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LA FENICE GRIGIA (RACCONTO FANTASY)

LA FENICE GRIGIA  (RACCONTO FANTASY)

La stanza è illuminata da due candele sul comodino, una rossa e l’altra bianca, il fumo dell'incenso disegna spirali nell’aria, alcune somigliano ad un drago, altre al Dio, altre ancora alla Dea; mi chiamo Roberto Fumagalli ma il mio nome magico è Kael, sono uno sciamano che vive in un monolocale di pochi metri quadrati alla periferia di Milano e per questa sera ho in programma un bel viaggio, non al mare ma in un altra dimensione. Mi sdraio sul mio materasso gonfiabile, chiudo gli occhi, osservo i miei pensieri, poco per volta riesco a creare il vuoto nella mia testa, respiro sempre più lentamente, sento che il pavimento si allontana e il mio corpo di luce staccarsi da quello fisico; guardo le mie mani, poi le mie gambe, il mio corpo sottile sembra una fiammella azzurra con un aura gialla attorno, osservo il mio corpo fisico laggiù sul letto; ad un tratto nell’aria della stanza appare una crepa, come se qualcuno avesse bucato il tessuto del mondo, la crepa si allarga, diventa un portale, i suoi bordi brillano di un viola che non esiste nei colori che conosciamo, lo attraverso. Dall’altra parte del portale vedo il mio tempio astrale, è simile ad un trullo, come al solito ad aspettarmi davanti all’ingresso c’è lui, la mia guida spirituale, è l’Unicorno ma non quello delle favole, lui è fatto di luce che cambia in continuazione, rosso, verde, giallo, blu, i colori gli scivolano addosso come acqua, la sua criniera è un arcobaleno che non sta fermo. “Sei arrivato” dice “Guarda.” Al centro del tempio c’è un grande specchio nero che mi mostra un edificio grigio, basso, con poche piccole finestre, al suo interno ci sono centinaia di persone, uomini, donne e bambini con catene ai polsi e alle caviglie eppure nessuno cerca di scappare, nessuno si lamenta, sembrano tranquilli. “Vado a liberarli” dico. L’Unicorno non mi ferma, aggiunge solo: “Vengo con te.” Attraverso lo specchio e raggiungo lo stanzone; i muri sono ricoperti di muffa, l'aria è pesante, fa freddo, un freddo che ti entra nelle ossa, in mezzo ad un mucchio di scatoloni si sente il rumore dei topi che si muovono; trasferisco parte dell’energia del mio copro di luce verso il centro del palmo della mia mano destra, man mano che tocco le catene si rompono come se fossero state tagliate da una trancia. “Andate, siete liberi”, affermo. Per alcuni secondi il silenzio regna nella stanza poi una donna con gli occhi stanchi e spenti mi guarda come se avessi bestemmiato. “Perché ci hai tolto le catene?” mi chiede. Un uomo si avvicina arrabbiato. “Adesso come facciamo? Chi ci dà da mangiare?” Una bambina si nasconde dietro la gonna della madre e sussurra: “L'uomo d'oro si arrabbierà”. “L'uomo d'oro?” chiedo. “È buono” dice un anziano della stanza. “Lui ci protegge, ci dà tutto, lavoriamo dalla mattina alla sera ma lui ci dà un giaciglio e una ciotola di minestra, è sempre stato così, mio padre lavorava qui e anche il padre di mio padre, l'uomo d'oro ha un corpo d'oro e diamanti, è superiore e noi siamo contenti così.” Io dico: “Ma vi rendete conto che questo uomo d’oro vi costringe a vivere in schiavitù”. “Tu sei un bugiardo, noi non siamo schiavi, siamo persone libere” urla un uomo alto e robusto. Esco un attimo dall'edificio per respirare un po' di aria fresca ma sento solo un amaro odore di bruciato, un vento gelido che pare un rasoio sfiora il mio viso, il paesaggio è tutto sbiadito, il cielo non è cielo, è una cicatrice viola e rossa, il Sole è un cerchio spento, gli alberi sono neri e senza foglie, un fiume color porpora sembra scorrere a fatica, il silenzio avvolge quel luogo poi all’improvviso sento un un corvo che gracchia, poi un altro e un altro ancora; guardando le mie mani penso: e se avessi sbagliato? E se loro hanno il diritto di non essere liberi? La libertà se la imponi non è più libertà; l'Unicorno mi guarda come se avesse letto nella mia testa, si avvicina a me e sussurra: “Ti sei chiesto se quelle persone vogliono essere schiave, non è così Kael, immagina un pesce nato in una vaschetta, non sa che esiste l’oceano, se lo getti in mare all'inizio si agita e si arrabbia ma non perché ama la vaschetta, perché non ha mai visto l'oceano; quelle persone sono nate lì, i loro padri e i loro avi erano lì, hanno sempre sentito dire che l'uomo d'oro è buono, loro non conoscono alternative, mostra loro un mondo diverso e la maggior parte sceglierà quello.” Ad un tratto percepisco una presenza nell’aria, un'energia negativa enorme, il mio cuore diviene improvvisamente freddo, sento i brividi su tutta la pelle e le mie mani iniziano a tremare, con i miei occhi di luce la vedo, è una Fenice, ma non quella gialla e rossa della rinascita, questa è grigia, le sue ali sono ragnatele di fumo scuro e dal suo petto escono tanti tentacoli sottili che entrano nelle teste degli schiavi che ho appena visto e in quelle di altri schiavi rinchiusi negli edifici circostanti; l’Unicorno mi guarda. “Non possiamo batterla, è troppo potente.” Poi si avvicina a me e continua: “Hai tolto le catene ai polsi e alle caviglie di quelle persone ma non quelle alla testa, perché non rientriamo nello stanzone e tentiamo di liberare la loro mente con le parole, proviamoci.” Io affermo perplesso: “E con quella specie di grossa sanguisuga cosa facciamo?” L’Unicorno borbotta: “Non ne ho idea.” Io e l'Unicorno rientriamo nell'edificio, lui parla per primo con voce calma: “Non siamo qui per imporvi niente, solo per parlare”, la mia guida propone un discorso semplice ma significativo: “Voi allevate polli per l'uomo d'oro giusto? Quei polli non sanno di essere in un pollaio, pensano che il mondo sia quello, se li portate nel frutteto all'inizio avrebbero paura ma poi vivrebbero meglio; voi siete quei polli."; Una donna alza la testa: "E come dovremmo vivere? L'uomo d'oro è superiore, se disobbediamo ci punisce."; Sentendo queste parole mi faccio avanti, non grido ma la mia voce è ferma: "L'uomo d'oro non è superiore, vi hanno insegnato una bugia, l'oro non rende nessuno più saggio e i diamanti non rendono nessuno più buono, il suo potere non sta nell'oro ma nella paura che lui vi ha messo in testa, toglietegli quella paura e lui cade."; L’Unicorno riprende a parlare, ora la sua aura brilla di arancione mentre mille colori radianti attraversano il suo corpo. "Provate a immaginare una società giusta dove ognuno ha ciò che gli serve, ne di più ne di meno e dà ciò che può, questo concetto si chiama equità."; Un anziano urla: "Equità? Bella parola, alla mia età l'uomo d'oro mi costringe a lavorare come un ventenne!" Con l’entusiasmo nel cuore cerco di far capire a queste persone il significato della parola libertà. "Poco fa qualcuno mi ha detto che siete liberi, liberi con le catene ai polsi?" Alcune voci mi interrompono. “Certo che siamo liberi!” Guardo negli occhi le persone presenti e riprendo il discorso. "Libertà è alzarti la mattina e decidere tu cosa fare non perché qualcuno te lo comanda, non perché hai paura ma perché lo vuoi tu, libertà è dire di no, è anche dire di sì ma un sì che viene da dentro, non un sì che ti hanno messo in bocca, libertà è sbagliare senza essere punito, è riposare quando sei stanco."; Per alcuni istanti il silenzio avvolge lo stanzone poi qualcuno dice: "Ma allora posso fare tutto ciò che voglio?” A questa domanda rispondo senza arrabbiarmi: "No, la tua libertà finisce dove inizia quella di un altro, puoi fare tutto purché non renda un altro meno libero di te, questo è il limite."; Io e l’Unicorno continuiamo a parlare poi ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, lo vedo nei loro occhi, quell'uomo che prima mi urlava contro ora ha lo sguardo diverso, come se stesse guardando qualcosa che