Sono qui, in piedi al centro del cerchio di megaliti di Stonehenge, osservo la luce della Luna che filtra tra le pietre poi guardo le mie mani, brillano di un azzurro intenso e sono avvolte da un alone luminoso più chiaro, so di essere arrivato fin qui attraverso un sogno eppure il mio corpo di luce è veramente qui, in questo luogo sacro che il mondo intero conosce; penso a migliaia di anni fa, quando altri sciamani, proprio come me, venivano qui per celebrare i loro riti, è una sensazione antica e insieme nuova, un brivido mi attraversa. All'improvviso lo vedo, è lui, l'Unicorno dai mille colori, la mia guida spirituale, il suo corpo è un caleidoscopio in movimento, un arcobaleno che si mescola e si alterna in continuazione. “Ehi,” gli dico, “hai fatto qualche bel viaggio nelle dimensioni astrali in questi ultimi giorni?” “Niente di particolarmente interessante,” risponde con la sua voce che sembra il suono di mille campanelle. Ma sento che qualcosa sta per accadere, un’energia diversa vibra nell'aria, mi volto verso uno dei monoliti più alti e vedo apparire sulla sua superficie un messaggio, è scritto con l’antico alfabeto delle fate e le lettere brillano di un colore lilla tenue, quasi volesse attirarci a sé; ci avviciniamo e, in un istante, veniamo risucchiati in un vortice di colori psichedelici, pochi secondi dopo sbuchiamo in un luogo che conosco solo per sentito dire: la mitica Terra Delle Fate. È ancora più bella di come me l’avevano raccontata, l’aria è dolce, intrisa di un profumo floreale che non avevo mai sentito, intorno a noi si estendono prati fertili colmi di enormi fiori multicolori dove le piccole fate svolazzano raccogliendo il nettare, il loro cibo preferito; in lontananza vedo templi giganteschi costruiti con pietre trasparenti come il vetro: alcune blu, altre viola, altre verdi; il paesaggio è punteggiato da strane forme che emanano energia, sono le genesa cristal e le pentasfere dove gli esseri di luce si sdraiano per ricaricarsi; sulle cime delle collinette spuntano enormi cristalli arcobaleno dalle forme più strane e ovunque si sentono le melodiose voci dei fiumi, degli alberi e degli animali; l’intera dimensione pulsa di un’energia potentissima. Una fata si avvicina a noi, il suo corpo è fatto di luce ma così densa da sembrare quasi solida, è alta circa novanta centimetri ma la sua aura si espande per altri trenta, la sua energia è intensa come quella delle altre fate che volteggiano in aria, indossa un abbigliamento simile a quello descritto nei vecchi racconti britannici; ci sorride e alza la mano in segno di saluto. “Benvenuti nel nostro mondo, esseri di luce, io sono Violetta”. “Qui è tutto meraviglioso,” dico guardandomi intorno incantato. “Siete riuscite a compiere il Magnum Opus, la grande opera?” Violetta mi fissa dritto negli occhi, la sua luce si fa più intensa. “Sì, ma dobbiamo chiarire il significato di quel termine,” dice. “Gli alchimisti di oggi hanno rubato il nome e lo hanno riempito di metalli e formule mentre i moderni esoteristi lo hanno ridotto a banali istruzioni per aprire i chakra e sviluppare poteri occulti; sulla Terra, oggi, il Magnum Opus è diventato un manuale di auto miglioramento”. “E questo è sbagliato?” chiedo. La fata si volta verso di me, la sua luce ora è quasi abbagliante. “Non è sbagliato, è insufficiente,” risponde. “Prova a costruire una torre usando solo venti mattoni, quanto in alto arriverai?” Rimango in silenzio. “Ecco cosa avete fatto,” continua. “Avete preso il Magnum Opus, che era costituito da migliaia di mattoni creati dagli sciamani e dagli esseri di luce in anni e anni di lavoro e l'avete ridotto a pochi mattoni, lo chiami sviluppo ma è solo un esercizio di ego; ti svegli la mattina, mediti, apri i tuoi centri energetici, sviluppi