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L'uomo che perse l'amore

L'uomo che perse l'amore

Sulla spiaggia di una città vicino a Nyali la sabbia è così chiara che acceca e il mare Indiano è limpido come una sorgente; ogni giorno, dopo il lavoro, passa Kamau, tutti lo conoscono ma nessuno lo conosce davvero; ha cinquant’anni, sul volto ha tre cicatrici che sembrano fatte con un coltello affilato e lo sono; Kamau non sorride mai, cammina a testa bassa, se una donna gli si avvicina la evita, se un uomo gli offre una birra rifiuta, i colleghi all’inizio ci hanno provato a invitarlo ma poi hanno smesso, parlare con quest’uomo è come parlare con un muro che respira, se un cane gli corre incontro scodinzolando lui guarda avanti come se fosse aria, quando vede due innamorati che si baciano volta la faccia, quando incrocia un gruppo di amici che ridono in compagnia guarda altrove. Kamau si siede sempre nello stesso punto, all’estremità sud, dove la spiaggia è quasi deserta e se ne sta li immobile a fissare il mare per ore, al tramonto a volte gli scende qualche lacrima sulle guance, lui le asciuga con il dorso della mano pensando che è dovuto al riflesso del Sole sull’acqua ma non è il Sole; quest’uomo ha smesso di amare, non sente più l’energia della Dea Afrodite, quella che qui in Kenya chiamano Pepo, il soffio caldo che ti sale dal petto quando abbracci un amico, la scossa che senti mentre baci una donna, quella piacevole sensazione che provi quando i tuoi familiari ti accarezzano; Kamau ha perso tutto questo e lo sa. I pescatori che riparano le reti sotto le palme, gli studenti e gli operai che si concedono qualche ora di svago lo guardano di sfuggita, si scambiano occhiate cariche di domande ma nessuno ha mai avuto il coraggio di andargli a chiedere cosa gli è successo. Un pomeriggio sulla spiaggia arriva una ragazza alta e robusta con i lunghi capelli raccolti in un fazzoletto rosso, si chiama Ayanna e si è appena trasferita in città con la famiglia; mentre cammina assieme ad un gruppo di giovani anarchici del posto un ragazzo magro con gli occhiali da sole indica Kamau con il movimento del mento e dice: “Quel signore lo vediamo ogni giorno, è sempre solo e non parla con nessuno, chissà cosa gli sarà successo”. Ayanna lo guarda meglio poi lo riconosce. “Quello è l’uomo che ho visto il giorno del trasloco quando ero in macchina con con mio padre”, dice a bassa voce. “ Kito, mio padre, sa tutto, era con lui il giorno in cui un tragico evento gli ha stravolto la vita”. I ragazzi si avvicinano, Ayanna si siede sulla sabbia e inizia a raccontare. “Quell’uomo si chiama Kamau e trent’anni fa non era così.” Ayanna ha la voce calma, il vento si alza portando con sé il sapore del sale.“Era pieno di vita, rideva come un fuoco d’artificio, aveva due amici incollati alla sua ombra, si chiamavano Ruto e Zahara, si conoscevano da quando avevano tre anni, da bambini giocavano tra le bancarelle del mercato rincorrendosi tra i sacchi di riso e di spezie ma quello che li teneva insieme, più delle case vicine, era l’avversione per i prepotenti; alle elementari difendevano i più piccoli dai bulli, alle medie furono sospesi perché avevano rovesciato la cattedra di un professore che insultava i ragazzi, alle superiori organizzarono una raccolta di firme per far licenziare un insegnante corrotto”. Ayanna, a voce bassa, continua a raccontare: “Col passare degli anni Kamau si innamorò di Zahara, lei era bellissima, con gli occhi color ambra, era sempre serena, portava i capelli raccolti in lunghe trecce che le arrivavano alle ginocchia ma quello che la rendeva speciale agli occhi di Kamau era il suo altruismo, il suo cuore, alle scuole medie dava metà del panino ai ragazzi che i bulli lasciavano senza merenda, una volta aiutò un’amica scappata da un matrimonio imposto a trovare un lavoro, un’altra volta, durante una manifestazione, difese un anziano che un uomo di una milizia violenta stava picchiando; quando Kamau la guardava sentiva l’amore, sentiva l’energia di Pepo che vibrava in tutto il suo corpo. Il nonno di Kamau era un povero pescatore anarchico, gli aveva insegnato che nessun uomo deve avere il potere di comandare un altro uomo; quando morì Kamau aveva vent’anni, l’anziano lasciò a lui i due vecchi locali dove viveva mentre agli altri nipoti lasciò i suoi risparmi; Kamau, Ruto e Zahara decisero di trasformare quella casa in un centro culturale anarchico; i locali erano messi male ma i tre amici lavorarono tanto, sistemarono il tetto, intonacarono, ripararono le finestre e costruirono librerie e tavoli con assi di recupero, Zahara, che aveva una calligrafia bellissima, dipinse un murales su una parete con scritto viva la libertà”. “Doveva essere un bel posto, come il nostro centro culturale” affermò un giovane del gruppo. “E lo era” disse Ayanna. “Quel centro era un punto di riferimento per quelli che stanno in basso, due volte alla settimana si svolgevano delle assemblee a cui tutti potevano partecipare, li nessuno era capo, c’era una sedia vuota al centro della stanza, chi voleva parlare si sedeva lì e diceva la sua, si parlava del neocolonialismo, dello sfruttamento della terra, della vergogna dei matrimoni combinati, della povertà e dello stile di vita disumano imposto dalla società. Dopo le riunioni, quando la città si addormentava e il cielo si riempiva di stelle, i tre amici salivano sul tetto, portavano qualcosa da mangiare, delle bibite fresche e una chitarra poi si sedevano a gambe incrociate, cenavano e suonavano a turno; Zahara chiamava Kamau K. Junior ma solo lei poteva farlo, se lo faceva qualcun altro si arrabbiava ma faceva solo finta, erano felici”. “E poi cosa è successo?” chiese un ragazzo bevendo la sua bibita. il viso di Ayanna si fece serio. “Il centro dava fastidio ai prepotenti, una notte qualcuno scrisse con lo spray nero sul muro la parola pazzi poi iniziarono a trovare bigliettini con frasi intinte d’odio nella cassetta della posta; nessuno ci diede troppo peso ma si sbagliavano; quel giorno mio padre era lì, era un venerdì”. Ayanna si ferma un attimo e beve un sorso di aranciata. “Nel centro c’erano una ventina di persone, Zahara stava parlando, aveva appena finito di spiegare il rapporto tra la corruzione dei politici e le concessioni delle terre alle multinazionali, ad un tratto una quindicina di uomini entrarono dalla porta, avevano la barba lunga, il viso parzialmente coperto da teli ed indossavano delle tuniche bianche, in mano avevano dei manganelli e delle spranghe di ferro, erano integralisti islamici, li aveva mandati l’imam della moschea del quartiere vicino, forse avevano fatto irruzione senza neanche sapere quello che si diceva in quel posto; quei delinquenti iniziarono ad urlare, dissero che tutti lì dentro erano degli infedeli, uno di loro, il capo, ordinò di distruggere tutto, alcuni iniziarono a strappare le pagine dei libri della piccola biblioteca ma Ruto si oppose, urlò parolacce contro di loro e sputò in faccia al capo, pochi secondi dopo prese una manganellata sulla schiena, il secondo colpo lo colpì alla nuca uccidendolo”. Una ragazza del gruppo mormorò: “Quell’imam era veramente un uomo violento e vigliacco, si nascondeva dietro una religione per dar sfogo alla sua crudeltà.” Ayanna continuò: “Kamau vide il suo amico cadere, voleva correre da lui ma tre uomini lo bloccarono, iniziarono a prenderlo a calci sulla schiena, sulle costole e sulle gambe, lui riusciva a vedere solo i loro stivali neri che si alzavano e abbassavano come martelli meccanici poi gli integralisti si accanirono su Zahara, forse era la gonna che ai loro occhi era troppo corta, forse era il fatto che una donna parlava in un’assemblea, sta di fatto che iniziarono ad insultarla dicendo che era una prostituta, la donna chiese aiuto a Kamau ma lui era a terra con tre uomini che gli pestavano le costole, non poteva muoversi, non poteva fare niente.” Il silenzio tra i ragazzi è totale, Ayanna con un espressione triste sussurra: “L’hanno gettata a terra e le hanno tagliato la testa con un’accetta mentre Kamau la guardava impotente”. Il viso di alcuni ragazzi diventa pallido, una ragazza si copre la bocca con la mano, qualcuno tossisce. “Kamau urlò così forte” dice Ayanna “che la gente uscì in strada pensando fosse scoppiata una bomba invece era Kamau che urlava il nome di Zahara mentre la testa della donna che avrebbe sposato pochi giorni dopo rotolava sul pavimento; passarono pochi secondi e gli squadristi si avvicinarono a lui, gli dissero che era amico delle prostitute e mentre due lo tenevano fermo il terzo gli incise il volto con tre tagli ma Kamau non urlò, non sentiva il dolore, era troppo lontano, perso in un punto remoto della sua coscienza, il sangue gli colava sul collo, sulla maglietta, sulle mani ma lui non si accorse di niente”. Un ragazzo