non aveva mai visto prima, la donna dagli occhi spenti stringe i pugni, un ragazzo si morde il labbro; non è rabbia, è l'energia che il Dio Prometeo dona a tutti, anche ai più stanchi, anche ai più spaventati, è la forza che ci spinge ad opporci agli oppressori, ai prepotenti e vivere una vita vera, la sento crescere dentro di loro come un fuoco che divampa; dal centro di quella volontà collettiva vedo formarsi una figura, ai miei occhi appare come Prometeo con in pugno una spada di roccia e fuoco ma so che non è Lui, so che gli Dei non scendono dal cielo per aiutarci, sono gli schiavi che hanno generato quella figura con la loro decisione di seguire il sentiero della liberà, la forma energetica si scaglia contro la Fenice grigia, nel cielo viola appaiono dei lampi accompagnati da tuoni che si fanno man mano più frequenti, il mio corpo inizia a tremare, mi metto le dita nelle orecchie per non sentire quel rumore assordante ma la paura mi avvolge come una mano fredda; la Fenice combatte, lancia i suoi tentacoli, cerca di avvolgere l’avversario, di soffocarlo, uno gli sfiora la testa, un altro gli si attorciglia al polso che impugna la spada, la coda appuntita della bestia fende l'aria come un pugnale ma ogni tentacolo che tocca quella figura brucia, si sbriciola, questo perché la rassegnazione non può toccare chi ha deciso di essere libero; alla fine l'energia di Prometeo alza la spada e la pianta nel cuore della Fenice grigia, la bestia si sgonfia come una vela senza vento, come una menzogna a cui nessuno crede più, i suoi tentacoli cadono a terra e si trasformano in polvere; resto a guardare il punto dove un attimo prima c'era lei, il silenzio è totale, ora che quella sanguisuga non c’è più mi sento come se qualcuno mi avesse tolto un grosso peso dalle spalle. Pochi istanti dopo si sente un rumore metallico, appare una figura simile ad un sarcofago egizio che fluttua per aria, è tutto d'oro massiccio tempestato di diamanti. “Oh l’uomo d’oro, ora ci punirà”, sussurrano alcuni affacciandosi alla porta dello stanzone; le gambe di uomini, donne e bambini iniziano a tremare ma ciò che appare come Prometeo tira fuori un sacchetto di cuoio, lo apre e ne estrae una polvere iridescente. “Me l’ha regalata la maga Circe e serve per smascherare gli impostori”, dice. Poi sparge la polvere sul sarcofago, subito la polvere si trasforma in un fumo dei colori dell’arcobaleno e il sarcofago si apre in due, dentro non c'è un Dio, non c’è un essere superiore, c'è un omino piccolo, scarno, calvo, ora sono le sue gambe a tremare, ha la paura negli occhi; l’uomo d’oro è un uomo, solo un uomo che ha indossato una maschera bellissima tanto a lungo da credersi superiore lui per primo, gli schiavi lo guardano, qualcuno ride, qualcuno piange, una donna dice: “Era solo un uomo, abbiamo passato la vita ad obbedire a questo.” La notizia viaggia veloce, edificio dopo edificio i sarcofagi si aprono e dentro non ci trovano niente di eccezionale, solo uomini; ora il sentiero della libertà è aperto. Il cielo diviene di un azzurro cristallino, il Sole si accende, dagli alberi spuntano foglie verdi, i fiumi diventano limpidi e nei prati spuntano fiorellini rossi, gialli e blu; nel cielo appare una nuova fenice, è gialla e arancione, svolazza in alto e dal suo becco si diffonde un suono melodioso, è la rinascita; adesso qualcuno è spaventato. “Come facciamo da soli?” chiede un ragazzo. “Chi ci dice cosa fare?” La risposta gliela danno gli altri, si riuniscono, spartiscono i patrimoni degli uomini d'oro e si organizzano in piccole comunità senza capi, ognuno fa quello che sa fare, chi sa coltivare coltiva, chi sa costruire costruisce, chi sa lavorare il legno crea mobili, non è un mondo perfetto ma ora c’è la libertà. Io e l'Unicorno passeggiamo su un prato, entriamo in un vecchio rudere dalla forma frattale, alcune incisioni sulle pareti e dei vecchi libri attirano la nostra attenzione, sono scritti in una lingua che io non so leggere ma la mia guida si, dicono che un tempo lì la libertà e l'equità regnavano, che l'equità era la forza ma poi lentamente qualcuno ha cominciato a tenere di più per sé e con il passare delle ere il divario è diventato voragine e la voragine divora; quei testi dicono anche che la libertà non muore tutta in una volta, muore una parola alla volta, ogni volta che diciamo che un uomo è superiore, che ha il diritto di imporre la sua legge, che ha il diritto di ricoprirsi d’oro e di diamanti; l’Unicorno ed io mostriamo gli antichi libri agli abitanti, li leggono in silenzio poi ci guardano e ci fanno una promessa, ci promettono che nei prossimi mesi innalzeranno numerosi totem di pietra, la pietra più dura che c’è in quella dimensione, su quei totem verranno incise delle frasi dedicate ai posteri perché quella storia non si ripeta più. Prima di andarmene chiedo alla mia guida: “Ma la Fenice grigia chi l'ha creata, da dove è venuta secondo te?” L'Unicorno cammina accanto a me. “È stata creata e nutrita da loro stessi, ogni volta che dicevano che è sempre stato così, ogni volta che chiamavano buono chi li sfruttava lei si gonfiava; può sembrare assurdo ma gli oppressori, i prepotenti, non esistono senza il consenso della maggior parte degli oppressi anche quando il consenso è paura o abitudine". Faccio per parlare ma lui continua: “E la nuova fenice ti stai chiedendo? È nata dai pensieri degli abitanti di questa dimensione nel momento esatto in cui hanno smesso di accontentarsi del piatto di minestra e di uno squallido giaciglio in cambio di quattordici ore di lavoro e hanno deciso di volere una vita vera.” Ora devo tornare nel mio mondo, saluto gli abitanti di questa dimensione, l’Unicorno fa uscire un fascio di energia dal suo corno, si apre un portale, lo attraverso e mi ritrovo nel mio tempio astrale poi, non so come, mi risveglio nel mio letto; le lunghe candele sul comodino, quelle dedicate al Dio e alla Dea, sono ormai spente, non so quanto tempo è passato ma ho la sensazione che questo viaggio mi ha cambiato; inizio a pensare che anche in alcune nazioni della mia dimensione ci sono gli uomini d'oro, sono uomini che sfruttano gli operai facendoli lavorare quattordici ore al giorno, nei magazzini di Amazon i dipendenti non possono andare in bagno senza chiedere il permesso, il caporalato nelle aziende agricole e nelle imprese edili è la norma e l'alternanza scuola lavoro è sfruttamento, in alcuni stati succede questo ed altro; queste persone sono incatenate con catene invisibili fatte di paura e rassegnazione ma sono sempre catene, sono catene che ti dicono: "O fai tre ore di straordinari in nero per quattro dollari o finisci sotto un ponte.";; forse in quel viaggio ho visto ciò che succede in alcune nazioni del mio mondo senza maschere. Mi alzo dal letto, fuori è ancora buio, penso che se la prossima estate andrò in vacanza in Bangladesh o da qualche altra parte passerò davanti ad una fabbrica e dirò a qualcuno che esce: "Scusa, hai mai sentito parlare di equità e di libertà?" Passano i giorni e mi arrangio vivendo alla giornata con qualche lavoretto saltuario poi arriva la chiamata per presentarmi ad un colloquio di lavoro, cercano un camionista, anche se sono laureato mi andrebbe bene lo stesso. Sono qui nell’ufficio dell’azienda, entra il proprietario, legge il mio curriculum e mi fa le solite domande, sembra che tutto sta andando bene poi alla fine mi dice: “Per questa mansione abbiamo bisogno di una persona un pochino flessibile, qualcuno che si adatta, diciamo che abbiamo bisogno di un camionista disposto a lavorare otto ore al giorno più quattro in nero pagato a tre euro all’ora.” Alzo il mio sedere dalla sedia e dico: "Lei è uno sfruttatore."; Esco fuori, c’è un bel Sole caldo, non so se ho fatto bene ma per la prima volta ho rinunciato ad uno pseudo lavoro senza paura.

