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Giudicata, fraintesa, etichettata: Syelune Vorne trasforma tutto in una canzone

Giudicata, fraintesa, etichettata: Syelune Vorne trasforma tutto in una canzone

Debole. Matta. Persino “bestia”. Ci sono parole che raccontano una persona e parole che finiscono per sostituirsi a lei. Syelune Vorne, cantautrice cubana naturalizzata italiana, racconta di averle sentite su di sé, insieme ad altre definizioni nelle quali non si è mai riconosciuta. Etichette nate anche dal modo in cui gentilezza ed educazione sono state talvolta interpretate come fragilità, fino a produrre una distanza sempre più marcata tra ciò che sentiva di essere e ciò che altri avevano deciso di vedere. “Confundieron (Oye mi voz)”, il suo nuovo singolo, parte proprio dal bisogno di trasformare questa esperienza in musica, parlando a tutte le persone che almeno una volta si sono sentite definite dagli altri prima ancora di riuscire a raccontarsi con la propria voce. Non una risposta rabbiosa, dunque, né il tentativo di ricostruire pubblicamente ciò che è accaduto, ma la volontà di ridare parola a chi per troppo tempo ha avuto paura di usarla. «La mia voce, in questa canzone, diventa la mia verità, il mio rifugio e il luogo in cui posso finalmente essere me stessa – dichiara l’artista -. Per molto tempo ho avuto paura del giudizio e del modo in cui gli altri potevano interpretarmi; oggi sento il bisogno di non lasciare più che siano le definizioni esterne a raccontarmi al mio posto. “Confundieron” non è una canzone frutto del desiderio di accusare qualcuno, ma della necessità di trasformare quello che ho vissuto in qualcosa che mi appartenga davvero e che possa, allo stesso tempo, parlare anche a chi si è sentito giudicato, frainteso o definito dagli altri prima ancora di riuscire a raccontarsi.» “Confundieron” è figlia di un’esperienza personale di Syelune, ma intercetta una dinamica che riguarda molte persone e, spesso, molte donne: essere continuamente interpretate attraverso definizioni esterne. Troppo fragili quando scelgono la gentilezza; troppo forti quando pongono dei limiti; troppo ambiziose quando decidono di ricominciare. Non è soltanto una percezione individuale. Gli stereotipi sui ruoli femminili continuano a essere presenti anche nel modo in cui la società misura ambizioni, aspettative e scelte delle donne. Nell’indagine ISTAT condotta nel 2023 sulla popolazione adulta tra i 18 e i 74 anni, il 20,4% degli intervistati riteneva che il successo professionale fosse più importante per un uomo che per una donna. Una seconda rilevazione ISTAT, sempre riferita al 2023 ma dedicata agli 11-19enni e pubblicata nel 2025, mostra invece che il 56,4% dei ragazzi considera la bellezza più importante per le ragazze che per i ragazzi. Due dati diversi, ma capaci di fotografare la stessa evidenza: quanto presto e quanto a lungo lo sguardo esterno continui a pesare sulla costruzione dell’identità di una donna. “Oye mi voz” — ascolta la mia voce — diventa così qualcosa di più di una frase contenuta in un titolo. È un invito a spostare il centro della narrazione di sé da ciò che gli altri hanno detto, pensato o proiettato su di noi a ciò che, finalmente, scegliamo di dire di noi stessi; il passaggio dalla definizione subita alla parola presa in prima persona, dal giudizio esterno