori maturi non aspettano le comodità degli esseri umani. Le mie idee riguardo l'agricoltura del futuro sotto certi aspetti si avvicinano a quelle degli anarchici, come loro credo nella condivisione dei macchinari, nel rifiuto del profitto e nel rispetto della natura ma da loro mi allontano su un punto: molti anarchici, non tutti, diffidano della tecnologia mentre io credo che robot, trattori elettrici ed acquaponica siano strumenti preziosi se condivisi, usati con intelligenza e senza sfruttamento. 

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L'Abruzzo nella IAI (Iniziativa Adriatico Ionica) – L'Oleificio Andreassi di Poggiofiorito

I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa hanno inserito l'Oleificio Andreassi nel progetto L'Europa delle scienze e della cultura (Patrocinio IAI-Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). L'incontro con il comm. Matteo Andreassi all'Oasi La Brussa in Caorle (Ve), in occasione di VinoCalciando, ha ribadito una scelta che Borghi d'Europa aveva maturato fin dal 2015. Poggiofiorito è un comune italiano di 798 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. Fa parte dell'Unione dei comuni della Marrucina. I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa lo hanno conosciuto grazie alle degustazioni dell'olio e del vino dell 'Oleificio Andreassi e lo hanno così inserito nella rete dei Borghi del Gusto. Matteo Andreassi,Mastro Oleario, sarà presente alla edizione del 25 maggio di VinoCalciando a Caorle, presso la Trattoria Agli Alberoni, della serata di degustazione e prodotti enogastronomici. L'evento nasce ad Udine da una idea di tre amici Dante Mauro e Claudio, di voler giocare una partita a calcio (cuochi contro camerieri) e degustare ottimi vini e prodotti a fine match. VinoCalciando oggi conserva il nome (nato dopo una serata eroica a Fagagna), ma sopratutto lo spirito. La serata di degustazione viene rinnovata di anno in anno e parte del ricavato è sempre devoluto in beneficenza. L'incontro di Caorle servirà anche a raccontare l'inserimento dell'Oleificio Andreassi nella rete di iniziative giornalistiche che accompagnano dal 1° giugno il turno di Presidenza italiana alla IAI (Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). Nel giugno del 2025 Borghi d'Europa aveva inserito l'Azienda di Poggiofiorito all'interno delle manifestazioni che avevano ricordato il 25° della nascita della IAI, a giugno 2026 inizierà il Percorso informativo che coprirà dieci Paesi Europei e diverse regioni italiane sulle qualità dell'olio abruzzese. Accanto alla produzione di ottimo olio, il comm. Matteo Andreassi ha unito la produzione di vino. E' nata così Fattoria Andreassi, grazie all'acquisizione di cinque ettari, salvati da una sicura perdita d'identità. 'Volti di un territorio' recita la linea dei vini MUSA : due IGT,Pecorino Terre di Chietie Passerina Terre di Chieti e due DOC (rossi), il Montepulciano d'Abruzzo e il Cavaliere, Montepulciano d'Abruzzo Riserva. " Il Pecorino Terra di Chieti – osserva Alessio Dalla Barba, giornalista e sommlier AIS di Milano-, ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Risulta al naso intenso, con note di frutta a polpa bianca/gialla (pesca e albicocca) e più tropicali come mango e kiwi, sentori minerali. Denota una grande freschezza, che si trova al palato, sapido e piacevole ma possiede un buon potenziale evolutivo : perfetto con molluschi e crostacei o con un cous cous con pesce e verdure in ottica estiva" Postato 1 hour ago

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Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Il progetto celebra la cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO Si è svolta a Palermo, nel Palazzo dei Crociferi, gentilmente concesso dall'assessorato al centro storico, la prima scena del cortometraggio "Made in Sicily". Il corto vuole celebrare la Sicilia regione della gastronomia 2025 e la cucina italiana ufficialmente proclamata patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO. "Made in Sicily" è anche un progetto per sensibilizzare le nuove generazioni sul problema della corretta alimentazione e sui pericoli che possono derivare da conservanti, coloranti, emulsionanti, additivi chimici, acrilammide, PFAS, e cibi ultra processati. La soluzione è naturalmente tornare alle origini e mangiare i piatti tradizionali siciliani e italiani . La regia è di Fabrizio Dia, che si avvale per la realizzazione del progetto di un solido staff tecnico. Direttore della fotografia Sergio Fiorito, sceneggiatura Gabriele Dia, Stylist Kiara Ferretta, aiuto regia Camillo Spoto, assistente alla regia Marco Ermani, trucco cinematografico Marzia Castana, location manager Carlo Muraglia, ciacchista Andrea Conti, dronista Giovanni Nicolosi, consulente per la qualità e sicurezza alimentare Maria Elena Ristuccia e Giuseppe Ciriminna alla presa diretta. Il corto è un progetto corale che coinvolge 50 attori, fra i quali quattro protagonisti, Vito La Grassa noto al pubblico per "Squadra Antimafia" e "Uomini e donne", Sophia Pagliaro vincitrice del titolo nazionale Miss Venere 2025, e gli attori emergenti Rita Bucchieri e Carlo Muraglia. La produzione è dell'associazione Digital H.M. e a maggio 2026 è prevista la presentazione al cinema.