i tuoi poteri psichici, ti carichi di energia... e poi?” Rimango in silenzio ancora qualche istante. “E poi esco e incontro il mondo,” dico. “Esatto,” ribatte Violetta. “E il mondo fuori è fatto di ingiustizia, guerre e miseria; i tuoi chakra sono aperti, riesci a leggere nella mente degli altri ma le persone che vivono per strada hanno fame; la tua aura è luminosa, riesci a indovinare tutte le carte da gioco coperte ma il pianeta sta morendo, tutto questo non ha senso; ora capisci perché molti esoteristi sentono un grande vuoto interiore?” Abbasso lo sguardo, mi sento a disagio perché ha ragione, quante volte ho passato ore a meditare, a visualizzare, a dedicarmi alla crescita spirituale per poi uscire di casa e non vedere il senzatetto seduto sotto il portico? Quante volte ho cercato la luce senza mai chiedermi se stavo illuminando qualcosa intorno a me? La guardo nei suoi splendidi occhi blu. “Quindi, secondo te, come dovrebbe essere il vero Magnum Opus?” Violetta si avvicina e la sua aura sfiora la mia. “La grande opera originale era una danza, non un’esercitazione solitaria, teneva conto della connessione tra te e l’altro, e tra l’altro e l’altro ancora; era un insieme di regole sociali e di pratiche spirituali che consentono all’individuo, alla società, a tutte le specie viventi e al pianeta stesso di vivere in simbiosi verso un’esistenza tendente alla perfezione fisica, mentale e spirituale.” Rimango immobile a riflettere. Poi chiedo: “Secondo te cosa dovremmo fare per migliorarci?” La fata osserva il cielo. “Immagina una torre, quell’edificio rimane in piedi grazie alle sue solide fondamenta, senza di esse crollerebbe, l’etica costituisce le fondamenta del Magnum Opus, se togli le fondamenta la società crolla su sé stessa; gli umani, negli ultimi secoli, in molte parti del mondo, si sono evoluti tecnologicamente ma hanno ritenuto l’etica e la spiritualità un ostacolo al progresso invece che un sostegno”. Ad un tratto il viso di Violetta si fa serio e preoccupato, inizia a parlare con un filo di voce, come se gli mancasse il respiro: “Da alcuni mesi anche il nostro Magnum Opus rischia di fallire,” racconta, “è comparso un albero d’oro che emana un dolce profumo che pervade tutta la dimensione e attira le fate, l’albero dona mele d’oro ma quelle che seguono la tentazione di coglierle vengono punte dalle sue spine velenose.” Il veleno, mi spiega, le fa delirare, non sono più buone come prima, diventano altezzose, presuntuose, ingorde, iniziano a considerarsi superiori alle altre perché possiedono l’oro, evitano di lavorare e non esprimono più gratitudine per la loro terra eppure, nonostante il loro comportamento, le altre fate hanno deciso di non punirle perché ciò andrebbe contro la loro etica. “Abbiamo consultato diversi oracoli,” dice Violetta, “e tutti convergono, se non si farà nulla, questo mondo morirà su sé stesso, si trasformerà in un disabitato e diroccato cimitero, i prati diventeranno un gelido deserto e i templi crolleranno su sé stessi.” L'Unicorno mi guarda preoccupato. “Gli oracoli usano immagini allegoriche,” spiega. “Il deserto e i cimiteri potrebbero suggerire un decadimento materiale mentre l'immagine dei templi che crollano potrebbe riferirsi alla caduta della spiritualità.” All’improvviso ho una visione, vedo le cose più orrende del mio mondo, vedo povertà, guerra, indifferenza. “Oh no, questo bellissimo mondo diverrà uguale al mio!” esclamo. “Hai centrato in pieno,” conferma l'Unicorno. “È questo che fa l’oro ma io l'ho capito con il ragionamento logico, senza bisogno di profetizzare il futuro”. Violetta ci accompagna in un tempio dicendoci che lì è più facile entrare in comunione con le energie che la Dea e il Dio donano a tutti in ugual misura; le pareti dell’edificio