alla possibilità di riconoscersi nella propria storia senza doverla più filtrare attraverso lo sguardo altrui. È la possibilità di dire: questa sono io, prima delle interpretazioni che avete proiettato su di me. Nel testo, la voce diventa «la mia libertà», «la mia verità senza trucco», fino a trasformarsi nella biografia stessa dell’artista “fatta movimento”. Non è più soltanto lo strumento attraverso cui canta, ma il luogo in cui torna a riconoscersi. Syelune non vuole ferire per riuscire finalmente a farsi sentire, ed è la canzone stessa a chiarirlo: «No uso palabras para herir» («Non uso parole per ferire»). La scelta di non utilizzare il proprio vissuto per restituire le parole ricevute con altre parole della stessa natura lascia spazio a una consapevolezza ormai acquisita, quella di chi ha smesso di identificarsi con le etichette che gli altri le hanno apposto e può finalmente riconoscersi senza dipendere da quelle definizioni. «Non volevo usare quello che ho vissuto per ferire o accusare qualcuno – prosegue -. Avevo bisogno di trasformarlo. Per me la musica può fare proprio questo: prendere qualcosa che ha fatto male e fartelo vedere in una forma che finalmente ti appartiene.» La produzione, firmata da Emanuele Proietti, porta la voce di Syelune Vorne molto vicino all’ascoltatore, lasciando all’interpretazione una presenza particolarmente diretta, quasi da presa live: una resa immediata, che conserva respiri, intensità e una forte sensazione di prossimità. È una caratteristica che dialoga direttamente con ciò che viene raccontato, perché se il centro della canzone è il diritto di riprendersi la propria voce, proprio quella voce non può restare in secondo piano. Il brano, accompagnato dal videoclip ufficiale girato a Roma sotto la direzione di Danilo D’Auria, arriva mentre Syelune Vorne sta ridefinendo con maggiore consapevolezza anche la propria identità artistica. Nata a Cuba e da anni residente in Italia, Syelune porta con sé un rapporto complesso con le proprie origini, fatto di appartenenza e orgoglio, ma anche di distanza e conflitto. L’Italia è il Paese in cui ha scelto di consolidare la propria attività da cantautrice e una nuova fase della propria vita, senza per questo rinunciare alla parte latina né sentirsi obbligata a scegliere tra due appartenenze. “Appartenere non significa scegliere” è la frase che oggi accompagna il suo progetto e che, in “Confundieron” assume un significato ancora più ampio: non due identità da mettere in competizione, ma due anime che convivono. E forse è proprio in questa convivenza, senza obbligo di scelta tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano che siamo, che “Confundieron” trova la sua dimensione naturale. Perché il tema non riguarda soltanto l’identità culturale, ma il diritto di sottrarsi alle definizioni altrui, ai ruoli già assegnati, perfino ai tempi che qualcuno considera “giusti” per cambiare strada, ricominciare o scegliere finalmente se stessi. Fino a che punto lasciamo che siano gli altri a stabilire chi dovremmo essere, e persino quando dovremmo diventarlo? Syelune Vorne, questa volta, ha scelto di non lasciare la risposta agli altri e di affidarla alla cosa che più di tutte le appartiene: la sua voce. Il resto, forse, comincia proprio nel momento in cui chi ascolta trova il coraggio di riconoscere anche la propria.

