Il mondo si dissolve intorno a me, per un momento tutto è buio e silenzio poi la luce torna; sono ai piedi di un albero, ma non uno qualsiasi, è così immenso che i suoi rami più alti sembrano toccare il cielo e le sue radici affondano nella terra come serpenti di pietra, il tronco è così largo che ci vorrebbero dieci uomini con le braccia aperte per abbracciarlo, la corteccia è antica, segnata da solchi profondi come canyon e da essa si sprigiona un calore benefico. “Yggdrasil, l’albero della vita”, sussurro con il cuore che mi batte forte per la meraviglia. Tra le sue radici vedo un pozzo d'acqua scura che riflette il Sole, l'acqua è immobile, perfetta, come uno specchio che custodisce la memoria del cielo, è la fonte di Udr; intorno alla mitica pianta l'erba è di un verde così intenso che sembra dipinta e l'aria è carica di un profumo che pare quello della terra dopo la pioggia; guardo le mie mani, sono blu circondate da un alone azzurro, mi rendo conto che sono arrivato qui con il mio corpo onirico.
Sento una voce: “Yggdrasil.” Mi giro e vedo l’Unicorno dai mille colori, la mia guida spirituale, la sua criniera brilla e i suoi occhi sono pieni di meraviglia. “Si, siamo proprio qui”, dico. “Ne ho sentito parlare leggendo le saghe nordiche ma dal vivo è ancora più bello.” Io e l’Unicorno camminiamo attorno al maestoso tronco lasciando che i nostri corpi siano irradiati dalla sua energia.
All’improvviso vedo tre donne sedute attorno ad un piccolo tavolo a una decina di metri dalla fonte. “Benvenuti”, dice alzandosi quella con il vestito rosa. “Io sono Uror, il passato mentre loro sono Veroandi, il presente e Skuld, il futuro.” La osservo stupito. “Ti immaginavo più vecchia”, dico. Le tre Norne e la mia guida si mettono a ridere. “Ho molti più anni di quelli che dimostro”, mi risponde. “Abbiamo preparato idromele e dolci, venite a mangiare e bere con noi.” Mi siedo su una comoda sedia, l'idromele emana un profumo delizioso, i dolci hanno il sapore di miele e cannella, sono buonissimi.
Finita la merenda Skuld sorride. “Facciamo una gara tra te e l’Unicorno?” “Una gara?” domando perplesso. “Una gara a chi tesse il filo migliore”, chiarisce. “Perché no?” rispondo. “Interessante”, dice la mia guida. Veroandi mette davanti a noi i recipienti con le fibre; nel mio c'è una bellissima lana pregiata, la tocco, è la più morbida che abbia mai visto, nel contenitore dell'Unicorno invece ci sono fibre grezze e corte. “Se sapevo che le cose stavano così”, dice arrabbiato l'Unicorno, “non so se avrei accettato di partecipare.” Guardo la mia guida. “Amico, ti batterò senza problemi”, dico sorridendo. “Può essere”, ribatte lui. “Ma non ci metterei la mano sul fuoco.” Entrambi ci mettiamo a ridere.
Le Norne mettono un velo tra di noi. “La gara ha inizio”, dice Skuld. Comincio a filare, dopo un po' mi volto verso il velo, l'Unicorno ha fatto apparire due mani magiche, sono mani di luce che si muovono con grazia ma non riesco a vedere il filo. “Non importa”, penso. “Con questa lana, vinco sicuro.” Accidenti, nella mia distrazione ho mosso troppo velocemente una mano e il filo, per un lungo tratto, si è assottigliato troppo. “Maledizione!” penso arrabbiato. Cerco di recuperare, rallento, cerco di addensare il filo ma il difetto rimane; guardo verso il velo, le mani magiche della mia guida si muovono con una calma che mi mette tensione; “Forza”, mormoro tra i denti. “Devo vincere.” Continuo a filare ma più mi sforzo più il filo si fa irregolare poi sento la voce di Uror: “Fine della gara, ragazzi.”
Io e la mia guida ci presentiamo davanti alle Norne con i nostri lavori; incredulo vedo che il filo dell'Unicorno è regolare, senza nodi, senza punti più spessi o più sottili mentre il mio ha molte imperfezioni, la differenza è imbarazzante. “Come avrà fatto con quelle fibre corte e grezze?” penso. “Ottimo lavoro, Unicorno”, dice Veroandi. “Il risultato è evidente”, continua Skuld. “È inutile che pronunciamo il nome del vincitore, vero Kael?” I miei piedi iniziano a muoversi nervosamente, sento il calore salirmi alla testa, vorrei che il terreno si aprisse e mi inghiottisse. “Sai perché hai perso?” chiede Uror. Le dita dei miei piedi si contraggono come se volessero scappare ma non posso scappare. “Perché mi sono distratto, è stato un attimo di distrazione”, rispondo con la voce più bassa del solito. “No”, dice Veroandi. Scrollo le spalle. “Perché avevo meno luce della mia guida”, affermo sapendo che è un'altra scusa. “Neanche”, dice Uror. Mi sento sempre più piccolo, vorrei sparire tra i prati, lontano da questi sguardi che vedono attraverso di me.