mormora: “Oh povero uomo, ecco perché ha quei segni sul volto, ora capisco perché è così freddo, un’esperienza così traumatica deve averlo segnato anche nel cuore.” Ayanna annuisce con la testa e prosegue: ”In quel momento due uomini che dieci minuti prima erano riusciti a scappare da una finestra tornarono con i fucili, spararono sul soffitto e gli integralisti, impauriti, scapparono mollando i manganelli per terra; Kamau venne portato all’ospedale da due amici, mentre lo portavano fuori dal centro culturale, vicino alla porta, vide il corpo senza vita di Ruto con la bocca aperta, gli occhi fissi sul soffitto e una pozza di sangue intorno alla testa, Kamau urlò di nuovo, un altro urlo disperato e profondo si diffuse per tutta la città. All’ospedale i medici lo curarono con un farmaco per bloccare l’emoraggia e con venti punti ma sul suo volto gli rimasero tre cicatrici e sul cuore cicatrici più profonde di quelle visibili; le autorità fecero chiudere il centro culturale il giorno dopo, dissero che era pericoloso per l’ordine pubblico, nessuno fu arrestato per la morte di Ruto e Zahara, solo inutili interrogatori inconcludenti, l’imam negò il suo coinvolgimento e le autorità gli credettero.” “È molto probabile che fecero finta di credergli,” la interrompe una ragazza. Alcuni annuiscono. “Parole giuste,” mormorano. Ayanna fa un cenno di assenso e continua: “Kamau uscì dall’ospedale, i suoi genitori lo abbracciarono ma lui rimase inerte, con le braccia lungo i fianchi e gli occhi fissi al muro; quella sera i fratelli cercarono di stargli vicino, uno gli portò un tè, un altro gli mise una coperta sulle spalle, la sorella più piccola gli chiese di raccontarle una favola ma Kamau li guardò come se non li vedesse; da quel giorno smise di parlare con i familiari e con gli amici, smise di sentire le loro carezze e i loro abbracci, smise di sentire l’amore, l’energia di Pepo”. Ayanna, con la voce strozzata, termina dicendo: “Mio padre e gli altri ci provarono in tutti i modi, andavano a trovarlo ogni giorno, gli portavano i giornali, gli raccontavano le notizie ma niente, Kamau ascoltava, annuiva, ogni tanto rispondeva con monosillabi, era sempre educato, mai scontroso, ma dentro era spento; un anno dopo si trasferì in un’altra città senza dire dove andava, non salutò nessuno, nessuno seppe più nulla di lui, ha perso l’amore”, commenta Ayanna. “Non sente più l’amore né per gli amici, né per i familiari, né per le donne, è come se dentro di lui qualcosa si fosse rotto il giorno in cui Zahara e Ruto sono morti”. Tutti sono in silenzio, qualcuno ha gli occhi rossi, un ragazzo con gli occhiali pulisce le lenti con un fazzoletto poi un altro si alza dicendo: “Dobbiamo aiutarlo.” Ayanna lo guarda. “Come?” I giovani decidono di avvicinarsi e di parlagli, è l’unica cosa che possono fare; Kamau è seduto sulla sabbia con le ginocchia al petto e lo sguardo fisso verso l’orizzonte, Ayanna gli si siede accanto, lui non si sposta, non dice niente, non la guarda, un ragazzo prova a parlagli: “Vedo che anche lei ha una collana con la A cerchiata, noi frequentiamo un centro anarchico non lontano da qui, vorremmo che venisse a trovarci”. Kamau lo guarda per qualche secondo. “L’anarchia è roba passata, non mi interessa più”, risponde in modo educato. Ayanna fa un secondo tentativo: “Mio padre dice che l’amore non si uccide, si addormenta ma poi si risveglia” Kamau scoppia a ridere ma è una risata finta, è una risata triste. “Signorina, suo padre non sa niente”, risponde. Subito dopo si alza e se ne va lungo la spiaggia. Quella notte Kamau non riesce a dormire, si addormenta e si risveglia in continuazione, fuori sente i grilli e i cani che abbaiano in lontananza, le parole di Ayanna gli girano in testa, lui le respinge, pensa che sono parole stupide ma quelle parole tornano, bussano alla porta della sua coscienza come qualcuno che chiede di entrare; Kamau non vuole aprire eppure per la prima volta in trent’anni sente qualcosa nel petto, non è un’emozione intera, è un embrione di emozione, un calore piccolo e lontano poi tutto passa, l’uomo torna a guardare il soffitto con gli occhi vuoti. Qualche giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Ayanna esce dal centro culturale con una pila di volantini nella sua borsa; dopo pochi minuti sente dei passi alle spalle, si volta e vede che tre malintenzionati con la barba lunga e le tuniche la stanno seguendo. “Ehi” urla il più basso “Cos’è quella robaccia che hai nella borsa?” I tre gli si avvicinano. “Ci mancava un altro elemento come te, dove ci siete voi anarchici c’è casino.” afferma un altro. Quello che era stato in silenzio le si affianca e la spintona. “Togliti dai piedi, moscerino” dice Ayanna mentre afferra l’uomo per un braccio e lo scaraventa contro un muro. Subito gli altri due iniziano a prenderla a pugni in faccia e a calci sulle gambe, quello caduto si rialza, la ragazza prova a difendersi ma viene sopraffatta e cade sull’asfalto. Kamau per caso passa di li, vede la scena, poi riconosce i capelli raccolti nel fazzoletto rosso, vede che la ragazza in pericolo è quella che gli aveva parlato pochi giorni prima, quella che gli aveva detto le parole che gli erano rimaste impresse nella testa; qualcosa in lui si spezza, non è solo perché ciò che accade gli ricorda la morte di Zahara, anche, ma non solo, è l’ingiustizia; vedere quella ragazza che voleva aiutarlo picchiata senza motivo è ingiusto e Kamau, per la prima volta dopo trent’anni, non resta paralizzato, sente un’energia immensa salirgli dallo stomaco, non è rabbia, è l’energia di Afrodite nel suo aspetto di amore protettivo; Kamau si frappone tra i tre malintenzionati e Ayanna, non dice niente, non pensa, un forte calcio nel sedere colpisce il primo uomo, un pugno sul naso per il secondo e uno nello stomaco per il terzo, uno di loro lo colpisce al volto ma Kamau lo alza di peso prendendolo per il colletto della tunica e lo getta a terra; i tre, presi alla sprovvista, indietreggiano, si guardano e poi scappano. Ayanna è a terra con qualche graffio, Kamau si china e la aiuta a rialzarsi, la prende per mano, è la prima volta dopo trent’anni che tocca un altro essere umano provando qualcosa; la mano di Ayanna è calda, Kamau sente quella mano come se fosse la prima che tocca in vita sua, il calore sale dal palmo, attraversa il braccio e arriva al petto, l’energia di Afrodite si espande dentro di lui come un fiume in piena; Kamau inizia a piangere lacrime copiose e mentre piange ha una visione, vede Zahara, non è un fantasma, è lei con i suoi occhi color ambra e le sue lunghe trecce, lo guarda sorridendo, apre la bocca e dice: “Amore, finalmente torni a vivere.” La visione svanisce, Kamau si ritrova in strada con Ayanna ma dopo quel pianto i suoi occhi sono cambiati, non sono più spenti, brillano come brillavano trent’anni prima, il suo cuore era addormentato, non era morto. “Andiamo” dice Kamau “la accompagno a casa.” I due si dirigono verso l’abitazione di Ayanna, è una piccola casetta di pochi locali alla periferia della città, vicino ce ne sono altre simili di colori diversi; la madre di Ayanna apre la porta e vede la figlia e Kamau con dei graffi in faccia, poi vede il simbolo anarchico sulla collana dell’uomo. “Avete trovato degli attaccabrighe, eh?” Poi si rivolge a Kamau. “Entri, un bicchiere di bibita fresca non si rifiuta mai.” Kamau prova a rifiutare: “Non voglio disturbare”. “Non disturba, ci siamo appena trasferiti, tra poco arriverà mio marito, sono sicura che diventeremo amici” ribatte la donna. Kamau entra, si accomoda su una sedia davanti al tavolo della sala da pranzo mentre la signora prepara la bibita con qualche cubetto di ghiaccio; Ayanna sa che tra qualche minuto arriverà suo padre ma non dice niente, aspetta con il cuore che le batte forte. Si sente il rumore della chiave che gira nella serratura, la porta si apre, entra Kito, ha ancora i capelli lunghi e gli occhiali da sole, ora ha qualche ruga sulla fronte ma è sempre lui, vede Kamau seduto sulla sedia, si blocca sulla porta, le chiavi gli cadono di mano, il respiro rallenta, i due uomini si guardano per la prima volta dopo trent’anni; Kito ha gli occhi lucidi, Kamau sente il petto contrarsi, nello stesso istante dicono: “Kamau, sei tu”. “Kito, sei tu”. Kito fa qualche passo avanti. “Aspetta”, dice con voce tremante, “ho qualcosa per te”. Corre in camera, davanti al letto c’è una scrivania con una lunga pila di diari dove lui, fin da ragazzo, ogni giorno, scrive ciò che gli è capitato durante la giornata, i suoi pensieri oppure ciò che è successo nel mondo; Kito conta fino a trenta, prende quel diario e lo sfoglia fino a trovare la pagina che aveva in mente; quando torna in sala da pranzo le mani gli tremano. “Dopo che ti sei chiuso in te stesso” dice “io e gli altri abbiamo provato di