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BAMBERGA

Bamberga nella Baviera si trova nell’alta Franconia alla confluenza del fiume Meno. La città vecchia è inserita dal 1993 nell’elenco dei patrimoni della umanità per il suo carattere medievale. La città si trova su sette colli. In origine era abitata da slavi. Il periodo più florido fu quello barocco infatti nel 1647 fu fondata la università con il nome di accademia con le facoltà più note di filosofia e teologia. Nel 1627 fu fondato il carcere delle streghe dove venivano giustiziati eretici. Il duomo venne realizzato in stile tardo romanico su una cattedrale precedente. L’imperatore Enrico ii e la moglie sono sepolti all’interno e sono stati canonizzati ed è sede vescovile. Racchiude la tomba di papa Clemente II unico sepolto all’estero. Il municipio ha la caratteristica di essere costruito nel mezzo del fiume accessibile con due ponti. Il capolavoro è però l’abazia di monte san Michele fondata da Enrico II detto il santo nel XII secolo e divenne un monastero benedettino. Venne rielaborata in stile barocco da un architetto tedesco. I monaci provenivano da Fulda. Ebbe una notevole indipendenza dal vescovato. Il suo splendore si ebbe nel seicento. Vantava dei possedimenti signorili anche in altre città dei dintorni. Fu rovinata da un incendio e rifatta. Si trovano molti monumenti funebri . L’attrazione della abazia è il soffitto a volte che ritrae tutti i tipi di piante, erbe, fiori e animali che continua pure nelle navate laterali. Sono rappresentate seicento piante diverse anche piante esotiche come cotone, melograno, tabacco e anche alberi da frutta e arbusti particolari. Molte piante erano coltivate nel monastero e importate. A realizzare i dipinti sono stati quattro pittori nel 1617. L’ispirazione in un erbario conservato nella biblioteca della città e nei libri di Clusius e Alberto magno I fiori sono molto raffigurati come lillà, laburno, gelsomino. Ci sono poi uccelli non solo canterini. Alcune piante sono dipinte nella fioritura. Le colture poco apprezzate alla epoca non sono presenti come i funghi, i narcisi e le genziane sono raffigurate nel loro splendore. La rappresentazione è una venerazione del creato. Bamberga ospita la piccola Venezia un quartiere colorato e movimentato di pescatori locali. La città non è sempre molto ben inserita nei circuiti turistici della Germania, ma è una città che non ha nulla da invidiare alle altre e meriterebbe maggiore attenzione.