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Alessandro Romano: “Noi soli e voi lontani”

Alessandro Romano: “Noi soli e voi lontani”

Il nuovo singolo del cantautore pugliese, un brano dedicato ai legami che restano, anche quando le persone non ci sono più “Noi soli e voi lontani” è il nuovo singolo di Alessandro Romano, un brano nato dal bisogno di custodire la memoria delle persone care e di dare voce a ciò che rimane quando la vita separa. La canzone nasce come dedica ai nonni dell’artista, ma si apre naturalmente a chiunque abbia vissuto un’assenza che continua a farsi sentire. È un racconto che attraversa il ricordo, la gratitudine e quella forma di amore che continua anche quando non può più essere condivisa nel quotidiano. Il brano mette al centro l’idea che il tempo passato insieme non si perde, ma diventa un luogo interiore in cui tornare. Romano costruisce una narrazione semplice e diretta, che parla di affetto, di insegnamenti ricevuti e di quella presenza che continua a esistere anche quando non è più fisica. La produzione accompagna il testo con un tono raccolto, lasciando spazio alla voce e alla sua intenzione emotiva. La canzone si muove con delicatezza, come un gesto rivolto a chi non può più ascoltare ma continua a essere parte della propria storia. Alessandro Romano è un cantautore di Ruvo di Puglia (BA). Fin da un ragazzo coltiva la passione per il canto, che affina studiando con la vocal coach Gabriella Scalise. La sua forte ambizione è alimentata dai concorsi e festival canori a cui partecipa e dal buon riscontro ottenuto dalla sua rivisitazione di “Tu non mi basti mai” di Lucio Dalla. Sviluppa così una sensibilità cantautorale che lo porterà all’inedito “Nel cielo un amor perduto” scritto nel 2018 con Enzo De Vito, che realizza anche il videoclip. “La fotografia” è il suo secondo singolo autoprodotto seguito da “Il tuo cuore di plastica” e “Senza te”, pubblicati sui digital store e promossi in radio. L’8 maggio 2026 esce il nuovo brano “Noi soli e voi lontani”.