tutto, poi ho scritto queste cose.” Kamau prende il diario tra le mani e legge: «Ruto, Zahara e Kamau: tre eroi che non si sono piegati ai prepotenti.» Sotto c’è un’altra frase scritta con un pennarello, come se Kito l’avesse voluta scolpire nella pagina: «Kamau, uccidere l’amore non si può, l’amore è come un fiume sotterraneo, a volte sparisce ma è sempre lì.» Kamau chiude il diario, le lacrime gli sgorgano come una fontana, ora con il suo dialogo interiore non dice più che è colpa del Sole, si alza, fa un passo verso Kito e lo abbraccia. “Non sentivo più niente” dice Kamau tra le lacrime. “Non sentivo più l’amore, ci ho provato a ritrovarlo ma non lo sentivo più; chiedo scusa a tutti, a te, agli altri amici, ai miei familiari e a tutti quelli che ho respinto, chiedo scusa per come mi sono comportato.” Kito lo stringe più forte. “No, non devi chiedere scusa, non è colpa tua, non possiamo accendere e spegnere l’amore come si fa con il telecomando della televisione.” I due amici rimangono abbracciati a lungo poi cenano tutti assieme; a tarda sera Kamau torna nel suo appartamento, questa volta con occhi nuovi. Quando Kamau se n’è andato Kito sfoglia il suo vecchio diario, tra le pagine trova una foto con lui, Ruto, Zahara e Kamau seduti al grande tavolo del centro culturale, tutti e quattro appaiono sorridenti, l’uomo mostra la foto a sua moglie e ad Ayanna, la ragazza la osserva incuriosita. “Sai, papà” dice dopo un po’ “È da poco che mi sono avvicinata all’anarchia ma dentro di me mi sono sempre sentita anarchica, fin da bambina provavo rabbia quando vedevo qualcuno che comandava qualcun altro o persone costrette a chiedere l’elemosina, non so spiegarlo.” Poi continua: “Fino ad oggi mi sentivo invincibile, pensavo di poter battere tutti i prepotenti con la forza ma oggi ho trovato tre tipi che insieme erano più forti di me.” Kito posa la foto sul tavolo, guarda la figlia negli occhi e la accarezza su una guancia. “Il mondo migliore che abbiamo in mente noi” dice lentamente l’uomo “non lo realizzeremo con la forza, i prepotenti sono più forti di noi, hanno i manganelli, hanno le leggi dalla loro parte e in certe parti del mondo per quelli che stanno in basso le leggi valgono meno della carta dove sono scritte.” Ayanna ascolta con il mento appoggiato sulle mani. “Il mondo migliore” continua Kito “lo realizzeremo con le parole, questo mondo è ormai vecchio, è un mondo di padroni e servi, di chi comanda e chi obbedisce, di chi ha tutto e chi non ha niente ma con il passare delle generazioni sempre meno giovani lo sopportano, sempre meno giovani si accontentano dello stile di vita imposto dalla società, di consumare la vita lavorando dalla mattina alla sera, di un piatto di riso e tre locali dove vivere, loro vogliono una vita vera.” Ayanna annuisce. Quella sera, prima di addormentarsi, la ragazza ripensa alle parole di suo padre, capisce che i pugni non cambiano la struttura sociale, saranno le parole a costruire il mondo futuro, non la violenza; da quel giorno Ayanna nel tempo libero si siede con un computer, un quaderno, una penna e stampa volantini e appunti, poi mostra i suoi scritti ad un’amica laureata in filosofia, l’amica li legge, alza lo sguardo con gli occhi lucidi ed esclama: “Niente male, queste parole potrebbero trasformarsi in un libro, un libro che tocca il cuore della gente”. Kamau nel frattempo ha ripreso a vivere una vita vera, non è facile, trent’anni di abitudine non si cancellano in una notte, qualche volta si sveglia ancora con la sensazione di vuoto nel cuore ma poi il suo cuore viene riempito dalle parole di Kito, sua moglie, Ayanna e i nuovi amici che riesce a farsi in città; ora sulla spiaggia l’uomo cammina con passo diverso, non tiene la testa bassa, cammina diritto con gli occhi pieni di luce e quando un cane gli corre incontro scodinzolando lui lo accarezza; gli operai, i pescatori e gli studenti si scambiano occhiate stupite. Una domenica Kamau prende un treno e torna nella città dove è nato per andare a trovare i suoi genitori; sua madre apre la porta e lo vede con gli occhi che brillano, proprio come prima di quel tragico giorno, lui la abbraccia, è un abbraccio vero, caloroso, pieno, la donna piange. “Kamau, sei tornato ad essere il mio Kamau!” urla piena di gioia. Suo padre è seduto su una sedia ad ascoltare la radio, appena vede il figlio si alza di scatto incredulo, Kamau gli corre incontro e lo abbraccia, l’anziano lo accarezza e gli dice: “Kamau, il tuo abbraccio è il più bel regalo che potevi farmi prima che io muoia”. Kamau resta qualche ora in soggiorno con i genitori poi va nella camera che condivideva con i fratelli, è tutto uguale, tutto in ordine, con le coperte dei letti ben piegate da sua madre; Kamau si inginocchia davanti ad un mobile, infila una mano sotto, cerca qualcosa a tastoni ma non trova nulla; suo padre appare sulla porta con lo sguardo sorridente: “Kamau, stai cercando questa?” L’uomo tiene in mano una statuetta, una piccola scultura, una figura stilizzata con le braccia aperte, il petto rigonfio e lo sguardo rivolto verso l’alto, è Pepo, è quella statuetta che Kamau, poco prima di trasferirsi, aveva strappato dalla mensola, l’aveva gettata a terra, l’aveva presa a calci decine di volte, voleva che si rompesse, voleva che l’energia di Pepo morisse in lui ma incredibilmente non si ruppe, allora con un piede l’aveva tirata sotto il mobile dove ora la stava cercando; Kamau prende la statuetta tra le mani, la stringe al petto e la bacia. Sono pagano politeista e nella mia visione del mondo l’energia che Afrodite dona a tutti per il semplice fatto che la Dea è presente in ogni cosa è quella sensazione di piacere che proviamo quando baciamo una donna ma anche quando passiamo del tempo con gli amici, quando i nostri familiari ci abbracciano, quando accarezziamo un cane; Afrodite non potrà mai abbandonarci perché è presente dappertutto, noi compresi, nessun dolore, nessuna perdita, nessun tradimento può cancellare Afrodite da noi; quello che può succedere è che nel corso della nostra vita sentiamo questa energia affievolirsi o addirittura scomparire, non sentiamo più l’amore, in questi casi è come se dentro di noi si è chiuso un rubinetto ma l'acqua c'è ancora, pronta a scorrere. Molte persone, nel loro cammino su questa Terra, si accorgono che il mondo attorno a loro sembra uguale ma dentro di sé è cambiato qualcosa; i gesti affettuosi non scaldano più come prima, le persone che amano gli stanno accanto come sempre ma loro si sentono distanti, è come se un vetro spesso si fosse messo in mezzo tra loro e gli altri; questa sensazione non è una colpa, non significa che sono delle persone cattive o senza cuore, significa che qualcosa ha alterato la loro capacità di sentire. L’amore, l’energia di Afrodite, può indebolirsi per diversi motivi, tra questi c’è Il blocco da trauma; di fronte ad un dolore troppo grande alcune persone possono decidere inconsapevolmente che amare è pericoloso e che per non soffrire di nuovo bisogna smettere di amare ma non è una decisione volontaria, è un meccanismo di protezione che attivano automaticamente come quando tocchiamo una padella bollente e ritraiamo la mano prima ancora di pensarci. Questo blocco in un certo senso salva la vita, se il protagonista del racconto che ho scritto mentre era all’ospedale avesse sentito tutto il dolore per intero sarebbe impazzito o sarebbe morto; quel dolore era troppo grande, allora senza che lui decidesse niente, una parte profonda di sé stesso, che possiamo chiamare sé autentico o sorgente, per proteggerlo ha sigillato l’amore in una cassaforte e ha tenuto lui le chiavi; è importante considerare che la sorgente, che è fortissima, ricorda il trauma anche quando la mente vorrebbe dimenticarlo. Le persone con un blocco da trauma non sentono nulla, neanche la tristezza per non provare nulla, c’è un vuoto totale e la loro mente inizia a giustificare le decisioni del sé autentico, iniziano a raccontarsi delle storie per proteggere il blocco stesso tipo pensare che l’amore è qualcosa per rammolliti, che è roba per persone giovani, che hanno cose più urgenti di cui occuparsi o che tutto sommato la loro vita è bella anche senza l’amore; queste parole sono scudi che la mente gli mette davanti per tenerli lontano dal pericolo. Il blocco non si può togliere con i pensieri, nel racconto Kamau ha provato a dire “Adesso torno ad amare.” ma non c’è riuscito perché la sorgente non ascolta le parole ed è molto più forte della mente; non si può costringere l’amore ad uscire, si possono invece creare le condizioni che consentono all’amore di uscire da solo, per far questo bisogna tenere in considerazione che il blocco si mantiene perché il sé autentico crede ancora di essere in una situazione di pericolo; per uscire dal blocco queste persone dovrebbero prima sentirsi