1. Il debutto e la selezione Strehler: Lei ha esordito a teatro nel 4 giugno del 1977 con Giorgio Strehler ne “La tempesta”, superando una lunghissima selezione di candidati. Che cosa ha significato per un giovane attore iniziare direttamente sotto la guida di un maestro assoluto del teatro mondiale? Il tutto è incominciato sicuramente in modo soft. Il mio debutto è iniziato come comparsa. Il tutto è nato un po' per gioco, all’epoca non mi sentivo neanche un attore. In quel periodo mi prese a cuore Umberto Renzi, con lui ho partecipato in piccoli ruoli dove mi son ritrovato a fare i primi passi in questo mondo. Poi, in quel periodo ero un calciatore mancato, avevo un po' di confusione in testa, erano gli anni del 68’ tra macchine e goliardate giovanili. In seguito, è arrivata la maturità tra i 23 ai 24 anni, lì è nata in me la riflessione della vita. In quel periodo ho avuto la possibilità d’incontrare in modo rocambolesco Sergio Citti, e lavorare in una parte carina, nella parte di “Leonardo”, con Jodi Foster, Ugo Tognazzi, Gigi Proietti ed altri grandi attori. Citti mi disse, ti prendo perché t’avrebbe preso anche Pasolini, che era venuto a mancare da poco, credo che sia morto nel 75’. In seguito, fui chiamato da Giorgio Strehller al Piccolo di Milano, che stava allestendo “La tempesta” di Shakespeare. Mi chiamarono attraverso una foto e cominciarono i contratti con Walter Pagliaro. Fu una sorpresa, colsi questo grande regalo ed un’emozione enorme, viaggiando per il mondo, diretto da Strehller, con Michele Placido ed altri, e da lì è nata poi la grande propensione per il teatro e la recitazione, colsi questo grande regalo come attore da lì in poi mi son detto sono un “Attore.” 2. Nel suo percorso artistico ha avuto un sodalizio con i fratelli Taviani: Nella sua carriera è stato protagonista di capolavori del cinema d'autore come “La notte di San Lorenzo” e “Kaos”. Quale bagaglio umano, e professionale le ha lasciato il lavoro sul set con Paolo e Vittorio Taviani? All’epoca fui conosciuto attraverso, la foto del book di un’agenzia, dai fratelli Taviani, fu vista la mia foto e quando stavano componendo il cast della “Notte di San Lorenzo” mi presero, dicendomi che avevano notato questo esordio con Strehler, ed erano stati colpiti da questo exploit che avevo avuto. Fu un incontro meraviglioso, una propensione fatta di libri, di carte, erano molto affabili con me, e io colsi questo grande regalo. In quei frangenti, ci furono poi degli episodi molto carini che ricordo ancora coi due fratelli Taviani. Da quell’incontro passo qualche mese e mezzo, mi chiamarono e mi dissero sarai il protagonista della “Notte di San Lorenzo”. Il primo giorno eravamo a San Miniato e dovevo girare le scene, andavo da Paolo Taviani e lui mi mandava da Vittorio, che mi spiegava e mi toglieva i dubbi, poi mi veniva un altro dubbio andavo di rimando da Vittorio e lui mi mandava da Paolo, in pratica mi facevano un’inquadratura per uno, dirigevano così la regia, da lì nacque una profonda simpatia e una grande stima. da questi insegnamenti e da questo percorso fruttuoso con questi grandi nomi crebbe in me la stoffa del bravo attore. Poi fui richiamato per l’altro film Kaos, dagli stessi fratelli Taviani. 3. Nell'incontro artistico con Massimo Troisi: Il pubblico la ricorda con immenso affetto, anche per il ruolo di “Orlando” in “Le vie del Signore sono finite”. Che tipo di partner lavorativo era Massimo Troisi e come era la vostra intesa? L’incontro fatidico con Massimo fu ad un incontro di calcio. Mentre giocavamo si avvicinò a me, e incominciammo a parlare, gli raccontai la mia storia, e mi disse: ho un soggetto particolare in un film, che parla di due amici, che vanno a Lourdes, a chiedere una grazia, uno la può chiedere e l’altro no, e lì mi fece ridere. Poi mi disse io ti ho visto in “Storie d’amore e d’amicizia”, questo sceneggiato fu trasmesso in sei puntate su RAI Uno, che ha avuto un grandissimo successo. Da questo incontro, nacque una bell’amicizia fraterna, ci si incontrava quasi tutti i giorni, un’amicizia di quelle vere, in seguito si interruppe per quella maledizione della vita. Posso dire che ho avuto la fortuna di dividere con Massimo queste emozioni. Lui era incoscientemente un maestro, era unico nella sua semplicità, senza nessuna bramosia, lasciava scorrere il suo tempo, con il suo talento minimalista, questi sono i bei ricordi di Massimo Troisi. 