sono cosparse di simboli runici e grandi talismani, dietro l’altare ci sono due bellissime statue di marmo che rappresentano gli Dei; un gruppo di fate sta eseguendo un rituale con il cerchio magico e le quattro pietre cardinali simile a quelli che fanno gli stregoni Wiccan nella mia dimensione, danzano in circolo tenendosi per mano poi i loro corpi eterei si trasformano in figure ibride tra donna e albero, vedo che assorbono energia dalla Terra, diventano sempre più potenti, formano un cono di potere, infine programmano l’energia e la irradiano in tutta la loro dimensione, al suo passaggio sento un caldo vento che mi sfiora il corpo di luce; terminato il rituale chiediamo quale sia il suo scopo e ci spiegano che è per risolvere il problema di quel maledetto albero d’oro. Io e l'Unicorno ci facciamo accompagnare nei pressi dell'albero, gli parliamo ma lui non vuole smettere di donare quei frutti malefici; ad un tratto la mia guida, senza toccarlo, con la forza della mente, stacca un frammento di una spina e lo dirige verso di me, il frammento mi punge e all’improvviso inizio a provare sulla mia pelle ciò che sentono i ricchi e i potenti: una sensazione di onnipotenza ma anche di vuoto, l’effetto del veleno dura solo un minuto. “Sono nato povero e lo sono sempre stato,” dico all'Unicorno. “Non avevo mai provato questa sensazione, è così che si sentono i ricchi e i potenti?” La mia guida si avvicina. “Sì, scusa se ti ho punto ma vedrai che questa esperienza ti tornerà utile, a volte entrare nei panni dell’altro, anche solo per un minuto, può servirci per capirlo ma anche per difenderci.” Mi fermo un attimo a riflettere sulle parole che ho appena sentito: “Pensavo che i ricchi vivessero immersi nella gioia e invece sentono la loro vita vuota.” L’Unicorno mi guarda. “Non sempre l’accumulo di denaro genera felicità, non è una cosa automatica come la maggior parte delle persone crede”. In quel momento arriva una notizia sconvolgente: una fata ha rubato; una fata che ruba, da quando i mondi esistono non era mai successo, all’improvviso il cielo di quella dimensione si fa cupo e si squarcia come se avesse una ferita color rosso sangue. “Oh no,” mormorano alcune fate. “Gli oracoli dicevano che tutto sarebbe iniziato così, con una ferita nel cielo, moriremo tutte.” Mi avvicino alla mia guida. “Sai,” dico in modo ironico, “su un libro scritto da un noto esoterista ho letto che esiste una sequenza numerica che consente di ricevere risposte immediate, è la fonte della conoscenza eterna, ma non ricordo più i numeri, se li ricordassi potrebbero tornarci utili in questo momento.” L’Unicorno sorride. “Io li so,” afferma. “Ma dai, lo sai che sono tutte sciocchezze,” ribatto. “Proviamoci, tentare non nuoce,” continua lui. Parliamo della sequenza alle fate, tutti ci mettiamo in cerchio e visualizziamo i numeri che la mia guida fa apparire al centro del circolo, ci concentriamo tutti sul nostro intento: ricevere una soluzione al problema delle mele d’oro poi, come scritto sul libro, lasciamo che i numeri scompaiano e attendiamo per alcuni secondi l’arrivo dell’illuminazione. “L'intuizione mi è arrivata!” esclama una fata. “Non dobbiamo distruggere l'albero, in questo momento è indistruttibile, dobbiamo convincere le fate smarrite che si stanno sbagliando; la visione che ho avuto è un po’ confusa, dovremmo far accadere qualcosa che le faccia rendere conto dei loro errori così che non colgano più le mele d’oro, in questo modo l’albero, ignorato, non le produrrà più, verrà detronizzato; le fate sviate si credono onnipotenti ma in realtà il vero re è l’albero, non sono loro a possedere l’oro ma è l’oro che possiede loro.” All’improvviso sento di avere un’idea su come far capire alle fate accecate che si stanno sbagliando, è