Prima di raccontarvi come potrebbe essere l’agricoltura in un mondo ideale dobbiamo fermarci un istante a osservare quello che succede oggi perché non si può costruire un futuro giusto se si chiudono gli occhi su ciò che non va nel nostro presente. Siamo abituati a pensare che lo sfruttamento sia una cosa lontana, che accade nelle fabbriche del Bangladesh o nelle miniere del Congo invece è anche qui, nelle pianure e nelle colline italiane, è dove il cibo che arriva sulle nostre tavole viene raccolto da mani che non vediamo mai, parlo degli operai agricoli, per lo più immigrati o italiani poveri; sono persone costrette a lavorare in nero dodici o quattordici ore al giorno per pochi euro e a dormire in baracche di lamiera senza acqua né luce; questa vergogna ha un nome: si chiama caporalato, i caporali sono uomini che si mettono in mezzo tra le aziende agricole e i disperati vivendo di questa intermediazione mafiosa, sono loro che reclutano, trasportano le persone ammassate su furgoni scassati, pagano e trattengono una parte di quei pochi soldi; il caporalato non è un fenomeno marginale, in alcune regioni d'Italia oltre il trenta per cento del lavoro agricolo è completamente in nero. C’è poi un altro gigante cattivo invisibile ed è il monopolio; nell'attuale sistema capitalista cinque aziende controllano oltre il sessanta per cento del mercato globale dei semi e oltre il settanta per cento dei pesticidi e fertilizzanti chimici, queste aziende hanno investito miliardi in ricerca e ingegneria genetica creando semi che producono più di una varietà tradizionale e così gli agricoltori sono costretti a comprare le semenze da questi colossi; tutto questo sembra progresso ma non lo è, le piante che nascono non resistono alle malattie e ai parassiti, sono semi creati apposta per generare un buon raccolto solo con l'uso di specifici pesticidi, insetticidi e fertilizzanti prodotti dalle stesse cinque aziende che vendono i semi, è un pacchetto obbligato che inquina i fiumi oltre ad erodere ed impoverire il terreno; grazie a queste aziende tra qualche decennio vaste aree del pianeta non potranno più essere coltivate. Bisogna inoltre tenere in considerazione che le semenze vendute da queste aziende danneggiano anche chi le compra, sono semi brevettati per cui l'agricoltore può usarli per un ciclo ma non può seminare i semi generati dalla pianta che ne nasce perché sono ancora di proprietà dell'azienda; oggi per fare l'agricoltore bisogna investire un bel po' di soldi ogni anno per acquistare semi brevettati, pesticidi, insetticidi e concimi chimici per questo motivo nei paesi poveri molti contadini sono finiti nelle mani degli usurai e hanno perso tutto ciò che avevano perché non sono riusciti a pagare il debito, in India il novantatré per cento dei suicidi degli agricoltori è dovuto a questo fenomeno. A tutto questo si aggiunge un altro aspetto assurdo, nelle centrali di smistamento frutta e verdura passano in macchine che misurano, pesano e fotografano e i prodotti troppo piccoli, troppo grandi, storti o leggermente macchiati vengono buttati via perché non sono esteticamente belli, tutto questo è assurdo. Ora proviamo ad immaginare un mondo diverso, un mondo ideale, molti lo chiamerebbero utopico, ma utopico non è; in questo mondo secondo me le città dovrebbero essere un'evoluzione degli attuali eco villaggi anarchici; per quanto riguarda l'agricoltura i principi su cui dovremmo basarci dovrebbero essere quattro: il recupero delle semenze antiche, limitare il più possibile la fatica umana, rispettare la natura ed ottenere la maggior resa possibile in poco spazio. Prima di pensare a nuove forme di coltivazione dobbiamo fare un passo indietro e recuperare ciò che abbiamo dimenticato: i semi dei nostri nonni; per generazioni i contadini di ogni zona hanno selezionato varietà capaci di crescere senza pesticidi, senza concimi chimici e con l'acqua che aveva quel territorio ad esempio nel sud Italia avevano creato pomodori che davano frutto senza bisogno di essere irrigati; invece di comprare ogni anno semi brevettati da multinazionali ogni zona del pianeta dovrebbe tornare a seminare le proprie varietà antiche, solo così possiamo costruire un'agricoltura davvero indipendente e sostenibile. Una valida alternativa per produrre cibo in un futuro ideale potrebbero essere le food forest che sono una valida risposta alla monocultura attuale; immaginiamo di camminare in un bosco che nessuno ha mai piantato, vediamo querce maestose, sotto di loro crescono i noccioli, più in giù troviamo i rovi carichi di more e ai nostri piedi i funghi che nessuno ha