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RESTRINGIMENTI

Spesso leggiamo per distrarci da pensieri e riflessioni e conclusioni amare. Contrariamente a quello che si pensa sitiamo tornando indietro su più fronti e in vari campi. Siamo assaliti da mille cambiamenti ma tutti in peggio. Dovremo essere come cittadini furibondi ma facciamo sempre finta di nulla. Certo ci sono soluzioni che danno ai nervi per la facilità come sono state prese a danno di onesti cittadini. Molti sono visibilmente irritati. Dallo stato di grazia siamo caduti nel fango. Il clima in certi casi è invelenito, ma non si va oltre le parole di sdegno. Intorno a noi tutto si corrompe, assume una connotazione diversa. Si cade nella apatia. Molte questioni sono spine nel fianco, pungiglioni dolorosi. Anche divertirsi costa fatica per i servizi scadenti, per i messi scarsi. Siamo assediati da mutamenti che sono regressioni. Sembra che si provi un gusto spietato a mettere in crisi il cittadino comune costretto a vivere giorni atroci. Si tolgono diritti acquisiti, traguardi raggiunti. Ci sono sottili cambiamenti che sono invece pregiudizievoli per la popolazione. La gente accoglie tutto muta e impassibile pur provando amarezza per quieto vivere. Siamo un popolo passivo per definizione. Certi mutamenti oltrepassano la decenza. Ad esempio ci addolora la fine definitiva della posta prioritaria. Ci tolgono il gusto della posta celere, e ci si deve affidare solo alla lenta posta ordinaria. I colpi vengono sferrati per ferire in modo sadico. Alcuni mutamenti sono fatti a caso senza logica. In alcuni punti sono sparite le pensiline per gli autobus lasciando di sasso gli utenti. Lentamente ci tolgono le cose importanti essenziali. Il cotral ha ridotto le sue corse lasciando alcuni paesi sprovvisti di collegamenti con la capitale. Si può provare solo rabbia. Alcuni mercati rionali, pompe di benzina sono sparite lasciando senza servizi i cittadini specie anziani che sono spaesati. Molte poste, banche sono state chiuse come scuole e ospedali. Nelle città si respira il vuoto. Ci sono involuzioni più che rinnovamenti e rivoluzioni. Le cose semplice sono state complicate. I cittadini sono statti presi dallo sconforto. Anche le canzoni premiate al festival europeo denotano questi continui scippi e restringimenti. Hanno vinto tormentoni che possono durare una stagione. Il bel canto è stato messo da parte, quasi punito. Ci hanno privato della bella musica che per fortuna lei vince il tempo e le epoche mentre i tormentoni durano poco. Qualcosa comunque ci viene tolto ogni giorno come cittadini. Possiamo solo provare nostalgia per il passato più sensibile alle esigenze dei cittadini. Alcuni notano con sconforto la soppressione di alcuni punti taxi, di alcuni mezzi pubblici. L’angoscia ci fa invocare il passato. Siamo condannati al tracollo assorbiti nel dolore delle perdite. La voglia è quella di avere certi servizi che sono spariti e che non sono stati sostituiti. Restiamo orfani di molte funzioni e servizi e forse in futuro ci saranno altri tagli. Il disprezzo, il fastidio non servono a nulla. Il sogno era quello di un progresso senza fine, ma si è infranto. Possiamo solo provare commiserazione. Ci siamo autopuniti. Per ridare sollievo e vitalità bisognerebbe tornare a garantire certi servizi facendoli riapparire in modo stupefacente. I miracoli non accadono con tanta baldanza. Restiamo tenacemente ancorati al nostro territorio che ogni giorno perde pezzi importanti. Rievochiamo il passato con nostalgia e suggestione per alleviare il senso di perdita che ci attanaglia.

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Questo non è il mio Paese

Questo non è il mio Paese

MONOLOGO INTERIORE DI ANTONIO MARSICO Non so più se sto guardando un Paese o la sua caricatura. Mi siedo, scorro le liste dei candidati alle comunali… e mi viene da ridere. Una risata amara, di quelle che ti graffiano la gola. Nomi mai sentiti, facce spuntate dal nulla, curriculum che sembrano scritti durante la pausa caffè. E io penso: ma davvero? Davvero basta presentarsi per governare una città? Mi sembra di assistere a un casting, non a un’elezione. La politica ridotta a un modulo da compilare, a un “perché no?”, a un “ci provo”. E intanto io qui, a chiedermi quando abbiamo deciso che l’improvvisazione fosse una virtù. Mi massaggio le tempie. Sento la pressione salire, come ogni volta che mi illudo che le cose possano ancora sorprendermi in meglio. E invece no. Arriva l’ultima trovata: l’Anta Virus. Un nome che sembra inventato da uno sceneggiatore annoiato. Prima il Corona, ora questo. Ogni volta una sigla nuova, un allarme nuovo, un motivo nuovo per tenerci in bilico tra paura e rassegnazione. E io penso: ma davvero ci credono così ingenui? O peggio: siamo diventati davvero così ingenui? Mi scappa un sospiro, uno di quelli che pesano più di mille parole. Non è che non credo alla scienza. È che non credo più a chi la usa come scudo, come paravento, come telecomando per le nostre emozioni. Poi vado al supermercato. E lì mi si spezza qualcosa. Carne estera ovunque. Prezzi bassi, etichette vaghe, provenienze che sembrano scritte apposta per non dire niente. E la carne italiana? Quella buona, quella vera, quella che ha un nome, una storia, una dignità? Messa in un angolo, come un ricordo che non serve più. E come se non bastasse, adesso c’è pure il falso Made in Italy. Carni che arrivano dall’estero, lavorate chissà come, e poi magicamente etichettate come italiane. Una truffa bella e buona, che ha fatto esplodere allevatori e agricoltori. Li capisco. Li vedo in strada, esasperati, con le mani che sanno lavorare e gli occhi pieni di una rabbia che non è solo loro: è di tutti noi. Perché non è solo una questione di carne. È una questione di identità, di rispetto, di verità. E io penso: ma davvero siamo arrivati al punto di dover difendere perfino il nostro nome? Mi viene un nodo allo stomaco. Non per la carne. Per quello che rappresenta: la resa. La resa totale al “basta che costi poco”. La resa al ribasso, alla mediocrità, al “tanto è uguale”. La resa a un sistema che ti vende l’illusione del risparmio mentre ti toglie tutto il resto. Mi guardo intorno e vedo un Paese che si è abituato a tutto. A stipendi che non bastano. A servizi che non funzionano. A decisioni prese da gente che vive in un’altra dimensione. A emergenze che spuntano come funghi. A prodotti che arrivano da chissà dove. A candidati che non hanno mai amministrato neanche la loro agenda. A un falso Made in Italy che ci ruba perfino l’orgoglio. E mi chiedo: quando abbiamo smesso di indignarci? Quando abbiamo deciso che lamentarsi era inutile, che pretendere era un lusso, che alzare la testa era da maleducati? Mi permetto di fare un paragone: Gli anni ’70 e ’80 da una parte, l’oggi dall’altra. Due epoche che non si guardano: si giudicano. Da una parte chi sapeva fare. Dall’altra chi improvvisa. Da una parte chi costruiva. Dall’altra chi taglia. Da una parte chi viveva. Dall’altra chi sopravvive. E allora mi dico che forse è questo il punto. Non è la politica. Non è l’Anta Virus. Non è la carne estera. Non è nemmeno il falso Made in Italy. È la normalità che abbiamo accettato. Una normalità che non ha niente di normale. Mi alzo, sbatto il pugno sul tavolo. Non per rabbia. Per svegliarmi. Per ricordarmi che non voglio far parte di questo grande sonno collettivo. E la domanda mi torna addosso, più pesante di tutte le altre: quando abbiamo deciso che accontentarci era sufficiente? Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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La gelosia non divide monogami e coppie aperte: la differenza la fanno gli accordi