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IL CONSIGLIO DELLE RUNE (RACCONTO FANTASY)

IL CONSIGLIO DELLE RUNE (RACCONTO FANTASY)

Il mondo si dissolve intorno a me, per un momento tutto è buio e silenzio poi la luce torna; sono ai piedi di un albero, ma non uno qualsiasi, è così immenso che i suoi rami più alti sembrano toccare il cielo e le sue radici affondano nella terra come serpenti di pietra, il tronco è così largo che ci vorrebbero dieci uomini con le braccia aperte per abbracciarlo, la corteccia è antica, segnata da solchi profondi come canyon e da essa si sprigiona un calore benefico. “Yggdrasil, l’albero della vita”, sussurro con il cuore che mi batte forte per la meraviglia. Tra le sue radici vedo un pozzo d'acqua scura che riflette il Sole, l'acqua è immobile, perfetta, come uno specchio che custodisce la memoria del cielo, è la fonte di Udr; intorno alla mitica pianta l'erba è di un verde così intenso che sembra dipinta e l'aria è carica di un profumo che pare quello della terra dopo la pioggia; guardo le mie mani, sono blu circondate da un alone azzurro, mi rendo conto che sono arrivato qui con il mio corpo onirico. Sento una voce: “Yggdrasil.” Mi giro e vedo l’Unicorno dai mille colori, la mia guida spirituale, la sua criniera brilla e i suoi occhi sono pieni di meraviglia. “Si, siamo proprio qui”, dico. “Ne ho sentito parlare leggendo le saghe nordiche ma dal vivo è ancora più bello.” Io e l’Unicorno camminiamo attorno al maestoso tronco lasciando che i nostri corpi siano irradiati dalla sua energia. All’improvviso vedo tre donne sedute attorno ad un piccolo tavolo a una decina di metri dalla fonte. “Benvenuti”, dice alzandosi quella con il vestito rosa. “Io sono Uror, il passato mentre loro sono Veroandi, il presente e Skuld, il futuro.” La osservo stupito. “Ti immaginavo più vecchia”, dico. Le tre Norne e la mia guida si mettono a ridere. “Ho molti più anni di quelli che dimostro”, mi risponde. “Abbiamo preparato idromele e dolci, venite a mangiare e bere con noi.” Mi siedo su una comoda sedia, l'idromele emana un profumo delizioso, i dolci hanno il sapore di miele e cannella, sono buonissimi. Finita la merenda Skuld sorride. “Facciamo una gara tra te e l’Unicorno?” “Una gara?” domando perplesso. “Una gara a chi tesse il filo migliore”, chiarisce. “Perché no?” rispondo. “Interessante”, dice la mia guida. Veroandi mette davanti a noi i recipienti con le fibre; nel mio c'è una bellissima lana pregiata, la tocco, è la più morbida che abbia mai visto, nel contenitore dell'Unicorno invece ci sono fibre grezze e corte. “Se sapevo che le cose stavano così”, dice arrabbiato l'Unicorno, “non so se avrei accettato di partecipare.” Guardo la mia guida. “Amico, ti batterò senza problemi”, dico sorridendo. “Può essere”, ribatte lui. “Ma non ci metterei la mano sul fuoco.” Entrambi ci mettiamo a ridere. Le Norne mettono un velo tra di noi. “La gara ha inizio”, dice Skuld. Comincio a filare, dopo un po' mi volto verso il velo, l'Unicorno ha fatto apparire due mani magiche, sono mani di luce che si muovono con grazia ma non riesco a vedere il filo. “Non importa”, penso. “Con questa lana, vinco sicuro.” Accidenti, nella mia distrazione ho mosso troppo velocemente una mano e il filo, per un lungo tratto, si è assottigliato troppo. “Maledizione!” penso arrabbiato. Cerco di recuperare, rallento, cerco di addensare il filo ma il difetto rimane; guardo verso il velo, le mani magiche della mia guida si muovono con una calma che mi mette tensione; “Forza”, mormoro tra i denti. “Devo vincere.” Continuo a filare ma più mi sforzo più il filo si fa irregolare poi sento la voce di Uror: “Fine della gara, ragazzi.” Io e la mia guida ci presentiamo davanti alle Norne con i nostri lavori; incredulo vedo che il filo dell'Unicorno è regolare, senza nodi, senza punti più spessi o più sottili mentre il mio ha molte imperfezioni, la differenza è imbarazzante. “Come avrà fatto con quelle fibre corte e grezze?” penso. “Ottimo lavoro, Unicorno”, dice Veroandi. “Il risultato è evidente”, continua Skuld. “È inutile che pronunciamo il nome del vincitore, vero Kael?” I miei piedi iniziano a muoversi nervosamente, sento il calore salirmi alla testa, vorrei che il terreno si aprisse e mi inghiottisse. “Sai perché hai perso?” chiede Uror. Le dita dei miei piedi si contraggono come se volessero scappare ma non posso scappare. “Perché mi sono distratto, è