al sicuro e avvicinarsi all’amore un po' per volta ma dovrebbero eseguire delle azioni, non pensare a come risolvere la situazione con il ragionamento logico, possono ad esempio frequentare posti tranquilli, frequentare amici che non giudicano, per un po' di tempo fare le stesse cose tutti i giorni; per quanto riguarda le azioni che le avvicinano all’amore non bisogna pretendere che si innamorino domani, devono solo iniziare ad accarezzare un cane, scrivere una parola gentile su un biglietto, inviare un sms solidale, i piccoli passi non attivano l'allarme della sorgente e intanto, dentro di loro, il ghiaccio inizia a creparsi. Per chi sta vivendo un blocco da trauma è importante che le persone che gli stanno attorno non pretendono e non forzano, che continuano a frequentarle e ad amarle perché questo blocco non è una decisione loro, non è una colpa e non è una punizione Divina, è il modo in cui una parte profonda di loro stessi che non possono controllare li ha protetti da un dolore che altrimenti li avrebbe distrutti o uccisi. L'amore può dissolversi o indebolirsi anche a causa delle ferite, questo avviene se abbiamo amato qualcuno ma poi quelle persone ci hanno ferito con un tradimento, con un abbandono fisico o emotivo, oppure con delle freddezze come indifferenza, rifiuti o silenzi; non serve un singolo evento drammatico, tante piccole delusioni ripetute nel tempo possono attenuare l'amore fino a farlo sembrare scomparso; anche in questa circostanza si può avere la sensazione di non provare più niente per nessuno ma il problema è un po' meno complesso rispetto al blocco da trauma. In questo caso l'amore non è stato messo in una cassaforte dal sé autentico che detiene la chiave, la nostra mente ha un certo controllo su di esso, l'amore dentro di noi c'è ancora ma è stanco e ferito. Riguardo ai sintomi, non c'è un vuoto emotivo totale, si sente qualcosa ad esempio tristezza, nostalgia, delusione, diffidenza, paura di amare, è come se stessimo davanti a un fuoco che ci ha bruciati, sappiamo che il fuoco può scaldare ma abbiamo paura di avvicinarci. Anche in questa situazione creiamo degli scudi che ci proteggono dalla paura di soffrire ancora, questi pensieri sono simili a quelli che ho accennato sopra quando ho parlato del blocco da trauma ma in questo caso non sono costruiti dal sé autentico, è la mente che li crea per cui sono un po' più facili da rimuovere perché lo scudo lo teniamo in mano noi e possiamo decidere di abbassarlo, la cosa positiva è che il dialogo interiore può contribuire in parte a farci ritrovare l'amore. Per tornare a sentire l’energia di Afrodite è importante evitare di generalizzare, occorre distinguere quelli che ci hanno danneggiati dagli altri quindi evitare di ripetere a noi stessi, col nostro dialogo interiore, che tutti ci fregano, che tutti abbandonano, che nessuno ci ascolta, a riguardo può essere utile visualizzare chi non ci ha mai ferito, anche se non è più tra noi; occorre poi dare una possibilità alle nuove persone che vogliono avvicinarsi a noi; in alcuni casi può essere utile coltivare un tipo di amore diverso da quello che ci ha turbati ad esempio se siamo stati trafitti nell’anima da un familiare possiamo cercare un amore romantico con una donna, se siamo rimasti lesi da una relazione con il partner possiamo cercare nuovi amici, anche a quattro zampe, poi, col tempo, quando il nostro cuore sarà più forte, possiamo gradualmente tornare alla tipologia di amore che ci ha turbati. L'amore può affievolirsi anche quando ne diamo tanto senza riceverne, quando ascoltiamo senza essere ascoltati, quando siamo sempre disponibili ad offrire il nostro aiuto ma nel momento in cui abbiamo bisogno noi tutti sono impegnati, quando ci preoccupiamo per gli altri senza che nessuno si preoccupi per noi, quando abbracciamo spontaneamente tutti ma nessuno ci abbraccia senza che noi lo chiediamo. L’amore non è solo dare, è anche ricevere e quando diamo sempre e non riceviamo mai il cuore si addormenta perché è stufo di amare da solo, si prova stanchezza, delusione, solitudine, tutte emozioni che coprono l’amore come una coperta, emozioni che ci fanno pensare che non proviamo più niente per nessuno anche se non è vero, il nostro sentire si è solo affievolito. Nel caso in cui pensiamo che diamo tanto amore ma non ne riceviamo dovremmo iniziare a chiederci se è una verità assoluta, magari lo riceviamo ma non come vorremmo noi, ad esempio molte persone vorrebbero sentirsi dire ti amo ogni giorno ma questo non succede, ciò non vuol dire che il partner non le ami, magari preferisce dimostrare il suo affetto con un gesto, con un regalo, con un bacio invece che con le parole, ciò che conta è il sentimento. In alcuni casi però accade veramente che il nostro amore non è ricambiato e qui iniziano i problemi; molte persone crescono con l'idea che amare è un dovere e che amare è dare senza mai chiedere niente in cambio ma l'amore vero, secondo me, è uno scambio, non un dare e avere calcolato ma un movimento reciproco e se per anni una persona ha dato senza ricevere sta vivendo una situazione di squilibrio nei suoi rapporti affettivi; per compensare questo squilibrio dovrebbe iniziare a chiedere, non dovrebbe chiedere grandi cifre di danaro ma piccoli favori come un passaggio in macchina, un aiuto per spostare un oggetto pesante; chi è abituato solo a dare spesso non sa chiedere perché dire grazie gli sembra una debolezza, chiedere un favore gli sembra un peso per gli altri ma non lo è. In alcuni casi è opportuno allontanarsi dalle persone che pretendono senza voler mai ricambiare soprattutto quando sono emotivamente assenti. Un altro fattore che affievolisce l'amore è lo stile di vita disumano imposto dalla società, viviamo in un mondo che ci vuole produttivi ed efficienti, siamo costretti a dedicare dodici o quattordici ore al giorno al lavoro e quando torniamo a casa guardiamo uno schermo e ci addormentiamo, poi, il giorno dopo, ci svegliamo e ricominciamo da capo; non è colpa nostra, è il sistema che disegna le nostre giornate in modo che non resti spazio per l'abbraccio che dura, per lo sguardo che si posa. In alcuni momenti della nostra vita abbiamo la sensazione che il mondo in cui viviamo ci sta prosciugando lentamente giorno dopo giorno, il fuoco che alimenta l'amore, piano piano, lo sentiamo indebolirsi ma questo non succede perché non vogliamo tenerlo acceso, accade perché mancano le condizioni per farlo. Per tornare a sentire brillare l'amore nella società in cui viviamo non possiamo cambiare il mondo da un giorno all'altro da soli ma possiamo rubare piccoli pezzi di tempo al sistema; al mattino, durante la pausa pranzo e di sera possiamo spegnere computer, telefoni, televisione e radio per dedicare una mezz'ora, se è possibile anche di più, ad essere presenti, a fare qualcosa di umano, possiamo ad esempio condividere del tempo con gli amici, scrivere una poesia per una donna, fare una passeggiata romantica mentre si osserva la Luna, lasciare dei semi sul balcone per gli uccelli, cenare assieme alla famiglia invece che in compagnia dello smartphone. I dispositivi elettronici non sono il nemico ma quando diventano gli unici compagni delle nostre giornate l'amore non ha spazio; è il corpo che ci connette, non sono gli schermi, mi rendo conto che in quest’era digitale le parole che ho scritto possono sembrare assurde ma è così, il contatto fisico è nutrimento per l'amore, occorre tornare a baciare con la bocca e ad abbracciare con le mani invece che con le faccine sui social; più tempo passiamo nel mondo fisico più l'amore riacquista forza perché l'amore vero si fa con la pelle, con il respiro, con la presenza. Ho voluto raccontare questa storia perché in essa riconosco un frammento della mia stessa esistenza; anche a me è capitato, in certi periodi della vita, di sentire l'energia di Afrodite affievolirsi, non si è mai spenta del tutto come invece accadde al protagonista del racconto ma si è fatta lieve, quasi impercettibile. Eppure, mentre il calore dell'amore diminuiva, qualcosa di inaspettato accadeva: le energie di Polimnia e Apollo crescevano dentro di me, i versi che componevo, le liriche che scrivevo nelle serate passate sotto la Luna, i testi delle canzoni che intonavo durante le festività pagane, tutto sembrava migliore, più intenso, più vero. Alcuni mi direbbero che forse era l'amore che, non potendo esprimersi attraverso il contatto con gli altri, trovava una via diversa per manifestarsi; l'energia di Afrodite, quella che ci fa vibrare quando abbracciamo un amico o quando i nostri occhi incontrano quelli di chi amiamo si era trasformata, aveva cambiato canale, si era nascosta nelle parole e nella musica che nasce dal respiro, aveva indossato un abito diverso, quello che la mia anima, in quei momenti, era in grado di accogliere.

