La perdita dell'equità e la degenerazione della spiritualità sono due facce della stessa medaglia, due fiumi inquinati che scorrono dalla stessa sorgente: la piramide del dominio; per troppo tempo ci hanno narrato la religione come un balsamo per l'anima quando invece per gran parte della storia umana recente essa è stata uno strumento creato per plasmare burattini obbedienti e funzionali al sistema, ma non è sempre stato così. Se volgiamo lo sguardo indietro verso il Paleolitico e il Neolitico scopriamo un rapporto con il sacro così autentico da sembrare un sogno; in quelle comunità l'uguaglianza non era un'utopia, era la realtà, non esistevano élite, le risorse erano un bene comune e la condivisione era il respiro stesso della collettività; in un simile contesto di orizzontalità la religione non poteva essere uno strumento di omologazione perché mancavano i padroni in terra per forgiare quelli in cielo. Le Divinità di quel tempo non erano spettatori giudicanti e distanti, non erano tiranni celesti pronti a sferrare castighi, erano presenze vicine, energie vitali dotate di coscienza che pulsavano in ogni cosa, nel fuoco, nel vento, negli animali, nel raccolto e nell’essere umano stesso; gli Dei erano compagni di viaggio, non carcerieri e i rituali non erano obblighi dettati dalla paura ma espressioni spontanee di gratitudine verso le Divinità; si danzava per il piacere di danzare, si narravano miti che intrecciavano i nostri passi a quelli degli animali e delle stelle, la spiritualità era una forza unificante, il collante di una comunità libera che rifletteva la sua armonia sociale nel suo rapporto armonioso con il Divino. Poi qualcosa si incrinò, se prendiamo il periodo greco romano già qui la spiritualità aveva subito una certa torsione; se da un lato non era c’era ancora il sistema dogmatico e colpevolizzante che sarebbe venuto dopo, le figure degli Dei furono stravolte, gli Dei non cambiarono nella loro essenza, erano sempre loro ma il loro volto fu sfregiato; le élite, assetate di controllo, compresero che la religione poteva diventare uno strumento al loro servizio, avevano bisogno di una spiritualità che giustificasse l'ingiustizia che avevano creato e così trasformarono gli Dei in versioni celesti di loro stessi: potenti, capricciosi e vendicativi; instillarono l'idea che il rapporto con il Divino fosse gerarchico e basato sull'obbedienza rituale, chi si sottraeva dalla partecipazione ai riti non era un libero pensatore, era un traditore; la religione, un tempo fonte di ispirazione e di sviluppo personale e collettivo era già diventata una catena invisibile anche se non ancora del tutto serrata. Ma la fiamma della vera spiritualità non si spense, nel periodo greco romano molti rifiutarono la visione distorta della religione tradizionale; filosofi come Epicuro, Lucrezio e Plinio sbeffeggiavano l'idea di Dei interventisti e punitivi proponendo una spiritualità basata sulla serenità interiore e sulla liberazione dalle paure; accanto a loro prosperarono i sentieri di alcuni culti misterici come quelli di Dioniso che non erano ritrovi per ubriaconi come molti pensano ma luoghi dove veniva offerta agli iniziati un'esperienza trasformativa di se stessi, un percorso di crescita interiore che sfuggiva al controllo dei potenti, erano voci di resistenza, baluardi contro l'appiattimento spirituale. Poi arrivò il colpo di grazia: l’avvento del cristianesimo come culto di stato; con il monoteismo la spiritualità fu definitivamente monopolizzata e messa in catene, il pluralismo vitale del paganesimo fu schiacciato sotto il tallone di un unico Dio onnipotente e legislatore; non più forze immanenti ma un sovrano trascendente, le sue leggi si sovrapposero a quelle umane santificando l'ordine costituito; la paura dell'inferno e la lusinga del paradiso divennero i perfetti strumenti di controllo sociale, non è un caso che le virtù imposte da questo nuovo sistema fossero l'obbedienza, l'umiltà, la rassegnazione, la sottomissione e la sofferenza; il loro scopo era palese: forgiare schiavi devoti, perfetti ingranaggi per una macchina sociale piramidale; la spiritualità autentica, quella che libera, era apparentemente morta e al suo posto sorgeva un apparato di oppressione psicologica e sociale. Eppure questa degenerazione non è un destino ineluttabile, se guardiamo le società dei Nativi Americani prima del genocidio europeo vediamo comunità egalitarie dove il potere era orizzontale e basato sul consenso; qui la Divinità conosciuta come Grande Spirito o Grande Mistero non è mai diventata un mostro giudicante, ci chiediamo perché questa trasformazione non è mai avvenuta? Sicuramente perché non esisteva un monarca assoluto in terra che avesse bisogno del suo corrispettivo in cielo, in una società senza classi dominanti non c'è nessuno che abbia l'interesse o il potere di sfregiare il volto del Divino, la spiritualità rimane una presenza immanente, un legame di armonia con tutto il vivente. La conclusione è che la degenerazione della religione non è una questione teologica, è una questione di potere; dove regnano l'uguaglianza e l'armonia la spiritualità conserva la sua purezza originaria mentre dove si erge la piramide del dominio essa viene distorta, imbruttita e messa al servizio degli oppressori. Sfregiare il volto degli Dei per rendere schiavi gli esseri umani e seminare afflizione è il peggiore dei sacrilegi mentre strappare via queste catene dentro di noi e nella società e far si che le energie Divine tornino a fluire liberamente anche nell’essere umano è il miglior modo per venerare gli Dei, è il ritorno al fuoco sacro della religione originale, è la riconquista di una spiritualità che non chiede obbedienza ma offre #libertà.