stato un attimo di distrazione”, rispondo con la voce più bassa del solito. “No”, dice Veroandi. Scrollo le spalle. “Perché avevo meno luce della mia guida”, affermo sapendo che è un'altra scusa. “Neanche”, dice Uror. Mi sento sempre più piccolo, vorrei sparire tra i prati, lontano da questi sguardi che vedono attraverso di me. “Hai perso”, dice Skuld, “perché hai dato per scontato che l'Unicorno, con il materiale che aveva a disposizione, sarebbe stato sconfitto.” Guardo la mia guida, ha un sorriso saggio. “E così fai nella tua vita”, continua Skuld. “Sei nato povero in una famiglia disorientata e dai per scontato il tuo futuro, vivi in un monolocale di pochi metri quadrati e, nonostante sei laureato, ti ostini a lavorare come cameriere in quello squallido bar.” Queste parole mi colpiscono come un pugno allo stomaco, il fiato mi manca, il cuore si stringe, abbasso lo sguardo perché so che è tutto vero. “Il mondo in cui vivi è ingiusto, non ti ha dato molto ma tu hai usato questa ingiustizia come una scusa per non provare nemmeno”, afferma Veroandi. “Aspetta”, dico alzando la testa. “Ma se il sistema è ingiusto, se sono nato povero, se a molti non viene data la possibilità di avere un lavoro dignitoso, come posso essere responsabile?” Uror mi fissa negli occhi. “Non ti stiamo dicendo che è colpa tua, non sei responsabile del sistema ma sei responsabile di come rispondi ad una società ingiusta; puoi dire che provare a cambiare la tua vita è inutile e restare fermo oppure puoi dire che devi organizzarti, magari assieme ad altri, per costruire qualcosa di diverso.” Le parole di Uror mi girano nella testa poi Skuld si sporge in avanti. “Dai per scontato anche il futuro del tuo mondo”, dice. “Fai poco per cambiarlo.” Annuisco lentamente. Rimango alcuni secondi in silenzio riflettendo sulle parole delle Norne e una domanda mi sale alle labbra. “Allora come faccio a filare bene il mio futuro se ho poche risorse?” chiedo. “Come faccio a contribuire al cambiamento del mio mondo?” Le Norne si guardano poi Veroandi sorride. “Guarda il tuo amico.” Mi volto verso l'Unicorno. “Lui ha avuto fibre grezze e corte”, dice Veroandi, “eppure il suo filo è liscio, resistente e regolare.” La mia guida annuisce. “Non importa ciò che hai a disposizione”, dice l’Unicorno. “Importa come lo usi, io ho avuto fibre di bassa qualità, se avessi pianto sulla mia sfortuna avrei sicuramente perso la gara invece ho pensato a come usarle al meglio.” Guardo negli occhi la mia guida. “E hai vinto”, dico. “Esatto, e tu, con le tue poche risorse, puoi tessere un futuro sereno e pieno di gioia che ti faccia sentire realizzato e puoi fare molto di più per cambiare il tuo mondo.” Rimango in silenzio, penso alle mie scuse, ai miei “è colpa del sistema”, ai miei “tanto non cambierà nulla”. Per la prima volta ho la vaga sensazione che forse posso fare qualcosa di diverso però ho ancora alcuni dubbi. “Ma il passato pesa”, dico a bassa voce. “Tutti gli errori, i fallimenti, come si fa a non portarseli dietro?” Uror fa qualche passo in avanti. “Il passato non serve per rimpiangere ciò che avresti potuto fare”, dice. “Serve per trarre lezioni.” “E il presente?” chiedo. “Come si fa a vivere il presente quando si pensa sempre al passato o al futuro?” Veroandi sorride: “Il presente lo devi vivere serenamente, istante per istante, rimanendo ancorato ad esso.” Mi rivolgo a Skuld. “E il futuro?” chiedo. Lei si avvicina a me. “Il futuro va progettato tenendo conto delle lezioni del passato e della situazione presente, non è un destino scritto, è un filo che tessi tu, ogni giorno.” Le parole mi entrano dentro come acqua nella terra arida. “Tanti anni fa”, prosegue Uror, “dicevano che nella trama del destino sono intessute le Rune, ma il destino non esiste, le Rune in passato venivano usate per ricevere consigli, non per prevedere il futuro, nel futuro sono intessuti i consigli che tu dai a te stesso.” Sentendo parlare di Rune il mio cuore salta. “Le Rune”, dico con la voce piena di aspettative. “Posso usarle per chiedere consigli? Come si fa? È meglio usare il metodo a una, a tre o a sette Rune?” Le Norne ridono. “Nessuno di questi metodi”, dice Veroandi. “Non devi estrarre Rune a caso.” Mi sento disorientato, apro le braccia e volgo lo sguardo al cielo. “Ma tutti dicono che…” Skuld mi fa segno di stare in silenzio. “Tutti dicono molte cose, mettere le Rune in un sacchetto e tirarle fuori a