“Hai perso”, dice Skuld, “perché hai dato per scontato che l'Unicorno, con il materiale che aveva a disposizione, sarebbe stato sconfitto.” Guardo la mia guida, ha un sorriso saggio. “E così fai nella tua vita”, continua Skuld. “Sei nato povero in una famiglia disorientata e dai per scontato il tuo futuro, vivi in un monolocale di pochi metri quadrati e, nonostante sei laureato, ti ostini a lavorare come cameriere in quello squallido bar.” Queste parole mi colpiscono come un pugno allo stomaco, il fiato mi manca, il cuore si stringe, abbasso lo sguardo perché so che è tutto vero.
“Il mondo in cui vivi è ingiusto, non ti ha dato molto ma tu hai usato questa ingiustizia come una scusa per non provare nemmeno”, afferma Veroandi. “Aspetta”, dico alzando la testa. “Ma se il sistema è ingiusto, se sono nato povero, se a molti non viene data la possibilità di avere un lavoro dignitoso, come posso essere responsabile?” Uror mi fissa negli occhi. “Non ti stiamo dicendo che è colpa tua, non sei responsabile del sistema ma sei responsabile di come rispondi ad una società ingiusta; puoi dire che provare a cambiare la tua vita è inutile e restare fermo oppure puoi dire che devi organizzarti, magari assieme ad altri, per costruire qualcosa di diverso.” Le parole di Uror mi girano nella testa poi Skuld si sporge in avanti. “Dai per scontato anche il futuro del tuo mondo”, dice. “Fai poco per cambiarlo.” Annuisco lentamente.
Rimango alcuni secondi in silenzio riflettendo sulle parole delle Norne e una domanda mi sale alle labbra. “Allora come faccio a filare bene il mio futuro se ho poche risorse?” chiedo. “Come faccio a contribuire al cambiamento del mio mondo?” Le Norne si guardano poi Veroandi sorride. “Guarda il tuo amico.” Mi volto verso l'Unicorno. “Lui ha avuto fibre grezze e corte”, dice Veroandi, “eppure il suo filo è liscio, resistente e regolare.” La mia guida annuisce. “Non importa ciò che hai a disposizione”, dice l’Unicorno. “Importa come lo usi, io ho avuto fibre di bassa qualità, se avessi pianto sulla mia sfortuna avrei sicuramente perso la gara invece ho pensato a come usarle al meglio.” Guardo negli occhi la mia guida. “E hai vinto”, dico. “Esatto, e tu, con le tue poche risorse, puoi tessere un futuro sereno e pieno di gioia che ti faccia sentire realizzato e puoi fare molto di più per cambiare il tuo mondo.” Rimango in silenzio, penso alle mie scuse, ai miei “è colpa del sistema”, ai miei “tanto non cambierà nulla”.
Per la prima volta ho la vaga sensazione che forse posso fare qualcosa di diverso però ho ancora alcuni dubbi. “Ma il passato pesa”, dico a bassa voce. “Tutti gli errori, i fallimenti, come si fa a non portarseli dietro?” Uror fa qualche passo in avanti. “Il passato non serve per rimpiangere ciò che avresti potuto fare”, dice. “Serve per trarre lezioni.” “E il presente?” chiedo. “Come si fa a vivere il presente quando si pensa sempre al passato o al futuro?” Veroandi sorride: “Il presente lo devi vivere serenamente, istante per istante, rimanendo ancorato ad esso.” Mi rivolgo a Skuld. “E il futuro?” chiedo. Lei si avvicina a me. “Il futuro va progettato tenendo conto delle lezioni del passato e della situazione presente, non è un destino scritto, è un filo che tessi tu, ogni giorno.” Le parole mi entrano dentro come acqua nella terra arida.
“Tanti anni fa”, prosegue Uror, “dicevano che nella trama del destino sono intessute le Rune, ma il destino non esiste, le Rune in passato venivano usate per ricevere consigli, non per prevedere il futuro, nel futuro sono intessuti i consigli che tu dai a te stesso.” Sentendo parlare di Rune il mio cuore salta. “Le Rune”, dico con la voce piena di aspettative. “Posso usarle per chiedere consigli? Come si fa? È meglio usare il metodo a una, a tre o a sette Rune?” Le Norne ridono. “Nessuno di questi metodi”, dice Veroandi. “Non devi estrarre Rune a caso.”