La gelosia non divide monogami e coppie aperte: la differenza la fanno gli accordi

Secondo i dati diffusi da Wyylde, la gelosia non dipende dal modello relazionale, ma dalla qualità della comunicazione e degli accordi di coppia. Nelle relazioni non monogame la gelosia non scompare. Cambia forma. È questo uno dei principali insight emersi dall’analisi condotta da Wyylde, il social network più autorevole dedicato alla libertà sessuale, che mette in discussione l’idea che la libertà affettiva coincida con l’assenza di emozioni complesse. Secondo i dati raccolti, il 68% degli utenti dichiara di aver provato gelosia anche all’interno di relazioni aperte. Non si tratta però di una tensione legata al possesso, bensì una forma più sottile, fatta di confronto. Il punto, secondo il social network, non è più “lui o lei mi tradisce”, ma chi è l’altro, cosa prova, quanto spazio emotivo occupa. Tra le situazioni più frequenti emergono il confronto con altri partner sul piano estetico e sessuale, la percezione di legami inattesi e la gestione del tempo e dell’attenzione nella coppia. Un elemento particolarmente significativo riguarda la trasparenza: oltre il 55% degli utenti afferma che sapere troppi dettagli sulle esperienze del partner può aumentare il disagio invece di ridurlo, evidenziando il delicato equilibrio tra informazione e protezione emotiva. La gelosia non dipende dal tipo di relazione Le ricerche più recenti sul tema confermano che la gelosia non è necessariamente più intensa nelle relazioni non monogame rispetto a quelle monogame. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Sexes, condotto dai ricercatori dell’Università di Oviedo, ha analizzato un campione di 210 adulti in Spagna, confrontando relazioni monogame e non monogame consensuali (CNM). I risultati mostrano che non emergono differenze significative nei livelli di gelosia tra i due gruppi, mentre le persone in CNM riportano maggiore consenso relazionale, maggiore desiderio sessuale diadico e una più alta capacità di negoziazione nei conflitti. Una meta-analisi internazionale che ha aggregato 35 studi per oltre 24.000 partecipanti conferma lo stesso quadro: non esistono differenze significative nella soddisfazione relazionale tra i modelli, e i fattori davvero determinanti sono comunicazione, chiarezza degli accordi e connessione emotiva. In altre parole: non è la forma della relazione a determinare la gelosia, ma la qualità del legame. Se la gelosia non dipende dal tipo di relazione ma da come la coppia comunica e si ascolta, la differenza sta nella quotidianità: piccoli accordi, equilibri che cambiano e capacità di adattarsi senza perdersi. Da qui nasce un vademecum relazionale promosso da Wyylde, un modo più consapevole di abitare libertà, confini ed emozioni. Come vivere le relazioni aperte e gestire la gelosia nella vita quotidiana Nelle relazioni aperte l’equilibrio non nasce dall’assenza di regole, ma da regole vive, condivise e rinegoziabili nel tempo. I confini non sono controllo, ma sicurezza condivisa: chiarire quali relazioni esterne sono compatibili e come integrarle nella vita quotidiana aiuta a evitare ambiguità. Anche la gestione pratica degli incontri ha un peso emotivo: sapere quando ci si vede, come ci si racconta e cosa resta fuori dalla coppia sostiene stabilità e continuità. Centrale è la condivisione: quanto dire, cosa trattenere, come proteggere l’intimità senza creare distanza. Infine, il tempo insieme: mantenere rituali di coppia, anche minimi, aiuta a non perdere il centro emotivo del legame. Gelosia: da emozione scomoda a segnale utile La gelosia, in questo contesto, non viene eliminata ma riletta. Non è un errore del sistema, ma un segnale che indica bisogni di sicurezza, riconoscimento o paura di perdita. Alcune coppie iscritte a Wyylde raccontano come questo cambio di prospettiva abbia trasformato il loro modo di vivere le emozioni: “Non abbiamo smesso di essere gelosi, abbiamo imparato a dircelo.” Nel dibattito contemporaneo sulle relazioni non monogame anche figure pubbliche come Will Smith e Jada Pinkett Smith, così come Mo'Nique e Sidney Hicks, hanno contribuito a rendere visibile un elemento ricorrente: la relazione si regge sulla negoziazione continua, non sulla staticità dei confini. Fiducia: la vera struttura delle relazioni aperte Le esperienze più stabili mostrano che la fiducia non nasce dall’assenza di altri legami, ma dalla coerenza tra accordi e comportamenti. Quando funziona, la relazione aperta non riduce l’intimità, ma la ridefinisce: a volte la complicità aumenta, perché tutto diventa più esplicito, consapevole e condiviso. In questo confronto emerge un punto centrale: conta più come la coppia comunica che il tipo di relazione scelto. Dove invece mancano chiarezza e ascolto, possono emergere ansia, controllo e insicurezza emotiva. Monogamia, relazioni aperte e forme ibride non sono gerarchie affettive, ma modi diversi di vivere la stessa cosa: la gestione dell’intimità. All’interno della community di Wyylde ricorre spesso la stessa consapevolezza: non è il tipo di relazione a fare la differenza, ma la capacità di costruire accordi chiari e sostenibili nel tempo. Secondo quanto emerge dalle testimonianze degli iscritti alla community, alcune coppie definiscono insieme cosa condividere dopo un incontro esterno, altre si concedono momenti strutturati di confronto emotivo per rielaborare ciò che è stato vissuto. C’è anche chi sottolinea come diventi centrale la gestione del tempo di coppia, attraverso rituali e spazi dedicati che mantengono stabile il legame principale. Wyylde Wyylde è una community internazionale pensata per la condivisione di contenuti sul tema della sessualità, che fa parte del gruppo francese Koala Interactive. Nata in Francia nel 2004, conta oggi oltre 7 milioni di utenti tra Francia, Spagna e Germania, 20 mila in Italia e una media di 700 mila visite giornaliere in tutta Europa. Da 10 anni Wyylde è leader del mercato in Francia, grazie alla priorità data alla sicurezza e alla privacy, nonché a supporto di importanti campagne di comunicazione multicanale che hanno contribuito alla notorietà del servizio. Nel tempo la piattaforma è diventata un vero e proprio social network, con l’obiettivo di seguire e cavalcare le nuove tendenze e le abitudini sessuali sempre in continua evoluzione, preservando allo stesso tempo la sicurezza e la riservatezza degli utenti. Wyylde è in grado di proporre esperienze sempre migliori grazie alla consulenza di esperti e alla creazione di uno spazio per conoscere nuove persone, sperimentare nuove pratiche, trovare nuovi partner o semplicemente scambiarsi opinioni, in un contesto aperto, mentalmente libero, rispettoso e non giudicante.