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“L’invisibile filo rosso” un film di Alessandro Bencivenga

“L’invisibile filo rosso” un film di  Alessandro Bencivenga

“L’invisibile filo rosso” è un film che nasce da un’urgenza, da una ferita ancora aperta nella memoria italiana, e Massimo Bonetti lo racconta con la calma di chi ha attraversato davvero quel dolore. Nelle sue parole si percepisce subito che questa non è un’intervista qualunque: è un viaggio dentro un frammento di storia che Alessandro Bencivenga ha voluto riportare alla luce con una sensibilità rara. Il manicomio di Pergine, le vite spezzate, le ingiustizie taciute, l’ascesa di un giovane Mussolini ancora in bilico tra ideali e incendi interiori: tutto torna a respirare attraverso il personaggio di Giovanni Anesini, interpretato da Bonetti con una lucidità che fa male. Questa introduzione è il varco: da qui si entra in un racconto che parla di memoria, di coscienza, di cinema come atto necessario. Ci può fare una breve introduzione de “L’Invisibile filo rosso”? “L’invisibile filo rosso” nasce dalla volontà di quello che considero un grande regista, Alessandro Bencivenga, che sentiva l’esigenza profonda di raccontare questa storia. Leggendone il copione, l’ho trovata davvero molto interessante: un frammento di storia italiana che mostra l’ascesa del giovane Mussolini e i soprusi che segnavano quel periodo. In questo contesto si inseriscono figure come il mio personaggio, Giovanni Anesini, internato in manicomio solo perché contrario alle istituzioni. Una condanna ingiusta che lo ha costretto a trascorrere vent’anni rinchiuso, fino alla morte. Il film attraversa queste vite spezzate, restituendo voce a chi è stato messo a tacere. Ed è una storia bellissima anche perché, in fondo, è attuale. Io l’ho percepita così: attuale nelle dinamiche, nelle contraddizioni, nelle fragilità dell’uomo. Oltre alla figura di un Mussolini venticinquenne davvero straordinaria da osservare nel suo nascere politico, prima vicino al socialismo, accanto a Cesare Battisti, e poi progressivamente trascinato dalle sue idee “incendiarie”, fino ad abbandonare completamente quei principi iniziali. Può parlarci del suo personaggio? Che ruolo ha nella storia? Interpreto Giovanni Anesini, l’uomo che ha avuto il coraggio di andare contro il governo per difendere Cesare Battisti, di cui era il braccio destro. È proprio questo gesto a segnare il suo destino: da lì nasce lo sfogo, la frattura, l’ingiustizia che lo porta a essere internato nel manicomio di Pergine. Nel film, Anesini incontra un nuovo infermiere arrivato dall’isola d’Ischia, un ragazzo napoletano che inizia il suo servizio proprio in quel luogo duro e chiuso. Viene accolto dal direttore del manicomio, interpretato in maniera eccezionale da Antonio Catania, che lo mette subito davanti alla realtà: “Qui sono tutti matti, nessuno ti darà tormento, ma stai attento perché è tutto pericoloso.” E invece, proprio lì, l’infermiere si imbatte in me, in Giovanni Anesini. Attraverso le domande, l’ascolto e un dialogo costante, comincia a intuire che Anesini non ha nulla del folle: ha sentimenti lucidi, pensieri ordinati, una sofferenza che non è malattia ma ingiustizia. Così va dal direttore e gli dice che, secondo lui, Anesini meriterebbe una verifica. Ma il direttore, fermo nella sua posizione, ribadisce: “No. Quello è matto. Quello è fuori di testa.” Ed è qui che ho trovato la storia attuale: perché ancora oggi esistono persone che scontano pene ingiuste, che vengono etichettate o rinchiuse senza una vera ragione. Anesini non era un criminale, non era un pazzo: era un uomo punito per le sue idee. Per questo ho trovato questa storia bellissima, potente, necessaria. E non ho avuto alcuna esitazione ad accettare il ruolo di Anesini. ho interpretato questo personaggio senza lasciar spazio all’idea che potesse essere “contaminato” dalla pazzia. La sua sofferenza è profonda, straziante, ma non lo priva mai della lucidità. Anzi: ciò che lo rende davvero drammatico è proprio questa capacità di restare vigile, consapevole, mentalmente presente nonostante il dolore che lo attraversa. È un uomo che soffre senza perdere la sua coscienza, che vive una frattura interiore ma continua a mantenere un ordine, una logica, una visione. Ed è proprio questa tensione ,tra tormento e lucidità, che amplifica la sua tragedia e lo rende un personaggio ancora più potente. A sei mesi dall’uscita, che riscontro ha avuto il film? Come ha reagito il pubblico nel tempo? Il film è stato presentato a Venezia nella sezione Bridge, dove ha ottenuto un ottimo riscontro. Successivamente è uscito nelle sale, dove è tuttora in programmazione, e viaggia con un incasso di 1.000–1.500 euro a serata. Per un’opera indipendente, con una tematica così complessa e lontana dalla leggerezza di una commedia, è un risultato straordinario. Per me è davvero un trionfo, e ci tengo a sottolinearlo. Quale esigenza narrativa ha portato il regista a costruire un film centrato su un tema così sottile e complesso? Il bisogno di riportare alla luce i fatti e le ingiustizie di quel periodo. Forse era rimasto un po’ nell’ombra, ma Alessandro Bencivenga, con la sua sensibilità, ha voluto riportarlo alla luce. Ha svolto una ricerca accurata negli archivi di Trento, perché Giovanni Anesini era originario di quelle zone, e ha scoperto questa vicenda profondamente ingiusta. Da lì è nata la volontà di portarla al cinema. Per me è qualcosa di straordinario: raccontare la sofferenza di un essere umano in modo così poetico, così rispettoso, come è riuscito a fare lui. È questo che rende il progetto speciale. Devo dire che da parte mia a livello attoriale c'è stata un'infinita soddisfazione. Nel film, il “filo rosso” diventa un simbolo potentissimo: secondo lei, cosa rappresenta davvero questa connessione invisibile tra le sofferenze dei personaggi e in che modo Anesini ne diventa il custode emotivo? Nel film, l’invisibile filo rosso rappresenta la sofferenza che attraversa i personaggi e li unisce, anche quando le loro storie sembrano lontane. Le vicende del figlio non riconosciuto di Mussolini, di Ida Dalser e di tutte le figure segnate da ingiustizie e abbandoni trovano un punto di contatto proprio attraverso Anesini, che diventa la sorta di “custode” di queste ferite. Nel finale, quando il direttore rovescia il letto di Anesini in un momento drammatico, emerge un filo rosso che collega le fotografie di tutti i protagonisti: un gesto visivo che rivela come le loro vite, pur diverse, siano legate dalla stessa radice di dolore. Quel filo non è solo un oggetto: è il simbolo della sofferenza condivisa, della memoria che li accomuna, del destino che li intreccia. Può parlarci del cast e del contributo che ciascun interprete ha portato alla costruzione emotiva e narrativa del film? Il cast è davvero straordinario e ogni interprete porta un tassello essenziale alla storia. Ornella Muti in un’interpretazione straordinaria di Ida Dalser, una delle amanti di Benito Mussolini. Antonio Catania dà volto e autorità a Moritz Calentzer, il direttore del manicomio. Poi c’è Paco De Rosa, che interpreta il giovane infermiere Gennaro Mazzella: è lui il vero trait d’union della vicenda, il filo che attraversa tutti i personaggi. Attraverso il suo sguardo e i suoi incontri, lo spettatore scopre le storie, le ferite e le verità nascoste di ciascuno. In un certo senso, è proprio lui il “filo rosso” che collega gli interpreti, perché grazie alla sua presenza emergono le identità e le sofferenze che il film vuole riportare alla luce. Francesco Villa interpreta questo “Napoleone” perché, come sottolinea Alessandro Bencivenga con grande sensibilità, non esiste manicomio senza Napoleone. In ogni epoca, in ogni storia, in qualsiasi istituto psichiatrico del mondo, c’è sempre stato qualcuno convinto di essere lui. Bencivenga gioca con questo elemento in modo sottile, quasi nascosto: non è un’ironia evidente, non è una caricatura, ma un dettaglio che aggiunge verità alla narrazione. Io l’ho colto subito, perché sembra un luogo comune, ogni volta che si parla di manicomi spunta “quello che fa Napoleone”, ma qui diventa un segno delicato, un piccolo simbolo che arricchisce il racconto senza mai sovrastarlo. Poi c’è anche Lello Arena, che dà vita a Poduccio, il “pazzo del villaggio”, una figura fragile e affettuosa. È molto legato a Gennaro Mazzella, e quando parte per prendere servizio al manicomio di Pergine, Poduccio si sente improvvisamente solo, quasi tradito. Quel momento rivela tutta la sua natura sensibile. Poduccio è un personaggio romantico, un’anima buona che fa da contrappunto alla durezza della storia. Porta leggerezza, calore, un tocco umano che smorza la tensione nei momenti più cupi. E Lello Arena, con la sua esperienza e la sua finezza interpretativa, lascia un segno importante nel film, dando a questo ruolo una profondità che arricchisce l’intero racconto. A seguire Gino Rivieccio interpreta Bruno Mazzella, Rosario Terranova veste i panni di Benito Mussolini, Alfredo Cozzolino che interpreta uno dei matti con intensità e Luca Ward presta la sua voce come narratore. Un cast degno di nota e una colonna sonora da brividi firmata da Giovanni Block, impreziosita dalla tromba di Nello Salza e da un omaggio a Ennio Morricone. Sceneggiatura scritta da Irene Cocco e Alessandro Bencivenga con la preziosa supervisione di Giacomo Scarpelli. A completare l’impianto visivo del film, la direzione della fotografia è affidata a Giorgio Fracassi, che ne definisce atmosfera e profondità. Vorrei aggiungere che queste idee, questo modo di fare cinema, e la bravura di Alessandro Bencivenga, evidente, palese, basta vedere il film per rendersene conto, meriterebbero molto più sostegno da parte di chi gestisce il sistema cinematografico. E invece si fa fatica. Si fa fatica perché i finanziamenti, tra ministero, tax credit e contributi vari, finiscono spesso a opere francamente modeste, film che non hanno nulla da dire, mentre non si presta attenzione a chi vuole fare cinema serio, importante, capace di trovare davvero un riscontro nel pubblico. La cosa più paradossale è che questi soldi vanno a registi e attori che collezionano flop al botteghino, convinti di aver trovato la “gallina dalle uova d’oro” con idee deboli, mentre il cinema, quello vero, è fatto di sentimenti, di soprusi raccontati con onestà, di storie che meritano di essere portate alla luce. Questo è il cinema con la C maiuscola, ma è proprio quello che non viene sostenuto. Per questo il coraggio di Silvestro Marino è fondamentale: ha creduto nel film, ha investito di tasca propria, e ha permesso la nascita di un’opera indipendente, privata, che oggi sta ottenendo un riscontro concreto al botteghino. Servirebbero più produttori come lui, con la stessa visione e la stessa fiducia nel talento, sostenuti però dalle istituzioni cinematografiche, che invece continuano a prendere altre strade. È un problema che riguarda tutto il settore: si inseguono le cose più “leggere”, quelle che definiscono innovative, ma che in realtà non portano nulla. Si rincorre l’incasso immediato, dimenticando che il cinema è prima di tutto una forma d’arte. Un film si fa per coscienza, per verità, per bravura degli attori, del regista, di chi lo scrive. Se lavori così, hai l’anima a posto, e spesso il film incassa anche. Ma se costruisci trappole, se pensi di riempire la sala con il personaggio uscito dal reality o con la youtuber di turno, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: flop, uno dietro l’altro. In sintesi: bisognerebbe dare spazio e ascolto al talento. Talento degli attori, dello sceneggiatore, del regista. Se arriva una storia forte, sostenuta da professionisti veri, la si produce. Se arriva una storia affidata a chi non ha esperienza, ma solo followers, allora si dovrebbe avere il coraggio di dire no. Perché questo non è il cinema italiano. Il cinema italiano è altro. L’invisibile filo rosso non è solo un film, è un gesto di coraggio. È la dimostrazione che il cinema può ancora essere un luogo dove le storie contano più dei numeri, dove la verità pesa più dei followers, dove la dignità di un personaggio vale più di qualsiasi strategia di mercato. Massimo Bonetti lo dice senza giri di parole: il talento va ascoltato, sostenuto, protetto. E il lavoro di Alessandro Bencivenga, insieme alla scelta coraggiosa di Silvestro Marino di produrre un’opera indipendente, diventa un esempio di ciò che il cinema italiano potrebbe essere se tornasse a credere davvero nelle storie che hanno qualcosa da dire. Alla fine, ciò che rimane è un invito: guardare questo film non solo come spettatori, ma come custodi di una memoria che merita di essere restituita. Perché certe storie, quando finalmente trovano voce, non si dimenticano più. Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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Il suono di T.N.Y. riparte da un incontro inatteso con Awa Fall e Ivan Stray