seminato; nessuno cura questo bosco, eppure tutto prospera senza concimi, senza diserbanti, senza l'affanno umano, questo è un ecosistema; la foresta commestibile è qualcosa di simile, è un ecosistema progettato ma non dominato, per creare una foresta commestibile occorre scegliere con cura quali piante introdurre ma poi bisogna lasciare che facciano il loro lavoro; se osserviamo una food forest vediamo una stratificazione di piante, proprio come in un bosco naturale, in alto crescono alberi maestosi come noci, castagni, meli e grandi ciliegi, sotto di loro troviamo noccioli, fichi, peschi e peri, ancora più giù possiamo vedere mirtilli, lamponi e more, poi erbe aromatiche, asparagi e fragole e nel sottosuolo possono essere seminate delle piccole patate; nelle food forest ci sono anche le piante rampicanti, si possono vedere i kiwi che salgono sui meli, l'uva che si attorciglia ai noccioli e i fagiolini che trovano sostegno dove possono; nelle food forest tutto è mescolato, tutto è interconnesso, la manutenzione è quasi inesistente e lo stesso vale per l'irrigazione, i fertilizzanti sono le foglie che cadono e i rami che marciscono. Ora qualcuno obietterà: E il grano? E il mais? E i pomodori, Le zucchine? Non tutti possono crescere all'ombra di un castagno ma la loro produzione non dovrebbe avvenire nemmeno con i metodi e le scale dell'agricoltura industriale attuale, si potrebbe invece applicare il concetto di policoltura che può essere organizzata nel tempo o nello spazio. Riguardo la policultura nel tempo si parte dal presupposto che un grande appezzamento di terreno non dovrebbe mai essere sfruttato allo stesso modo per due anni di fila; il primo anno si semina un cereale, il secondo patate o carote che rompono il terreno con le loro radici, il terzo anno lo si lascia a pascolo per animali che concimano mentre il quarto anno si semina un miscuglio di almeno dieci specie diverse di piante da sovescio, sono erbe che affondano le loro radici profonde nel sottosuolo e portano in superficie minerali e azoto; quando sono abbastanza alte vanno tagliate e interrate con un trattore, così la terra si concima da sola senza l’uso di fertilizzanti chimici. La policultura nello spazio è ancora più bella da vedere; su un appezzamento di terreno si seminano nello stesso momento diverse varietà di verdure una accanto all'altra ad esempio immaginiamo un campo dove in ogni due metri quadrati crescono insieme mais, fagioli rampicanti e zucche; il mais fa da tutore per i fagioli che fissano l'azoto nel terreno mentre le foglie larghe e basse delle zucche ombreggiano il suolo, riducono l'evaporazione e soffocano le erbe infestanti. Poi c'è la cerealicoltura estensiva rigenerativa, praticamente si mescolano in un'unica seminatrice miscugli di cereali insieme a leguminose come il trifoglio che fissano l'azoto e impediscono la crescita delle erbe infestanti. Un'altra tecnica ereditata dalla saggezza contadina è il tumulo, è un concentrato di efficienza in poco spazio; alla base si mettono ramaglie e legna morta, sopra gli scarti organici, poi con una piccola ruspa si copre tutto con uno strato di terreno creando una collina in miniatura e infine si semina; il legno marcisce lentamente, trattiene l'acqua come una spugna e rilascia nutrienti per anni, in pochi metri quadrati si può avere un raccolto straordinario. Ci sono poi i pollai mobili, sono ampi recinti leggeri e modulari con una piccola zona notte per le galline, questi pollai vengono spostati periodicamente nelle diverse zone di un campo incolto, le galline mangiano gli insetti nocivi e i semi delle erbe infestanti e concimano con i loro escrementi, appena si sposta il recinto si può seminare; con questo sistema si possono ottenere ottimi raccolti grazie alla concimazione naturale. C'è anche l'idea che unisce pascolo, frutteto e ortaggi; si divide un frutteto in sei parcelle con recinzioni, si fanno entrare le capre per alcuni giorni in una parcella, gli animali mangiano l'erba, brucano le piante infestanti e concimano poi si spostano nella parcella successiva mentre nella parcella appena pascolata, tra gli alberi da frutto, si possono piantare ortaggi a crescita rapida che prosperano anche in zone ombreggiate; dopo il raccolto delle verdure si lascia crescere l'erba e il ciclo ricomincia. Non tutti i terreni sono fertili, in alcune zone aride inadatte all'agricoltura possiamo usare l'acquaponica che unisce l'allevamento di pesci alla coltivazione in acqua; per utilizzare questo metodo occorre uno stagno con i pesci, l'acqua del laghetto viene pompata in un letto di argilla dove crescono le