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Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

Relazioni diplomatiche tra Ungheria e Italia

È stato un momento di grande valore culturale e diplomatico, che ha rafforzato i legami tra Italia e Ungheria quanto è emerso nel corso del convegno che si è svolto presso la prestigiosa sede dell’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika” di Budapest. Il seminario, organizzato dall’Associazione “Dante Alighieri” della capitale magiara, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia di Budapest, l’Istituto Italiano di Cultura di Budapest e l’Università Nazionale del Servizio Pubblico “Ludovika”. La giornata si è aperta con i saluti ufficiali di Pier Paolo Pigozzi, Vice Rettore dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika”, dell’Ambasciatore d’Italia in Ungheria S.E. Giuseppe Scognamiglio, di Edit Császi, Presidente dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest e di Roberto Massucco, Presidente di Confindustria Ungheria. La moderazione dei lavori è stata affidata alla Prof.ssa Anna Molnár, Capodipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università Nazionale per il Servizio Pubblico “Ludovika” e segretario dell’Associazione “Dante Alighieri” di Budapest.Tredici relatori provenienti da istituzioni accademiche e culturali italiane e ungheresi si sono alternati nel corso delle due sessioni tenutosi nell’importante location culturale, affrontando temi che spaziano dalla diplomazia rinascimentale alla cooperazione culturale contemporanea, tra i quali Gianni Aiello, Presidente del Circolo Culturale “L’Agorà” e del Centro studi italo-ungherese “Árpád”, che ha trattato il tema “Echi rivoluzionari nei carteggi archivistici 1956-2026”. L’intervenuto, nel corso del suo intervento, supportato da slide documentali, ha analizzato svariati documenti del periodo storico in argomento, illustrando all’uditorio della capitale magiara i risultati delle predette ricerche archivistiche che peraltro sono in continuo aggiornamento. Nel corso della conferenza sono emerse diverse cifre a riguardo la tradizione e l’evoluzione dei rapporti secolari tra i due Paesi seguendo un approccio multidisciplinare che ha toccato temi come la storia, la diplomazia, l’economia e la cultura. LINK VIDEO

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Una storia finita, una mente ancora intrappolata: Sopr4Tonica pubblicano “La visione di un momento”

Una storia finita, una mente ancora intrappolata: Sopr4Tonica pubblicano “La visione di un momento”