Il suono di T.N.Y. riparte da un incontro inatteso con Awa Fall e Ivan Stray

Cosa succede quando anche chi conosce benissimo l’industria musicale sente il bisogno di sottrarsi alla dittatura della misurabilità? Una possibile risposta arriva con “Solo Noi”, il nuovo singolo del producer platinum certified T.N.Y. feat. Awa Fall & Ivan Stray, disponibile da venerdì 10 luglio. Antonio Colangelo, in arte T.N.Y., questo mercato lo conosce da oltre trent’anni. Dal 1993 lavora come dj, musicista, produttore e ingegnere del suono; ha firmato produzioni, mix e arrangiamenti per artisti come Articolo 31, J-Ax, Tiziano Ferro e Spagna, e ha visto i propri lavori uscire per realtà discografiche internazionali. Nel suo percorso ci sono anche numerose certificazioni: il disco d’oro per la produzione di “Un Bel Viaggio”, con cui gli Articolo 31 sono tornati al Festival di Sanremo nel 2023, il disco d’oro per quattro brani dell’album “Protomaranza” e il disco di platino per “Fiesta” di J-Ax. “Solo Noi” nasce quindi da un produttore che non parla dei numeri come se non li avesse mai incontrati. Li conosce, li ha visti crescere e diventare parte naturale del lavoro, ma, proprio per questo, ha scelto di pubblicare un brano nato in studio quasi per caso, senza partire da un’idea già orientata al rendimento. E questa decisione non arriva come un rifiuto del mercato, né come presa di distanza da un sistema di cui fanno parte artisti, produttori, etichette, piattaforme, media, uffici stampa e pubblico. È, piuttosto, il tentativo di riportare, almeno per una canzone, la musica prima della prestazione, la creatività prima del business, il brano prima della sua possibile resa. Il tutto, in un momento storico e in una stagione – l’estate - in cui la musica sembra dover dimostrare il proprio valore prima ancora di essere ascoltata. Il brano nasce durante una sessione con Awa Fall, tra le voci reggae italiane più riconosciute anche fuori dai confini nazionali. L’artista era arrivata in studio per registrare un altro pezzo; T.N.Y. le fa ascoltare una base, l’intuizione prende forma e da quel momento “Solo Noi” comincia a diventare qualcosa di diverso da una collaborazione creata a tavolino. Awa Fall non è una voce chiamata semplicemente ad arricchire una produzione. Nata a Bergamo da padre senegalese e madre italiana, attiva fin da giovanissima tra reggae, soul, r’n’b, blues e rap, ha portato la propria cifra su palchi e festival internazionali, consolidando negli anni un percorso fortemente legato al roots reggae e a una dimensione live che l’ha resa una delle interpreti più autorevoli della scena reggae italiana. Proprio per questo, la sua presenza in “Solo Noi” diventa uno degli elementi più interessanti: abituata a cantare prevalentemente in lingua inglese e a muoversi all’interno della scena reggae, qui Awa Fall sceglie l’italiano, entra in una scrittura sentimentale e si confronta con una produzione che unisce elettronica e urban-pop. Un cambio d’abito che non cancella la sua identità, ma la porta in un contesto meno atteso, dove la voce resta caratterizzante e, allo stesso tempo, mostra una sfumatura diversa del suo modo di interpretare. Ivan Stray, giovane rapper di Luino, cresciuto artisticamente tra il Nord Italia e il Molise, arriva nel pezzo spostandolo fuori dalla sola storia d’amore. Nelle sue barre il rapporto tra due persone diventa anche il ricordo di ciò che hanno attraversato: ferite, buio - «Siamo il risultato di ferite, sangue, lacrime» - e la sensazione di esserci stati davvero, anche quando chi avevano intorno preferiva non farlo - «Quando tutto va bene chiamano in tanti, ma eravamo solo noi quando il buio era davanti». Da lì, il brano smette di raccontare soltanto un legame e comincia a descriverne gli effetti fisici, sul modo stesso di restare aggrappati a qualcuno. Arterie svuotate, male compresso nella voce, gardenie ridotte in cenere, pupille di benzina, supernove che esplodono nel corpo, pensieri in cui si affoga in metro. E il deserto del Gobi, richiamato più volte, che diventa il luogo simbolico di una fame affettiva estrema: desiderare qualcuno «come una goccia d’acqua nel deserto del Gobi» significa portare il sentimento in una zona di pura necessità, in cui l’amore non è soltanto scelta, ma sete e ostinazione. La produzione di T.N.Y. avvolge perfettamente la vocalità magnetica di Awa Fall e l’intervento street di Ivan Stray, coniugando la mano di un produttore abituato a trattare il suono come materia tecnica e una sensibilità interpretativa che mette ogni elemento al posto giusto. Non è casuale che Colangelo arrivi anche da una formazione in architettura, oltre che da un diploma in sound engineering e mastering: nel brano si percepisce una cura dello spazio sonoro, dei pieni e dei vuoti, delle entrate vocali e delle aperture dinamiche. In un mercato che spesso chiede ai brani di essere già contenuto, già formato breve, già numeri potenziali prima ancora di essere musica, “Solo Noi” prova a ridare centralità alla canzone e al bisogno di tornare alla musica come luogo di rischio, incontro e libertà creativa.

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TRAMEZZINI DOLCI

Il tramezzino salato è nato ufficialmente a Torino in un locale agli inizi del novecento ed ha avuto una larga diffusione. Una variante tutta moderna è rappresentata dal tramezzino dolce usato spesso come dessert. Non esiste per questo il nome preciso di un inventore e non vi è una data di nascita certa. Tuttavia i creatori sono quelli della tradizione romana. Roma si può dire che è la culla dei tramezzini dolci nato nel novecento per evoluzione dell’uso del pan carrè, i tramezzini dolci si sono diffusi negli anni sessanta e ottanta, amati da impiegati, gitanti e scolaresche. Molti bar, gelaterie e pasticcerie storiche di Roma lo propongono in molte ghiotte varianti. Sono dolci pratici molto apprezzati dai consumatori, di facile digestione e uso, adatti per colazioni, merende e spuntini anche di bimbi e adolescenti. Il morbido pane carrè viene privato della crosta o si usa il pan di spagna, e farcito di solito con panna, o crema, nocciola, nutella, marmellata, ricotta, cioccolato, scaglie di cioccolato, cocco, crema alla arancia, persino mascarpone accompagnato anche da granella di nocciola o frutta fresca come lamponi, fragole, albicocche, mirtilli, kiwi. All’esterno si usa granella di cocco o di nocciola, noci, panna, scaglie di cioccolato, frutta candida , uva sultanina ecc. molte sono le creazioni originali e le varianti. La gelateria Fassi a Roma in via principe Eugenio ne ha fatto un prodotto simbolo molto amato dai turisti e cittadini, simbolo di romanità. Tuttavia anche a Milano ci sono gelaterie artigianali e punti vendita di questo prodotto dolciario. A Torino ci sono laboratori e negozi specializzati. A Napoli questi tramezzini sono venduti insieme ai dolci della tradizione locale come i babà e le sfogliatelle. A Verona alcune note caffetterie propongono ai clienti questo dolce. Il tramezzino dolce romano passerà alla storia e alla tradizione.

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Nigra: “Sei tu”

Nigra: “Sei tu”

Il nuovo singolo del trio elettro‑folk affronta la normalizzazione della violenza e le contraddizioni della società contemporanea Dopo il riconoscimento ottenuto con “A piedi nudi” — inserito tra i migliori dischi indipendenti italiani del 2025 — e dopo un tour che ha attraversato numerose città italiane fino al Concertone del Primo Maggio 2026 di Reggio Calabria, i Nigra tornano con “Sei tu”, il nuovo singolo disponibile dal 26 giugno su tutte le piattaforme digitali. “Sei Tu” è un brano elettro-folk che fonde radici mediterranee, scrittura d’autore ed elementi elettronici contemporanei. Attraverso una narrazione diretta e immagini fortemente evocative, il brano affronta uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la progressiva normalizzazione della violenza e la crisi dei modelli culturali e sociali che accompagnano le nuove generazioni. Il ritornello non è una condanna generazionale, ma una provocazione rivolta all’intera società. Una riflessione sul paradosso di un mondo che si definisce evoluto e connesso, ma che fatica a trasmettere valori come rispetto, empatia e convivenza civile. Il testo alterna memoria e presente: da un lato il ricordo di una generazione cresciuta tra scoperta, viaggi, errori e libertà; dall’altro l’inquietudine di un presente dominato da etichette, appartenenze e nuove forme di isolamento sociale. Musicalmente, “Sei tu” rappresenta una naturale evoluzione del percorso dei Nigra: l’impianto elettro-folk unisce strumenti tradizionali, chitarre elettriche, programmazioni elettroniche e atmosfere cinematiche, costruendo un equilibrio originale tra energia, melodia e ricerca sonora. Il brano nasce dalla scrittura di Luciano Amodeo, autore del testo e co‑compositore insieme a Pasquale Caracciolo e Felice Christian Gangeri. La produzione artistica è affidata a Daniele Grasso, che contribuisce anche alle parti elettroniche e ai synth. La formazione vede Amodeo alla voce, Caracciolo alla chitarra e Gangeri alla batteria, con la partecipazione di Elisa Milazzo e Flavia Lauriola ai cori. Nigra è un trio musicale (Luciano Amodeo, Pasquale Caracciolo, Christian Felice Gangeri) che unisce sonorità elettro‑acustiche e rock in un linguaggio musicale “oltre confine”, capace di fondere radici mediterranee, folk, scrittura d’autore ed elementi elettronici contemporanei. La band è stata finalista nazionale a "Sanremo Rock”, "Arezzo Wave" e alla festa della musica di Zocca 2024 (contest nazionale indetto da Vasco Rossi in collaborazione con il comune modenese). Vincitrice, inoltre, di molti altri contest nazionali, che hanno consentito alla band di distinguersi in diverse regioni italiane. I precedenti tour hanno accompagnato il progetto lungo tutto lo stivale con oltre 150 concerti dal vivo, valicando altresì i confini nazionali sino ad arrivare anche in Spagna e Sud America. All’attivo della band due album, entrambi prodotti dal maestro Daniele Grasso presso lo studio The Cave. Il primo disco è stato pubblicato da Top Records di Milano, mentre il secondo, “A piedi nudi”, sarà pubblicato nella primavera del 2025 con l’etichetta DCAVE Records di Catania. Dopo l’EP “La Madrugada” e l’album “La stanza di seta”, la band pubblica “A piedi nudi”, lavoro che unisce energia rock, introspezione, impegno civile e ricerca sonora. L’album viene inserito nella Top 100 dei migliori dischi indipendenti italiani del 2025, confermando la crescita artistica del trio e attirando l’attenzione della critica specializzata. Dal disco vengono estratti i singoli “Terra rossa”, “Sudamerica” e “Chi sono”. Il tour successivo attraversa numerose città italiane e culmina nella partecipazione al Concertone del Primo Maggio 2026 di Reggio Calabria, all’Arena dello Stretto, all’interno della line‑up di Studio54 Network insieme a artisti di rilievo nazionale come Le Vibrazioni, Enrico Nigiotti, Rosa Chemical, Marco Carta, Random, Alex Wyse e i New Trolls. Un riconoscimento significativo del percorso costruito dalla band negli ultimi anni. Il 26 giugno 2026 segna l’inizio di un nuovo capitolo con l’uscita del singolo “Sei tu”, accompagnato da un videoclip girato a Milano che utilizza la città come metafora della contemporaneità. Contestualmente, i Nigra proseguono la loro attività live con nuove date nel circuito Studio54 Network, tra cui gli appuntamenti del 2 agosto a Villa San Giovanni e dell’8 agosto a Gioia Tauro, parte di un tour in costante aggiornamento. Oggi i NIGRA rappresentano una delle realtà più originali e autentiche della nuova musica indipendente italiana. La loro proposta unisce energia e profondità, memoria e modernità, radici mediterranee e visione internazionale, mantenendo sempre al centro le persone, le storie e le contraddizioni del nostro tempo. Etichetta: DCAVE RECORDS CONTATTI E SOCIAL facebook.com/share/1B9zyRfytW/?mibextid=wwXIfr instagram.com/nigra_official?igsh=cmpyYXluNDMzdjFk&utm_source=qr