caso è come chiedere al caso di decidere per te.” Skuld si avvicina e posa tutte le Rune sul tavolo, dividendole per Aaett. “Osservale tutte insieme, guarda i loro simboli, i loro significati, poi chiediti quali di queste Rune possono aiutarti in un determinato momento”, dice. Osservo le Rune, sono lì, silenziose, piene di significati antichi. “Ma come faccio a sapere quale scegliere?” chiedo. “Non devi scegliere a caso”, risponde Skuld. “Devi riflettere, le Rune non ti dicono cosa accadrà, ti consigliano cosa puoi fare.” Guardo le Rune, poi guardo la mia guida. “Ora ho capito”, affermo. Poi, con un filo di voce, dico: “Mi spiace di aver sprecato in quel modo le vostre fibre pregiate.” Uror sorride. “Non importa, è servito per insegnarti qualcosa”. Vedo una nuvola in cielo, sembra un vortice di zucchero filato, si avvicina a me con un atteggiamento tranquillo, non minaccioso, il mio corpo di luce si solleva dal suolo risucchiato dalla nuvola, sto volando. “Kael!” È la voce dell'Unicorno, mi giro, lo vedo in lontananza a fianco delle Norne che mi stanno salutando, il suo corno brilla. “Ricorda”, grida. “Il filo si fila ogni giorno, non solo quando sei qui.” Questa nuvola ha una consistenza densa, la assaggio, sembra proprio zucchero filato, mi chiedo dove mi sta portando; vedo dei mandala che ruotano e mutano forma in continuazione, chiudo gli occhi, li riapro e mi ritrovo nel mio letto. Mi alzo e guardo fuori dalla finestra, è una bella giornata di Sole. “Erano davvero le Norne”, mi chiedo, “oppure una parte profonda di me stesso?” Prendo le mie Rune e le dispongo sul tavolo come mi ha detto Skuld, le osservo tutte, una per una, alcune attirano la mia attenzione; vedo Berkano, la betulla, i semi di questa pianta sono piccolissimi eppure generano alberi immensi, le mie risorse sono poche ma se usate bene possono portare grandi cambiamenti nella mia vita; vedo Raidho, il carro, questa Runa ci insegna che a volte bisogna cambiare strada anche se fa paura; all’improvviso mi sento attratto da un’altra Runa, è Dagaz, l’alba, essa ci sussurra che dopo ogni notte il Sole torna a sorgere, i cambiamenti drastici possono spaventare ma spesso sono opportunità per crescere; le osservo a lungo poi capisco. “Roberto detto Kael”, dico tra me, “è ora di cambiare vita.” Vivo in un monolocale dove non posso invitare amici perché in due non ci stiamo, lavoro in uno squallido bar per pochi euro; le Norne hanno ragione, sono nato povero in una famiglia turbolenta e ho pensato che il mio futuro fosse segnato da un destino ineluttabile ma ora basta; so che trovare un lavoro decente non è facile ma ci proverò, potrei creare una cooperativa senza capi con i miei amici ma ho dei dubbi, forse è un’idea assurda, non saprei. Penso al mio mondo; sono anarchico ma in fondo ho sempre pensato che il mondo in cui vivo sarà sempre così; appendo volantini, preparo striscioni, partecipo alle manifestazioni ma faccio tutto questo per scaricare la rabbia che ho verso la società in cui vivo, so che il mondo non cambierà certo grazie alle mie azioni, cambiarlo è troppo anche dopo aver ricevuto gli insegnamenti delle Norne. Sono passati cinque mesi dal viaggio onirico sotto l’albero della vita, ora non vivo più in quel monolocale e non lavoro più in quel bar; con Fabio e altri tre amici abbiamo fondato una cooperativa, una piccola libreria caffetteria, nessuno di noi è il capo, le decisioni le prendiamo insieme, non è stato facile, ci sono state incertezze, esitazioni, litigi, errori, notti insonni, ma ce l'abbiamo fatta. Ora siamo qui, seduti fuori dal nostro locale a bere un caffè, il Sole è caldo, la gente passa e osserva incuriosita; Fabio mi guarda. “Roberto”, dice. “Sai una cosa? Sotto un certo punto di vista hai cambiato il mondo.” Rido. “Il mondo è sempre lo stesso”, affermo. Fabio agita la tazza. “No, hai cambiato il nostro mondo, il mondo di noi quattro; in questa cooperativa viviamo l'anarchia, è una piccola realtà ma è reale.” Guardo Fabio poi gli altri amici. “Forse hai ragione”, dico lentamente. “Forse il mondo non si cambia tutto in una volta, si cambia un pezzo alla volta.” I miei soci annuiscono. “E quando qualcuno vede il nostro esempio”, continua Fabio, “forse anche loro creeranno delle cooperative simili alla nostra, forse non un bar ma una falegnameria, una lavanderia o un’officina.” Alzo lo sguardo al cielo, è azzurro, senza nubi. “Grazie Norne”, sussurro.