Una storia che diventa così instabile da alterare il modo in cui percepisci il tempo, la libertà e te stesso. Poi, l’irruzione di un suono, quello di una crepa che si allarga, mentre il graffio vocale di Mafalda Belli diventa l’unico strumento utile per mappare un labirinto mentale fatto di ricordi che non vogliono sbiadire. Nasce così “La visione di un momento” (Milano Music Play per Sony Music Italy/ distr. The Orchard), il nuovo singolo della band capitolina Sopr4Tonica estratto dal disco “4”: un brano post-grunge che racconta una relazione finita sulla carta, ma ancora viva nella mente come una forma di prigionia. Scritto da Gianmarco Casentini, il brano ruota attorno a una domanda che ritorna come un pensiero fisso: cosa resta di una relazione quando la sua fine è già avvenuta, ma la mente continua ad abitarla? “La visione di un momento” non si sofferma sulla separazione, ma su ciò che ne consegue, quando i ricordi non hanno più la forma della rabbia e diventano un luogo chiuso, una ripetizione, un pensiero che torna sempre alla stessa immagine. Nel testo, la parola chiave è “instabile”. Instabile è il pensiero, instabile è la storia, instabile è il modo in cui il tempo viene percepito. «Ma dimmi la verità, se siamo qua per vivere, o siamo qua per correre col tempo che corre più di noi»: questo verso racchiude un’importante riflessione sulla libertà, su quanto ci si possa ritenere effettivamente liberi quando una relazione si è conclusa ma continua a decidere il modo in cui si guarda al presente e al futuro. Basso, chitarre e batteria erigono un’impalcatura sonora nervosa, tesa, compatta; un ensemble di impulsi che non concede respiro. Su questa trama, la voce di Mafalda Belli agisce sottraendo ogni tipo di certezza: il suo graffio post-grunge non leviga i bordi di un cuore in cerca di riparo, non tenta di estetizzare il dolore e non offre alcun tipo di assoluzione catartica. Al contrario, si scaglia contro la struttura ritmica, lasciando quel cuore esattamente com’è: livido, contraddittorio, ancora esposto al riverbero di istanti e fotogrammi che rifiutano di farsi oblio. Questa stasi percettiva trova la sua naturale estensione estetica nel videoclip ufficiale, diretto da Roberto Scognamillo. Qui, la narrazione abbandona il piano puramente introspettivo per farsi immagine attraverso un’ambientazione distopica. Il video non si limita a illustrare il brano, ma ne amplifica la portata: la mente, prigioniera della propria visione, diventa un luogo dove il passato è un detrito che non si riesce a smaltire e il futuro un orizzonte che resta oscuro. È la rappresentazione visiva di quella «camicia di forza» citata dalla band, una dimensione in cui l’individuo è costretto a confrontarsi con la propria inerzia. Nonostante la densità dell'ombra che attraversa la traccia, i Sopr4Tonica scelgono di non arrendersi al nichilismo. La release si fonda infatti su una convinzione importante degli artisti: far sì che la voce non venga mai soffocata e che la bellezza interiore prevalga anche nelle situazioni più dure e complesse. Per questo, il brano si distanzia dal racconto di una sconfitta per diventare una forma di reazione, un modo per dare coordinate a un dolore che, altrimenti, resterebbe muto. “La visione di un momento” si inserisce nel percorso di “4”, primo album dei Sopr4Tonica, otto brani nati dall’incontro tra esperienze e inclinazioni diverse. La formazone prende forma nell’estate del 2024, durante una cena tra amici, quando Gianmarco Casentini, Andrea D’Annibale, Mafalda Belli e Andrea Marchetti — già legati da precedenti esperienze artistiche — decidono di aprire un nuovo capitolo comune. Da subito, l’idea è quella di far confluire nei brani inediti le rispettive provenienze musicali, senza appiattirle in una formula unica. Con “La visione di un momento” i Sopr4Tonica ci ricordano che il rock ha ancora il compito di mappare i nostri abissi, senza necessariamente offrirci una via d’uscita, ma dandoci finalmente le parole per descriverli.

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L'Abruzzo nella IAI (Iniziativa Adriatico Ionica) – L'Oleificio Andreassi di Poggiofiorito

I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa hanno inserito l'Oleificio Andreassi nel progetto L'Europa delle scienze e della cultura (Patrocinio IAI-Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). L'incontro con il comm. Matteo Andreassi all'Oasi La Brussa in Caorle (Ve), in occasione di VinoCalciando, ha ribadito una scelta che Borghi d'Europa aveva maturato fin dal 2015. Poggiofiorito è un comune italiano di 798 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. Fa parte dell'Unione dei comuni della Marrucina. I giornalisti e i comunicatori di Borghi d'Europa lo hanno conosciuto grazie alle degustazioni dell'olio e del vino dell 'Oleificio Andreassi e lo hanno così inserito nella rete dei Borghi del Gusto. Matteo Andreassi,Mastro Oleario, sarà presente alla edizione del 25 maggio di VinoCalciando a Caorle, presso la Trattoria Agli Alberoni, della serata di degustazione e prodotti enogastronomici. L'evento nasce ad Udine da una idea di tre amici Dante Mauro e Claudio, di voler giocare una partita a calcio (cuochi contro camerieri) e degustare ottimi vini e prodotti a fine match. VinoCalciando oggi conserva il nome (nato dopo una serata eroica a Fagagna), ma sopratutto lo spirito. La serata di degustazione viene rinnovata di anno in anno e parte del ricavato è sempre devoluto in beneficenza. L'incontro di Caorle servirà anche a raccontare l'inserimento dell'Oleificio Andreassi nella rete di iniziative giornalistiche che accompagnano dal 1° giugno il turno di Presidenza italiana alla IAI (Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale nella regione adriatico ionica). Nel giugno del 2025 Borghi d'Europa aveva inserito l'Azienda di Poggiofiorito all'interno delle manifestazioni che avevano ricordato il 25° della nascita della IAI, a giugno 2026 inizierà il Percorso informativo che coprirà dieci Paesi Europei e diverse regioni italiane sulle qualità dell'olio abruzzese. Accanto alla produzione di ottimo olio, il comm. Matteo Andreassi ha unito la produzione di vino. E' nata così Fattoria Andreassi, grazie all'acquisizione di cinque ettari, salvati da una sicura perdita d'identità. 'Volti di un territorio' recita la linea dei vini MUSA : due IGT,Pecorino Terre di Chietie Passerina Terre di Chieti e due DOC (rossi), il Montepulciano d'Abruzzo e il Cavaliere, Montepulciano d'Abruzzo Riserva. " Il Pecorino Terra di Chieti – osserva Alessio Dalla Barba, giornalista e sommlier AIS di Milano-, ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Risulta al naso intenso, con note di frutta a polpa bianca/gialla (pesca e albicocca) e più tropicali come mango e kiwi, sentori minerali. Denota una grande freschezza, che si trova al palato, sapido e piacevole ma possiede un buon potenziale evolutivo : perfetto con molluschi e crostacei o con un cous cous con pesce e verdure in ottica estiva" Postato 1 hour ago

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Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Il progetto celebra la cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO Si è svolta a Palermo, nel Palazzo dei Crociferi, gentilmente concesso dall'assessorato al centro storico, la prima scena del cortometraggio "Made in Sicily". Il corto vuole celebrare la Sicilia regione della gastronomia 2025 e la cucina italiana ufficialmente proclamata patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO. "Made in Sicily" è anche un progetto per sensibilizzare le nuove generazioni sul problema della corretta alimentazione e sui pericoli che possono derivare da conservanti, coloranti, emulsionanti, additivi chimici, acrilammide, PFAS, e cibi ultra processati. La soluzione è naturalmente tornare alle origini e mangiare i piatti tradizionali siciliani e italiani . La regia è di Fabrizio Dia, che si avvale per la realizzazione del progetto di un solido staff tecnico. Direttore della fotografia Sergio Fiorito, sceneggiatura Gabriele Dia, Stylist Kiara Ferretta, aiuto regia Camillo Spoto, assistente alla regia Marco Ermani, trucco cinematografico Marzia Castana, location manager Carlo Muraglia, ciacchista Andrea Conti, dronista Giovanni Nicolosi, consulente per la qualità e sicurezza alimentare Maria Elena Ristuccia e Giuseppe Ciriminna alla presa diretta. Il corto è un progetto corale che coinvolge 50 attori, fra i quali quattro protagonisti, Vito La Grassa noto al pubblico per "Squadra Antimafia" e "Uomini e donne", Sophia Pagliaro vincitrice del titolo nazionale Miss Venere 2025, e gli attori emergenti Rita Bucchieri e Carlo Muraglia. La produzione è dell'associazione Digital H.M. e a maggio 2026 è prevista la presentazione al cinema.