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Cinema: successo di pubblico a Palermo per la presentazione del docufilm "Made in Sicily"

Cinema: successo di pubblico a Palermo per la presentazione del docufilm "Made in Sicily"

PALERMO – Grande partecipazione e un notevole successo di pubblico hanno caratterizzato, giovedì 25 giugno al cinema Aurora di Palermo, la presentazione di "Made in Sicily", il docufilm corale nato per celebrare il prestigioso riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio dell'Umanità UNESCO. Il progetto, scritto, diretto e prodotto da Fabrizio Dia per l'associazione Digital H.M. (hostessmodelle), ha catturato l’attenzione degli spettatori, configurandosi come un omaggio appassionato alle radici e all’eccellenza gastronomica siciliana. La visione autoriale di Dia, che firma anche la sceneggiatura, ha dato vita a un’opera corale che ha visto la partecipazione di un nutrito staff tecnico, fondamentale per la riuscita della pellicola. La serata è stata l’occasione per ringraziare i professionisti che hanno lavorato al film, tra cui il direttore della fotografia e fotografo di scena Sergio Fiorito, gli aiuti regia Camillo Spoto, Marco Ernani e Andrea Conti, il fonico e microfonista Giuseppe Ciriminna, e i location manager Carlo Muraglia e Marzia Castana. Hanno inoltre collaborato Giovanni Nicolosi (dronista), Kiara Ferretta (consulente costumista e sound design), Maria Elena Ristuccia (consulente per la sicurezza alimentare) e Marzia Castana (make up artist). A impreziosire il lavoro, una colonna sonora originale che include i brani inediti "Marranzano al Vento" e "Buongiorno Sofia", con il sound design curato da Fabrizio Dia e Kiara Ferretta. I riconoscimenti Durante la cerimonia, sono state consegnate targhe al merito per sottolineare l’impegno profuso nel progetto. Il riconoscimento come "Migliore attrice" è andato a Sophia Pagliaro. Premiata anche Maria Elena Ristuccia per la sua preziosa consulenza tecnica. Un ringraziamento speciale è stato rivolto alle aziende I.D.I.M.E.D. e Cantine Rallo, il cui sostegno è stato fondamentale per la realizzazione dell'iniziativa. Il Cast L'opera si avvale di un vasto cast corale, che annovera: Vito La Grassa, Rita Bucchieri, Emmanuele Crisafi, Maria Giovanna Frangiamone, Elisabetta Inzerillo, Vita Scibilia, Marzia Castana, Manuela Vesco, Aurora Orlando, Alessandra Carollo, Gabriel Torino, Giulia Messina, Davide Messina, Miriam Gioeli, Serena Bommarito, Sabrina Ottobre, Vittoria Martinelli, Aurelia Tripi, Valentina Vara, Chiara Seminara, Simone Aiello, Giorgia Davì, Matteo Provenzano, Gianni Tagliavia, Giulia Perdichizzi, Alice Rubino, Andrea Campisi, Giorgia Di Carlo, Anastasia Caruso, Lorenzo Pulizzi, Maria Amelia Migliore, Roberta Chiodo, Alessandra Chiodo, Greta Giacalone, Sabrina Giacalone, Gabriele Giacalone, Jenny Passantino, Teresa Guddo e Morena Prestigiacomo. Nella foto i protagonisti del docufilm, da sinistra Rita Bucchieri, Vito La Grassa, Sophia Pagliaro.

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Simone Riva, il “Turista Spazzino”, presenta la nuova canzone “De Romedi”

Simone Riva, il “Turista Spazzino”, presenta la nuova canzone “De Romedi”

Simone Riva, conosciuto come il “Turista Spazzino”, torna a unire musica e impegno sociale con il nuovo brano “De Romedi”, una canzone dedicata alle donne di ieri e di oggi, con particolare attenzione alle lavoratrici che affrontano quotidianamente ritmi intensi tra lavoro e famiglia. Il brano nasce da un episodio personale e simbolico: la figura di Elena De Romedi, citata come ispirazione e “esca narrativa” del pezzo, rappresenta tutte le donne che lavorano senza sosta e che, anche dopo turni pesanti, ad esempio in fabbrica, continuano a occuparsi della casa e dei propri cari. «La canzone è dedicata a tutte le donne che “sgobbano” dalla mattina alla sera - spiega Riva -. E nonostante i turni massacranti, non hanno ancora finito il loro lavoro quando tornano a casa. Non a caso in un passaggio riporto: “Fatto sta che le donne che lavorano dalla mattina alla sera sono come invincibili supereroi”. O forse meglio supereroine». Con questo nuovo progetto musicale, Simone Riva conferma la sua doppia identità pubblica: da un lato attivista ambientale noto per le sue iniziative di pulizia volontaria sul territorio, dall’altro autore e interprete di brani che affrontano temi sociali e di sensibilizzazione. “De Romedi” è un brano dedicato al carico quotidiano e spesso invisibile delle donne. Il testo mette al centro la fatica, la continuità e la resilienza femminile, raccontando una realtà fatta di impegno costante e responsabilità che non si fermano mai. Con la nuova canzone, che utilizza un linguaggio diretto e simbolico, prendendo spunto da figure reali e quotidiane per trasformarle in un messaggio universale, si conferma la collaborazione con Nicola Ursino, arrangiatore e polistrumentista. Un professionista delle note che ha composto la partitura musicale sulla melodia e sul testo di Simone Riva. Alla realizzazione del brano hanno anche collaborato la collega Elena De Romedi e l’amico di vecchia data Giorgio Rusconi con alcuni cori. Sia Simone Riva che Elena De Romedi lavorano in Carvel Srl di Cassina de’ Pecchi - specializzata nella lavorazione, studio e progettazione di armadi e articoli speciali per lo stoccaggio di materiali infiammabili, oli e idrocarburi pericolosi - dove hanno avuto modo di stringere amicizia. Lorenzo Perego, Amministratore Delegato, ha dichiarato: «Un bel gesto d’affetto nei confronti della collega e verso l’intera azienda. Elena De Romedi è una donna che si dà da fare ed è bello che venga trattata come la “sorella maggiore”. Questa iniziativa fa bene al morale e all’ambiente della nostra piccola realtà, a conduzione familiare. E fa bene a tutte le donne, a cui vengono giustamente attribuiti grandi meriti». Il brano è ascoltabile su tutte le principali piattaforme di musica in streaming. Il video musicale è visibile su Youtube a questo link:

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Dalle dune di Piscinas a Capocotta: viaggio nell’Italia del turismo libertino