4. La recitazione dei "Silenzi”: La critica ha spesso lodato la sua capacità di "abitare" i personaggi, lavorando molto sugli sguardi e sulle pause, piuttosto che sulle sole battute. Come si costruisce questa intensità espressiva così misurata e discreta? La fortuna di aver trovato dei così bravi maestri è la non recitazione, mi si diceva se vuoi fare l’attore non devi recitare, di essere attore e non fare, e uno di questi maestri di questa filosofia è Pupi Avati. Proprio il mese prossimo, uscirà Gotico Padano, di Bencivenga dove ho recitato con Ornella Muti. Il comune denominatore che mi ha accompagnato con questi maestri è la non recitazione, cioè di essere il personaggio. In pratica nel modus operandi di questi grandi maestri era più contemplato il personaggio che la storia: “devi recitare il minimo” mi si diceva. Quest’insegnamento mi ha accompagnato, come quando lavorai coi fratelli Taviani, c’era una grande didascalia, e chiesi come mai, mi dissero il cinema si racconta per immagine prima che arrivi la battuta, è l’immagine che parla da sé. Per questo il teatro è un fattore vocale, mentre il cinema è fatto di sguardi, il cinema si racconta con gli occhi. 5. Il ritorno al cinema con Pupi Avati: Di recente ha recitato in film importanti di Pupi Avati, come il cupo e acclamato: “L'orto americano (2024)”. Come si è evoluto negli anni il suo rapporto con Avati e cosa ha significato esplorare queste atmosfere così particolari? Risponderò come dicevano i fratelli Taviani: attenti amici miei che i veri attori non dicono mai che sono bravi, tra questi grandi registi vi è Pupi Avati, che mi ha insegnato di più a “non fare”. 6. I progetti indipendenti e l’omaggio a Troisi: Negli ultimi tempi l’abbiamo vista coinvolto sia in opere drammatiche come “Credo in un solo padre”; sia nel documentario “Il mio amico Massimo”; di Alessandro Bencivenga e in “Gli anni del padre” di Stefano Veneruso. Scegliere di partecipare a questi progetti è stato anche un modo per mantenere vivo un legame affettivo con il passato? Io credo di sì, anche pensando ad Alessandro Bencivenga, era un bravo ragazzo. Quando si girava, era come se Massimo ci guidasse da lassù, c’era questa percezione un richiamo a lui. Questi film sono molto importanti, come i grandi attori che vi hanno lavorato tipo nel “Gli anni del padre” scritto da Stefano Veneruso, dal punto di vista sia artistico che cinematografico sono dei grandi film. 7. La presentazione a Venezia e i lavori del 2025/2026: Di recente ha espresso grande soddisfazione per l'accoglienza al Festival di Venezia del film “L'invisibile filo rosso”, e parallelamente è stato impegnato su set molto diversi, come il thriller Even e la commedia “A mamma non piace”. A questo punto della sua maturità artistica, cosa cerca in una sceneggiatura per decidere di accettare un ruolo? Io dò molta importanza alla conoscenza della persona, nel guardarsi negli occhi, non mi faccio tanti problemi dal punto di vista drammaturgico, quando una scelta mi convince, guardo negli occhi il mio regista, non mi faccio problemi sono molto favorevole, come nei film “Il filo rosso” ed altri che mi hanno dato tanto. Articolo: Dott. Salvo De Vita - Rosa Calderone - Andrea Ruggini Supervisore dirigente Dott. Salvo De Vita Distribuzione Urban Dream di Mietto Elisa