un’idea venuta dal nulla, forse quelle strane sequenze numeriche funzionano davvero, sento che l'Unicorno mi ha letto nel pensiero; parliamo della mia idea con le fate, insieme creeremo un grandissimo specchio di energia nel cielo, deve essere grande come tutto il cielo perché le fate corrotte non vogliono ascoltarci, possiamo parlare loro solo attraverso immagini, poi useremo lo specchio per proiettare la verità. Tutti ci concentriamo sull’immagine di uno specchio, la fissiamo bene nella nostra mente poi la mia guida fa uscire un fascio di luce dal suo corno mentre io e le fate solleviamo la mano destra, centinaia di fasci di luce bianca colmi del nostro intento escono dal centro delle nostre mani e salgono verso il cielo, un minuto dopo lo specchio si è materializzato, è immenso e incorniciato da rune di fuoco. Ora che lo specchio è pronto dobbiamo usarlo come un proiettore per mostrare quale sarà il futuro di questo bellissimo mondo se i suoi abitanti continuano a cogliere le mele, questa dimensione diventerà uguale al pianeta Terra dei giorni nostri; solo io posso mostrare la verità perché qui nessuno conosce il mio mondo meglio di me ma per fare apparire le immagini devo usare molta concentrazione e tantissima energia; le prime immagini compaiono lentamente, una fata si avvicina e tocca lo specchio con una mano tremante. “Cosa sono quelle cose?” chiede indicando una lunghissima fila di auto. “Mostri di metallo che soffocano il mondo,” rispondo. La fata ritrae la mano come se fosse stata bruciata; in seguito appaiono altre immagini: una bambina che cerca cibo in un bidone della spazzatura, un uomo dallo sguardo vuoto con una siringa infilata in un braccio viola, un campo di battaglia con soldati che cadono e una madre che urla su un corpo immobile. “Basta!” grida una fata con i capelli color oro. “Non voglio vedere altro!” Lei si volta ma lo specchio la segue, ovunque guardi vede quelle scene; un’altra fata, quella con la corona di fiori di stoffa sulla testa, cade in ginocchio. “Tutto ciò lo provocheremo noi?” sussurra. “Non ancora,” dico. “Ma se continuate così.” Una fata si copre il volto con le mani ed esclama: “Se continuiamo a raccogliere le mele, se continuiamo a credere che l’oro ci renda migliori.” Un’altra con le lacrime sulle guance urla: “Guardate cosa stiamo diventando!” Le fate smarrite si guardano l’un l’altra, i loro corpi luminosi tremano come fiamme nel vento, qualcuna piange, altre si mettono le mani tra i capelli, altre ancora restano immobili con il viso pallido. Ma mentre le osservo, mentre le loro grida e i loro pianti riempiono l’aria, sento un tremore alla base della schiena, è il cordone d’argento, il filo invisibile che lega il mio corpo di luce a quello fisico che ora è disteso nella mia stanza, di solito è spesso come un cavo d’acciaio ma ora lo sento assottigliarsi, è un segnale che sto consumando troppa energia ma non posso fermarmi, non ora, le fate stanno riconoscendo i loro sbagli, le immagini stanno funzionando, devo continuare; aumento la concentrazione, nuove immagini appaiono sullo specchio: un fiume inquinato, un bambino che piange davanti a un piatto vuoto, un anziano abbandonato per strada; il cordone d’argento si assottiglia ancora di più, ora sembra una cordicina sottile; ho una visione, vedo il mio corpo fisico sdraiato sul letto che respira affannosamente. “Kael, fermati!” urla l’Unicorno. “Il tuo cordone d’argento si sta spezzando!” Ma io non mi fermo, creo una bolla energetica attorno al mio corpo di luce, la mia guida prova a raggiungermi ma la bolla lo respinge. “Non toccarmi!” grido. “Se continui il tuo corpo fisico morirà!” urla l’Unicorno con gli occhi pieni di terrore. “Non m'importa!” grido. “Non voglio che questo mondo diventi come il mio, non voglio