Mi sento disorientato, apro le braccia e volgo lo sguardo al cielo. “Ma tutti dicono che…” Skuld mi fa segno di stare in silenzio. “Tutti dicono molte cose, mettere le Rune in un sacchetto e tirarle fuori a caso è come chiedere al caso di decidere per te.” Skuld si avvicina e posa tutte le Rune sul tavolo, dividendole per Aaett. “Osservale tutte insieme, guarda i loro simboli, i loro significati, poi chiediti quali di queste Rune possono aiutarti in un determinato momento”, dice. Osservo le Rune, sono lì, silenziose, piene di significati antichi. “Ma come faccio a sapere quale scegliere?” chiedo. “Non devi scegliere a caso”, risponde Skuld. “Devi riflettere, le Rune non ti dicono cosa accadrà, ti consigliano cosa puoi fare.” Guardo le Rune, poi guardo la mia guida. “Ora ho capito”, affermo. Poi, con un filo di voce, dico: “Mi spiace di aver sprecato in quel modo le vostre fibre pregiate.” Uror sorride. “Non importa, è servito per insegnarti qualcosa”.
Vedo una nuvola in cielo, sembra un vortice di zucchero filato, si avvicina a me con un atteggiamento tranquillo, non minaccioso, il mio corpo di luce si solleva dal suolo risucchiato dalla nuvola, sto volando. “Kael!” È la voce dell'Unicorno, mi giro, lo vedo in lontananza a fianco delle Norne che mi stanno salutando, il suo corno brilla. “Ricorda”, grida. “Il filo si fila ogni giorno, non solo quando sei qui.” Questa nuvola ha una consistenza densa, la assaggio, sembra proprio zucchero filato, mi chiedo dove mi sta portando; vedo dei mandala che ruotano e mutano forma in continuazione, chiudo gli occhi, li riapro e mi ritrovo nel mio letto.
Mi alzo e guardo fuori dalla finestra, è una bella giornata di Sole. “Erano davvero le Norne”, mi chiedo, “oppure una parte profonda di me stesso?” Prendo le mie Rune e le dispongo sul tavolo come mi ha detto Skuld, le osservo tutte, una per una, alcune attirano la mia attenzione; vedo Berkano, la betulla, i semi di questa pianta sono piccolissimi eppure generano alberi immensi, le mie risorse sono poche ma se usate bene possono portare grandi cambiamenti nella mia vita; vedo Raidho, il carro, questa Runa ci insegna che a volte bisogna cambiare strada anche se fa paura; all’improvviso mi sento attratto da un’altra Runa, è Dagaz, l’alba, essa ci sussurra che dopo ogni notte il Sole torna a sorgere, i cambiamenti drastici possono spaventare ma spesso sono opportunità per crescere; le osservo a lungo poi capisco.
“Roberto detto Kael”, dico tra me, “è ora di cambiare vita.” Vivo in un monolocale dove non posso invitare amici perché in due non ci stiamo, lavoro in uno squallido bar per pochi euro; le Norne hanno ragione, sono nato povero in una famiglia turbolenta e ho pensato che il mio futuro fosse segnato da un destino ineluttabile ma ora basta; so che trovare un lavoro decente non è facile ma ci proverò, potrei creare una cooperativa senza capi con i miei amici ma ho dei dubbi, forse è un’idea assurda, non saprei.
Penso al mio mondo; sono anarchico ma in fondo ho sempre pensato che il mondo in cui vivo sarà sempre così; appendo volantini, preparo striscioni, partecipo alle manifestazioni ma faccio tutto questo per scaricare la rabbia che ho verso la società in cui vivo, so che il mondo non cambierà certo grazie alle mie azioni, cambiarlo è troppo anche dopo aver ricevuto gli insegnamenti delle Norne.
Sono passati cinque mesi dal viaggio onirico sotto l’albero della vita, ora non vivo più in quel monolocale e non lavoro più in quel bar; con Fabio e altri tre amici abbiamo fondato una cooperativa, una piccola libreria caffetteria, nessuno di noi è il capo, le decisioni le prendiamo insieme, non è stato facile, ci sono state incertezze, esitazioni, litigi, errori, notti insonni, ma ce l'abbiamo fatta.
Ora siamo qui, seduti fuori dal nostro locale a bere un caffè, il Sole è caldo, la gente passa e osserva incuriosita; Fabio mi guarda. “Roberto”, dice. “Sai una cosa? Sotto un certo punto di vista hai cambiato il mondo.” Rido. “Il mondo è sempre lo stesso”, affermo. Fabio agita la tazza. “No, hai cambiato il nostro mondo, il mondo di noi quattro; in questa cooperativa viviamo l'anarchia, è una piccola realtà ma è reale.” Guardo Fabio poi gli altri amici. “Forse hai ragione”, dico lentamente. “Forse il mondo non si cambia tutto in una volta, si cambia un pezzo alla volta.” I miei soci annuiscono. “E quando qualcuno vede il nostro esempio”, continua Fabio, “forse anche loro creeranno delle cooperative simili alla nostra, forse non un bar ma una falegnameria, una lavanderia o un’officina.” Alzo lo sguardo al cielo, è azzurro, senza nubi. “Grazie Norne”, sussurro.