Dalle dune di Piscinas a Capocotta: viaggio nell’Italia del turismo libertino

Secondo il social network Wyylde, sempre più coppie italiane scelgono spiagge per soli adulti. Il fenomeno coinvolge soprattutto persone tra i 30 e i 50 anni alla ricerca di esperienze condivise, privacy e nuove forme di socialità. Le relazioni aperte e il turismo libertino non sono più un fenomeno di nicchia. Secondo Wyylde, piattaforma europea dedicata all’esplorazione della sessualità libera e consensuale, cresce anche in Italia il numero di coppie che scelgono vacanze orientate a libertà relazionale, esperienze non convenzionali, ambienti adult only e socialità open minded. Secondo un’indagine condotta da Wyylde nella sua community italiana, che conta oggi oltre 20mila iscritti, alcune delle spiagge più frequentate dai social network per swinger si trovano proprio in Italia. Nella maggior parte dei casi si tratta di spiagge pubbliche ad accesso libero, senza tessere o ingressi dedicati, ma con aree storicamente frequentate dalla community libertina. I frequentatori si riconoscono attraverso community online, passaparola e app dedicate; gli incontri avvengono spesso nelle zone più appartate, soprattutto al tramonto. In alcuni casi esistono anche beach club privati, resort adults only ed eventi organizzati all’interno del circuito lifestyle e libertino, di cui Wyylde è oggi uno dei principali punti di riferimento in Europa. Dai dati e dall’osservatorio Wyylde emerge inoltre che il fenomeno riguarda sempre più coppie tra i 30 e i 50 anni, professionisti e viaggiatori alto-spendenti interessati al turismo esperienziale e ai circuiti swinger e libertini. Sebbene in Italia non esistano spiagge ufficialmente dedicate allo scambismo, alcune aree balneari sono diventate nel tempo punti di ritrovo storicamente associati a incontri tra adulti consenzienti, cultura swinger, dogging, turismo libertino. A tal proposito Wyylde ha stilato una mappa delle 10 spiagge più note e frequentate dalla sua community, anche per l’estate 2026. Capocotta (RM) — il simbolo storico della trasgressione romana Le dune e le aree più isolate di questa spiaggia sono diventate nel tempo luoghi simbolo della trasgressione romana. Bassona / Lido di Dante (RA) — la più citata nelle cronache recenti È probabilmente la spiaggia italiana oggi più associata al fenomeno swinger. La pineta retrostante viene spesso citata come luogo di incontri tra adulti. Focene (RM) — il litorale “after dark” vicino Roma La sua notorietà deriva soprattutto dal passaparola e dalle community online dedicate agli incontri outdoor. Marina di Camerota (SA) — Spiaggia del Troncone Pur essendo conosciuta principalmente come spiaggia naturista, negli anni è stata citata nelle community swinger italiane come meta discreta e appartata. La conformazione della spiaggia e delle aree circostanti ha favorito questa reputazione. Pizzo Greco (KR) — Calabria Località spesso citata nelle community libertine del Sud Italia per privacy, isolamento e turismo adulto alternativo. La notorietà è soprattutto underground e legata ai circuiti online. Nido dell’Aquila (LI) — Toscana Nel tempo è diventata una delle spiagge toscane più conosciute nei forum dedicati a naturismo, incontri e coppie open minded. Molto apprezzata per l’atmosfera discreta e rilassata. Baia di Sistiana (TS) — Trieste Grazie alla forte influenza mitteleuropea e alla cultura FKK dell’area, è stata associata negli anni a turismo libertario, incontri tra adulti e frequentazione internazionale. Acquarilli (LI) — Isola d’Elba Spiaggia di Acquarilli. Piccola baia isolata, spesso citata nei forum lifestyle per privacy, discrezione E frequentazione adulta. Piscinas (CI) — Sardegna Le enormi dune e l’isolamento naturale hanno reso la spiaggia popolare tra coppie, turismo libertario e viaggiatori alla ricerca di privacy assoluta. Arenauta (LT) — la “spiaggia dei 300 gradini” Storicamente frequentata da un pubblico adulto e da coppie in cerca di discrezione, isolamento e ambiente non convenzionale. La conformazione appartata ha contribuito alla sua fama alternativa. Il decalogo delle spiagge per swingers L’accesso a queste spiagge è libero e non esistono regolamenti dedicati allo “swinging”. Tuttavia, nelle community internazionali e nei circuiti libertini vigono regole comportamentali condivise da Wyylde, fondamentali per la convivenza tra tutti i frequentatori. La prima regola riguarda il consenso, sempre imprescindibile: ogni interazione tra adulti deve essere esplicitamente consensuale e rispettare la volontà di tutte le persone coinvolte. Allo stesso modo, è considerato fondamentale il principio del divieto di fotografare o filmare senza consenso, poiché la tutela della privacy rappresenta uno dei valori centrali della cultura libertina. A questo si aggiunge la necessità di mantenere la massima discrezione. Molti frequentatori scelgono infatti questi luoghi proprio per la possibilità di vivere la propria esperienza in un contesto riservato e anonimo. Il rispetto dei segnali, dei limiti e delle eventuali manifestazioni di disinteresse è una condizione essenziale per una frequentazione serena. È importante ricordare anche che non esiste alcuna aspettativa automatica: il fatto che una spiaggia sia nota all’interno di determinati circuiti non implica che tutti i presenti condividano le stesse intenzioni o siano disponibili a interagire. Ugualmente, occorre prestare attenzione alla legalità, poiché comportamenti espliciti in luoghi pubblici possono essere soggetti a sanzioni secondo la normativa vigente. Tra i principi più condivisi rientra inoltre il rispetto dell’ambiente: pulizia, attenzione agli spazi comuni e comportamento civile contribuiscono alla conservazione e alla vivibilità di questi luoghi. Nelle dinamiche swinger, inoltre, vale la regola secondo cui la coppia è sempre un’unità decisionale, e qualsiasi scelta o interazione deve basarsi su un consenso condiviso. Un altro aspetto caratteristico è che molte interazioni nascono online, attraverso community e piattaforme dedicate che consentono alle persone di conoscersi e organizzare eventuali incontri prima di ritrovarsi in spiaggia. A fare da cornice a tutte queste regole resta infine il principio più importante: la privacy è la regola principe. La discrezione e il rispetto della riservatezza altrui rappresentano infatti il fondamento su cui si regge l’intero ecosistema delle community open minded.

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Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

È stato un momento di grande valore culturale e diplomatico, che ha rafforzato i legami tra Italia e Ungheria quanto è emerso nel corso del convegno che si è svolto presso la prestigiosa sede dell’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika” di Budapest. Il seminario, organizzato dall’Associazione “Dante Alighieri” della capitale magiara, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia di Budapest, l’Istituto Italiano di Cultura di Budapest e l’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika”. La giornata si è aperta con i saluti ufficiali di Pier Paolo Pigozzi, Vice Rettore dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika”, dell’Ambasciatore d’Italia in Ungheria S.E. Giuseppe Scognamiglio, di Edit Császi, Presidente dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest e di Roberto Massucco, Presidente di Confindustria Ungheria. La moderazione dei lavori è stata affidata alla Prof.ssa Anna Molnár, Capodipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika” e segretario dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest.Tredici relatori provenienti da istituzioni accademiche e culturali italiane e ungheresi si sono alternati nel corso delle due sessioni tenutosi nell’importante location culturale, affrontando temi che spaziano dalla diplomazia rinascimentale alla cooperazione culturale contemporanea, tra i quali Gianni Aiello, Presidente del Circolo Culturale “L’Agorà” e del Centro studi italo-ungherese “Árpád”, che ha trattato il tema “Echi rivoluzionari nei carteggi archivistici 1956-2026”. L’intervenuto, nel corso del suo intervento, supportato da slide documentali, ha analizzato svariati documenti del periodo storico in argomento, illustrando all’uditorio della capitale magiara i risultati delle predette ricerche archivistiche che peraltro sono in continuo aggiornamento. Nel corso della conferenza sono emerse diverse cifre a riguardo la tradizione e l’evoluzione dei rapporti secolari tra i due Paesi seguendo un approccio multidisciplinare che ha toccato temi come la storia, la diplomazia, l’economia e la cultura. LINK VIDEO

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L'Abruzzo nella IAI (Iniziativa Adriatico Ionica) – L'Oleificio Andreassi di Poggiofiorito

I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa hanno inserito l'Oleificio Andreassi nel progetto L'Europa delle scienze e della cultura (Patrocinio IAI-Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). L'incontro con il comm. Matteo Andreassi all'Oasi La Brussa in Caorle (Ve), in occasione di VinoCalciando, ha ribadito una scelta che Borghi d'Europa aveva maturato fin dal 2015. Poggiofiorito è un comune italiano di 798 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. Fa parte dell'Unione dei comuni della Marrucina. I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa lo hanno conosciuto grazie alle degustazioni dell'olio e del vino dell 'Oleificio Andreassi e lo hanno così inserito nella rete dei Borghi del Gusto. Matteo Andreassi,Mastro Oleario, sarà presente alla edizione del 25 maggio di VinoCalciando a Caorle, presso la Trattoria Agli Alberoni, della serata di degustazione e prodotti enogastronomici. L'evento nasce ad Udine da una idea di tre amici Dante Mauro e Claudio, di voler giocare una partita a calcio (cuochi contro camerieri) e degustare ottimi vini e prodotti a fine match. VinoCalciando oggi conserva il nome (nato dopo una serata eroica a Fagagna), ma sopratutto lo spirito. La serata di degustazione viene rinnovata di anno in anno e parte del ricavato è sempre devoluto in beneficenza. L'incontro di Caorle servirà anche a raccontare l'inserimento dell'Oleificio Andreassi nella rete di iniziative giornalistiche che accompagnano dal 1° giugno il turno di Presidenza italiana alla IAI (Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). Nel giugno del 2025 Borghi d'Europa aveva inserito l'Azienda di Poggiofiorito all'interno delle manifestazioni che avevano ricordato il 25° della nascita della IAI, a giugno 2026 inizierà il Percorso informativo che coprirà dieci Paesi Europei e diverse regioni italiane sulle qualità dell'olio abruzzese. Accanto alla produzione di ottimo olio, il comm. Matteo Andreassi ha unito la produzione di vino. E' nata così Fattoria Andreassi, grazie all'acquisizione di cinque ettari, salvati da una sicura perdita d'identità. 'Volti di un territorio' recita la linea dei vini MUSA : due IGT,Pecorino Terre di Chietie Passerina Terre di Chieti e due DOC (rossi), il Montepulciano d'Abruzzo e il Cavaliere, Montepulciano d'Abruzzo Riserva. " Il Pecorino Terra di Chieti – osserva Alessio Dalla Barba, giornalista e sommlier AIS di Milano-, ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Risulta al naso intenso, con note di frutta a polpa bianca/gialla (pesca e albicocca) e più tropicali come mango e kiwi, sentori minerali. Denota una grande freschezza, che si trova al palato, sapido e piacevole ma possiede un buon potenziale evolutivo : perfetto con molluschi e crostacei o con un cous cous con pesce e verdure in ottica estiva" Postato 1 hour ago

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