che anche qui ci siano re e senzatetto!” Le fate, anche quelle traviate, capiscono ciò che mi sta accadendo e urlano: “Kael, fermati!” Ma io continuo a proiettare immagini, mi rendo conto che non sono perfetto, mi rendo conto che non sto agendo per amore ma per odio, perché odio il mio mondo e mentre l’odio mi attraversa come una scarica elettrica il cordone d’argento si assottiglia quasi del tutto poi all’improvviso accade qualcosa, alcune fate gridano: “Non vogliamo la tua morte, vogliamo la tua vita, abbiamo capito i nostri errori e siamo pronte a ripararli ma fermati!” Esausto mi fermo, man mano che i secondi passano sento il mio cordone d’argento riprendere vigore; vedo una fata che si volta e corre. “Fiordaliso! Dove vai?” chiede un’altra. Fiordaliso non risponde, corre verso la Fonte Dell’Oblio, quel cerchio d’acqua nera e profonda che trasforma ogni cosa in sabbia e senza pensarci vi getta dentro la sua mela d’oro; l’acqua nera la inghiotte, per un istante un bagliore dorato illumina la superficie poi tutto scompare, la mela è diventata sabbia; Fiordaliso si volta verso le altre fate. “È solo un metallo,” dice. “Ed è diventato più pesante di quanto io possa portare.” Si volta verso lo specchio dove è ancora visibile l’ultima immagine. “Non voglio che il nostro mondo diventi così.” Un’altra fata si stacca dal gruppo, corre verso la fonte con la sua mela ed emula Fiordaliso. “Anche io non voglio,” dice. Una terza fata la segue, poi una quarta, poi tutte le altre. “È solo un metallo, un metallo che ci sta distruggendo,” ripete qualcuna come un mantra. Le mele cadono una dopo l’altra nell’acqua nera, l’acqua trema, si increspa e assorbe tutto. Quando le ultime fate deviate gettano le loro mele qualcosa cambia nell’aria, l’odore dell’oro scompare e al suo posto torna il profumo dei fiori, della terra bagnata, degli alberi, dei fiumi; le fate si guardano intorno, i loro occhi sono ancora lucidi e pieni di lacrime ma sui loro volti, lentamente, compare qualcos’altro: il sollievo. “Ci siamo quasi perse,” mormora una. “Ma non ci siamo perse,” dice ad alta voce Fiordaliso. “Siamo ancora qui, siamo ancora noi.” Una delle fate si asciuga le lacrime. “Ora cosa facciamo?” Violetta sorride. “Ora, insieme, ricominciamo da capo.” Le fate si mettono in cerchio e si abbracciano, quelle corrotte chiedono scusa. “Volevamo solo sembrare più belle,” dicono. “Invece stavamo trasformando il nostro mondo in un incubo.” Le fate corrotte vengono perdonate, lo specchio si dissolve, la ferita nel cielo scompare e l’albero d’oro si trasforma in un normale ciliegio. “L’oro è solo un metallo brillante, come fa a trasformare un mondo vivibile in uno brutto come il tuo?” mi chiede una fata. Scuoto la testa. “L’oro non è il problema, il problema è ciò che l’oro fa alle persone; quando hai l’oro inizi a pensare che vali di più di quelli che non ce l’hanno, inizi a credere che gli altri siano meno importanti di te e quando pensi questo non ti importa più se loro hanno fame, se soffrono, se muoiono.” Mi fermo un attimo. “L’oro ti rende cieco e un cieco, anche se non vuole, finisce per calpestare chi gli sta intorno”. Una fata si avvicina a me, in mano ha un flauto. “Questo strumento emette frequenze positive, lo meriti,” dice. Abbasso la testa, sto per dire che non lo merito ma lei mi sussurra in un orecchio: “So cosa pensavi mentre proiettavi le immagini e il tuo cordone d’argento si assottigliava ma se anche tu sogni una società tendente alla perfezione non sei così male e il flauto te lo meriti.” Stupito del regalo mi rivolgo all’Unicorno con tono scherzoso: “Su alcuni libri c’è scritto che le fate fuggono da chi esprime liberamente la propria sessualità e questa addirittura mi porta un dono”. “Su alcuni libri scrivono tutte