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Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Il diradamento e la caduta dei capelli sono condizioni molto diffuse negli uomini, ma anche tra le donne. Stress, fattori ormonali, predisposizione genetica e squilibri del cuoio capelluto possono influire sulla vitalità dei follicoli e sulla qualità del fusto. Negli ultimi anni la ricerca in ambito tricologico ha compiuto passi avanti significativi, portando allo sviluppo di trattamenti rigenerativi e formule cosmetiche innovative che lavorano in modo mirato sull’ambiente del cuoio capelluto. Quando si parla di ricrescita, è fondamentale distinguere tra: trattamenti medici rigenerativi eseguiti in clinica soluzioni cosmetiche avanzate a base di cellule staminali vegetali e attivi biotecnologici Entrambi gli approcci mirano a sostenere i follicoli ancora attivi, ma con modalità, tempi e costi differenti. Capelli e medicina rigenerativa: come funzionano i trattamenti clinici In ambito medico, i protocolli di medicina rigenerativa utilizzano cellule autologhe (provenienti dallo stesso paziente) o concentrati ricchi di fattori di crescita per stimolare i follicoli indeboliti. Il trattamento è ambulatoriale: Si effettua un prelievo (sangue o tessuto adiposo). Il materiale viene processato. Si procede con microiniezioni nel cuoio capelluto. L’obiettivo è migliorare la qualità dei capelli nelle zone diradate e favorire condizioni più favorevoli alla crescita. I risultati non sono immediati: i primi segnali possono comparire dopo alcune settimane, mentre i miglioramenti più evidenti si osservano generalmente tra i 3 e i 6 mesi, con protocolli che prevedono richiami periodici. Questi trattamenti sono indicati soprattutto nei casi di: -alopecia androgenetica iniziale -diradamento diffuso -mantenimento post-trapianto -caduta legata a stress o squilibri temporanei Il costo varia in base alla tecnica e alla struttura, con un prezzo per seduta che può andare indicativamente da 600 a oltre 2.000 euro. L’alternativa cosmetica: cellule staminali vegetali e attivi tricogeni Accanto all’approccio clinico, la cosmetica avanzata ha sviluppato soluzioni a base di cellule staminali vegetali e complessi biotecnologici. È importante chiarire che le cellule staminali per capelli di origine vegetale utilizzate nei trattamenti cosmetici non sono cellule vive, ma estratti attivi capaci di imitare i segnali di rinnovamento cellulare e sostenere il cuoio capelluto nel tempo. Le formulazioni più evolute puntano a: -rafforzare i capelli esistenti -aumentare lo spessore del fusto -rallentare la caduta -migliorare l’equilibrio del cuoio capelluto L’azione è progressiva e legata alla costanza d’uso. I benefici si osservano soprattutto in termini di: -maggiore forza e resistenza -capelli più corposi -riduzione della caduta stagionale -miglioramento della qualità generale del cuoio capelluto Risultati e aspettative: cosa è realistico aspettarsi Quando si parla di ricrescita, è fondamentale avere aspettative corrette. -I trattamenti clinici possono offrire risultati più evidenti nel medio periodo, soprattutto quando i follicoli sono ancora attivi. -Le soluzioni cosmetiche lavorano in modo graduale e costante, migliorando nel tempo qualità, forza e densità percepita. In entrambi i casi, la condizione iniziale del cuoio capelluto e la tempestività dell’intervento sono fattori determinanti. I benefici sono generalmente più evidenti nelle fasi iniziali o moderate del diradamento, quando i follicoli non sono completamente atrofizzati. Le Novità tutte italiane introdotte da Hilaria Cosmetics Tra le realtà italiane che hanno investito nella ricerca cosmetica rigenerativa si distingue Hilaria Cosmetics, brand specializzato in trattamenti anticaduta formulati con cellule staminali vegetali, estratti bioplacentari, attivi epigenetici e complessi tricogeni. L’obiettivo delle formulazioni è creare un ambiente ottimale per i follicoli ancora attivi, sostenendo: -microcircolo del cuoio capelluto -equilibrio cutaneo -ispessimento del capello -vitalità e densità nel tempo La linea comprende: -Lozione anticaduta a base di cellule staminali vegetali -Shampoo Detox per la ricrescita -Balsamo anticaduta -Integratore alla mela Annurca Tutte le formule sono 100% naturali e pensate per un utilizzo quotidiano, integrabile facilmente nella propria routine. A chi sono indicati questi trattamenti? Sia uomini che donne possono beneficiare di un approccio mirato alla salute del cuoio capelluto. -Negli uomini, i trattamenti sono spesso scelti per contrastare l’alopecia androgenetica e mantenere i risultati dopo un trapianto. -Nelle donne, sono particolarmente indicati nei casi di diradamento diffuso, squilibri ormonali o caduta legata a periodi di stress. La scelta tra trattamento clinico e soluzione cosmetica dipende da: -stadio del diradamento -budget disponibile -preferenza per un approccio invasivo o topico -obiettivi personali Supportare la ricrescita in modo consapevole Oggi la ricerca offre strumenti concreti per intervenire sul diradamento in modo sempre più mirato. La combinazione tra innovazione scientifica e cosmetica biotecnologica permette di costruire percorsi personalizzati, intervenendo tempestivamente nella routine quotidiana con un risparmio di lungo termine sui trattamenti clinici. Intervenire precocemente, sostenere i follicoli ancora attivi e mantenere costanza nel trattamento, sono le chiavi per accompagnare il naturale ciclo di crescita del capello e favorire un aspetto più pieno, forte e vitale nel tempo.

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