piante, le piante assorbono i nutrienti e puliscono l'acqua che poi ritorna limpida allo stagno. Infine la lezione più rivoluzionaria di tutte viene dal giapponese Fukuoka, lui ha avuto il coraggio di infrangere l'antico proverbio italiano che dice: “l'orto vuole l'uomo morto”; quante generazioni di contadini hanno creduto che per mangiare bisogna ammazzarsi di fatica, arare, zappare, concimare, diserbare, annaffiare, una guerra senza fine contro la natura; Fukuoka ha capito che questa guerra la perdiamo sempre così ha proposto la sua agricoltura del non fare, non ci dice cosa fare ma cosa smettere di fare; ecco come funziona: prendiamo un terreno incolto coperto di erbacce non troppo alte, se sono alte vanno falciate con una falciatrice senza strappare le radici; in autunno si stende uno strato di paglia di circa venti centimetri su tutto l'appezzamento in modo che in primavera le erbe infestanti saranno soffocate, ora si mescolano i semi di trifoglio con la sabbia e si spargono sopra la paglia, la pioggia li trascinerà giù a contatto con la terra; per seminare le verdure, ad esempio le zucchine, si preparano delle palline di argilla e terra fertile grandi come biglie, dentro bisogna metterci i semi delle verdure e un po' di semi di trifoglio, si fanno seccare le palline all'ombra poi si mettono sotto la paglia a contatto col terreno, quando pioverà i semi di trifoglio germoglieranno per primi, attraverseranno la paglia e formeranno un tappeto verde, i semi delle verdure germoglieranno dopo ma essendo piante più alte cresceranno senza problemi attraverso il trifoglio; in estate avremo un prato di trifoglio che copre tutto impedendo la crescita delle erbe infestanti e i filari di zucchine che spuntano come torri; in autunno bisogna lasciare le piante secche dove sono e aggiungere dieci centimetri di paglia fresca; l'anno dopo il trifoglio sarà ancora lì, occorre ora preparare nuove palline con semi diversi, ad esempio angurie, senza l’aggiunta del trifoglio, si fanno seccare le palline, si mettono sotto la paglia a contatto col terreno e si aggiunge un altro strato di paglia se necessario in modo che lo spessore non sia inferiore a otto centimetri; col passare degli anni si può evitare di aggiungere paglia e seminare direttamente sotto il trifoglio; il metodo Fukuoka non ha una ricetta unica, ogni luogo, ogni clima, ogni comunità lo adatta alle proprie esigenze. In una città ideale del futuro anche i lavori nei campi dovrebbero cambiare, servono macchinari confortevoli che limitano la fatica umana ma che non ci separano dalla terra; servono trattori di ultima generazione, silenziosi ed elettrici, progettati per essere riparati in loco con pezzi standard e manuali aperti e poi non dovrebbero mancare i robot per la raccolta automatica, ce ne sono di due tipi: i robot selettivi e le grandi macchine per la raccolta di massa; nel primo caso avremo macchinari precisi che usano l'intelligenza artificiale, le telecamere ad alta definizione e i bracci con pinze morbide, questi marchingegni riconoscono il grado di maturazione di fragole, mele, pomodori, uva, kiwi, e li colgono uno a uno senza danneggiarli, sono lenti ma ideali per frutti delicati; riguardo le grandi macchine per la raccolta meccanica di massa possiamo dire che sono più brutali ma efficienti, ideali per colture estensive come piselli, girasoli, olive, mandorle, nocciole, prugne, spinaci, finocchi e insalata; alcune scuotono gli alberi separando i frutti dai rami, altre tagliano le piante e separano il raccolto dal resto. Nell'agricoltura capitalistica ogni azienda compra i propri macchinari, sono costosissimi e restano inutilizzati per trecentosessanta giorni all'anno, un trattore che costa cinquantamila euro viene usato per una settimana e poi resta fermo in un capannone, tutto questo è uno spreco insensato; in futuro dovremmo fare l'opposto, i trattori e i macchinari per la raccolta automatica dovrebbero essere condivisi tra tutte le città di una zona, si dovrebbe stabilire un calendario di utilizzo nei periodi di raccolta e, se necessario, organizzare turni notturni perché i pomodori maturi non aspettano le comodità degli esseri umani. Le mie idee riguardo l'agricoltura del futuro sotto certi aspetti si avvicinano a quelle degli anarchici, come loro credo nella condivisione dei macchinari, nel rifiuto del profitto e nel rispetto della natura ma da loro mi allontano su un punto: molti anarchici, non tutti, diffidano della tecnologia mentre io credo che robot, trattori elettrici ed acquaponica siano strumenti preziosi se condivisi, usati con intelligenza e senza sfruttamento.