sciocchezze,” risponde la mia guida. “Non dirmi che anche le fate fanno sesso?” chiedo. Davanti a me vedo l'Unicorno e le fate ridere a più non posso. Mi avvicino alla mia guida e gli sussurro: “Ma su quale libro hai letto la sequenza numerica?” Lui fa qualche passo a sinistra e io lo seguo. “Non la conoscevo ma non dirlo a nessuno,” mi risponde a bassa voce. L'Unicorno fa uscire un fascio di luce dal suo corno, subito davanti a me appare un portale intra dimensionale con un’immagine, lo riconosco, dall’altra parte c’è il mio tempio astrale; attraverso il portale e lo raggiungo, mi guardo attorno e metto il flauto nella mia libreria degli oggetti, forse mi sarà utile durante i prossimi viaggi astrali. Pochi secondi dopo, incredibilmente, mi ritrovo nel mio letto, è già mattina, con quel sogno lucido la notte è passata in fretta; mi alzo e guardo fuori dalla finestra, la città è uguale a ieri, il rumore, lo smog, la gente che corre; penso che l’albero dalle mele d’oro cresce anche sulla Terra sotto altre forme o con altri nomi: il denaro, il potere, la fama e molte persone continuano a cogliere i suoi frutti credendo di diventare migliori quando invece diventano solo più vuote e rendono peggiore il mondo; penso che se l’umanità, nel suo insieme, guardasse uno specchio che mostrasse, come per magia, quale sarà il futuro che lasceremo ai posteri se continuiamo a vedere l’etica e la connessione con gli altri, con le altre specie e con il pianeta come spazzatura forse qualcosa cambierebbe. Mentre osservo la città la televisione trasmette una pubblicità, una voce allegra invita a mandare un sms al costo di due euro per salvare le balene, una specie animale in via di estinzione; fino a ieri avrei ignorato distrattamente quelle parole ma oggi, dopo quel sogno, prendo il telefono e invio il messaggio; mentre lo faccio sento come un filo invisibile che si tende, una connessione tra me e quei magnifici animali che forse non vedrò mai. Torno a riflettere, mi rendo conto che qui sulla Terra gli specchi magici non esistono e una persona sola può fare ben poco per mostrare alla gente il futuro che lasceremo ai posteri ma potrei scrivere un libro, ho un amico biologo, un'amica sociologa, un filosofo e anche un'insegnante di scuola elementare che sa rendere semplici le cose complicate; potrei scrivere un libro assieme a loro, non un testo che profetizza il futuro ma uno serio che, tramite il ragionamento logico e i dati, descrive l’avvenire dell'umanità se continuiamo a percorrere questo sentiero; mi rendo conto che il mio messaggio arriverà a poche persone, poche menti verranno scosse ma è sempre meglio di niente. Ad un tratto, guardando il cielo blu, ho una visione, vedo dei numeri che fluttuano nell'aria, vedo i numeri uno, uno, due, tre, cinque, otto, tredici, la riconosco, è la sequenza di Fibonacci ma ora la vedo diversamente, quei numeri potrebbero rappresentare il modo in cui un'idea cresce; prendo un foglio di carta, scrivo i primi tredici numeri della sequenza poi disegno una spirale accanto ai numeri, inizia piccola poi si allarga fino a uscire dal foglio. Un'idea può crescere così, penso, come quei numeri, se un lettore consiglierà il mio futuro libro ai suoi amici due persone potrebbero leggere il mio testo, se queste due persone lo consiglieranno, a loro volta, ai loro amici i lettori potrebbero diventare tre, poi cinque poi otto e così via; accendo il computer e scrivo il titolo del mio nuovo documento: “Il mondo che verrà.” Poi scrivo l'ultima frase del libro: “Un'idea condivisa può crescere come i numeri di Fibonacci, basta che ognuno ne parli con i suoi amici e quegli amici con altri ancora, l'onda si allargherà come quando getti un sasso nell'acqua di uno stagno; se questo testo ti è piaciuto inizia tu.”