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Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Il diradamento e la caduta dei capelli sono condizioni molto diffuse negli uomini, ma anche tra le donne. Stress, fattori ormonali, predisposizione genetica e squilibri del cuoio capelluto possono influire sulla vitalità dei follicoli e sulla qualità del fusto. Negli ultimi anni la ricerca in ambito tricologico ha compiuto passi avanti significativi, portando allo sviluppo di trattamenti rigenerativi e formule cosmetiche innovative che lavorano in modo mirato sull’ambiente del cuoio capelluto. Quando si parla di ricrescita, è fondamentale distinguere tra: trattamenti medici rigenerativi eseguiti in clinica soluzioni cosmetiche avanzate a base di cellule staminali vegetali e attivi biotecnologici Entrambi gli approcci mirano a sostenere i follicoli ancora attivi, ma con modalità, tempi e costi differenti. Capelli e medicina rigenerativa: come funzionano i trattamenti clinici In ambito medico, i protocolli di medicina rigenerativa utilizzano cellule autologhe (provenienti dallo stesso paziente) o concentrati ricchi di fattori di crescita per stimolare i follicoli indeboliti. Il trattamento è ambulatoriale: Si effettua un prelievo (sangue o tessuto adiposo). Il materiale viene processato. Si procede con microiniezioni nel cuoio capelluto. L’obiettivo è migliorare la qualità dei capelli nelle zone diradate e favorire condizioni più favorevoli alla crescita. I risultati non sono immediati: i primi segnali possono comparire dopo alcune settimane, mentre i miglioramenti più evidenti si osservano generalmente tra i 3 e i 6 mesi, con protocolli che prevedono richiami periodici. Questi trattamenti sono indicati soprattutto nei casi di: -alopecia androgenetica iniziale -diradamento diffuso -mantenimento post-trapianto -caduta legata a stress o squilibri temporanei Il costo varia in base alla tecnica e alla struttura, con un prezzo per seduta che può andare indicativamente da 600 a oltre 2.000 euro. L’alternativa cosmetica: cellule staminali vegetali e attivi tricogeni Accanto all’approccio clinico, la cosmetica avanzata ha sviluppato soluzioni a base di cellule staminali vegetali e complessi biotecnologici. È importante chiarire che le cellule staminali per capelli di origine vegetale utilizzate nei trattamenti cosmetici non sono cellule vive, ma estratti attivi capaci di imitare i segnali di rinnovamento cellulare e sostenere il cuoio capelluto nel tempo. Le formulazioni più evolute puntano a: -rafforzare i capelli esistenti -aumentare lo spessore del fusto -rallentare la caduta -migliorare l’equilibrio del cuoio capelluto L’azione è progressiva e legata alla costanza d’uso. I benefici si osservano soprattutto in termini di: -maggiore forza e resistenza -capelli più corposi -riduzione della caduta stagionale -miglioramento della qualità generale del cuoio capelluto Risultati e aspettative: cosa è realistico aspettarsi Quando si parla di ricrescita, è fondamentale avere aspettative corrette. -I trattamenti clinici possono offrire risultati più evidenti nel medio periodo, soprattutto quando i follicoli sono ancora attivi. -Le soluzioni cosmetiche lavorano in modo graduale e costante, migliorando nel tempo qualità, forza e densità percepita. In entrambi i casi, la condizione iniziale del cuoio capelluto e la tempestività dell’intervento sono fattori determinanti. I benefici sono generalmente più evidenti nelle fasi iniziali o moderate del diradamento, quando i follicoli non sono completamente atrofizzati. Le Novità tutte italiane introdotte da Hilaria Cosmetics Tra le realtà italiane che hanno investito nella ricerca cosmetica rigenerativa si distingue Hilaria Cosmetics, brand specializzato in trattamenti anticaduta formulati con cellule staminali vegetali, estratti bioplacentari, attivi epigenetici e complessi tricogeni. L’obiettivo delle formulazioni è creare un ambiente ottimale per i follicoli ancora attivi, sostenendo: -microcircolo del cuoio capelluto -equilibrio cutaneo -ispessimento del capello -vitalità e densità nel tempo La linea comprende: -Lozione anticaduta a base di cellule staminali vegetali -Shampoo Detox per la ricrescita -Balsamo anticaduta -Integratore alla mela Annurca Tutte le formule sono 100% naturali e pensate per un utilizzo quotidiano, integrabile facilmente nella propria routine. A chi sono indicati questi trattamenti? Sia uomini che donne possono beneficiare di un approccio mirato alla salute del cuoio capelluto. -Negli uomini, i trattamenti sono spesso scelti per contrastare l’alopecia androgenetica e mantenere i risultati dopo un trapianto. -Nelle donne, sono particolarmente indicati nei casi di diradamento diffuso, squilibri ormonali o caduta legata a periodi di stress. La scelta tra trattamento clinico e soluzione cosmetica dipende da: -stadio del diradamento -budget disponibile -preferenza per un approccio invasivo o topico -obiettivi personali Supportare la ricrescita in modo consapevole Oggi la ricerca offre strumenti concreti per intervenire sul diradamento in modo sempre più mirato. La combinazione tra innovazione scientifica e cosmetica biotecnologica permette di costruire percorsi personalizzati, intervenendo tempestivamente nella routine quotidiana con un risparmio di lungo termine sui trattamenti clinici. Intervenire precocemente, sostenere i follicoli ancora attivi e mantenere costanza nel trattamento, sono le chiavi per accompagnare il naturale ciclo di crescita del capello e favorire un aspetto più pieno, forte e vitale nel tempo.

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