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Save The Date


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Mercoledi 23 settembre Ore 18.00 – UNAR Via Aldrovandi, 16 
Roma Conferenza Stampa Presentazione del nuovo progetto discografico di Angelique “A NEW LIFE”
 Mercoledì 23 settembre, alle ore 18.00, presso la prestigiosa sede dell’UNAR, in via Aldrovandi 16 a Roma, si terrà la conferenza stampa di presentazione di “A New Life”, il nuovo progetto discografico di Angelique. “A New Life” è un viaggio musicale attraverso temi universali quali l’amore, la rinascita, la speranza e la gioia di vivere. Già nel titolo è racchiuso il senso di un percorso artistico e personale: una nuova fase nella quale Angelique sceglie di raccontarsi con autenticità, firmando personalmente molti dei testi che compongono il progetto. L’album sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali a partire da venerdì 25 settembre e si distingue per un ricco intreccio di collaborazioni artistiche. Tra i duetti figurano Ronnie Jones, Charlie Cannon (The Four Kents), Luca Bright, Bobby Solo e Wannys-King, presenze che contribuiscono a dare al progetto un respiro internazionale e una varietà di sonorità e suggestioni. Alla realizzazione dell’album ha lavorato una squadra di professionisti di alto profilo. La direzione artistica è stata curata da Giancarlo Nisi, Fabio Lisi, Roberto Cetoli e Pier Brigo, con il contributo di alcuni musicisti dell’orchestra del Maestro Angelo Branduardi, oltre a Mattia Avello e Stefan Benzatek. Tra gli autori dei brani, oltre alla stessa Angelique – Angelica Loredana Anton – figurano Ricky Palazzolo, Franco Califano, Frank Del Giudice, Albert Douglas Meakin, Wannys-King, Alberto Zeppieri e Giancarlo Nisi. Un ruolo significativo è stato svolto dall’editore Alberto Zeppieri. Il progetto si arricchisce inoltre delle collaborazioni con Karin Mensoh, Enzo Ferrari, Martina Corso e Jessica Casula. La consulenza artistica è stata affidata ad Adriano Pennino e Giuseppe Lanzetta, due figure di rilievo del panorama musicale italiano, il cui contributo ha ulteriormente valorizzato il lavoro discografico. “A New Life” sarà pubblicato dall’etichetta Sonos Music Records, con distribuzione affidata a Virgin Music Group. La produzione esecutiva è di Gennaro Ruggiero, impegnato nello sviluppo e nella promozione di progetti artistici di respiro internazionale. La conferenza stampa sarà l’occasione per presentare alla stampa e agli operatori del settore il progetto nella sua interezza, raccontandone la genesi, le collaborazioni e il percorso artistico che ha portato Angelique a dare vita a “A New Life”. Isabel Zolli Promotion Agency Sede Operativa: via Simone De Saint Bon 47 – Roma

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La regola del 5:1: quanti gesti d'amore cancellano una critica

La regola del 5:1: quanti gesti d'amore cancellano una critica

Le ricerche sulle coppie stabili hanno individuato qualcosa che assomiglia a una vera e propria aritmetica affettiva. Non serve essere perfetti, non serve non discutere mai: serve che i momenti positivi siano nettamente più numerosi di quelli negativi. Continua a leggere graziellaparadisi.it/blog/genitorialita-e-coppia/articoli/rapporto-5-a-1-quanti-gesti-damore-cancellano-una-critica

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Massimo Bonetti e Pupi Avati: La Forza di un Legame

Massimo Bonetti e Pupi Avati: La Forza di un Legame

Massimo Bonetti torna a raccontarsi con la sincerità e la profondità che lo contraddistinguono, ripercorrendo un legame artistico e umano che dura da quasi quarant’anni con Pupi Avati. Dal debutto in Ultimo Minuto nel 1987 fino al set della nuova serie Gotico Padano, Bonetti attraversa ricordi, impressioni e aneddoti che rivelano non solo la grandezza del regista, ma anche la forza di un rapporto fraterno cresciuto film dopo film. In queste risposte emerge l’attore, l’uomo e il professionista che ha trovato in Avati una guida, una costante e un punto di riferimento, e che oggi vive con entusiasmo un nuovo ruolo, un nuovo set e una collaborazione familiare che arricchisce ulteriormente la poetica “avatiana”. Puoi raccontarci il momento in cui Pupi Avati ti ha scelto o ti ha notato per la prima volta? Era il 1987 quando fui notato e scelto per il film Ultimo Minuto in cui interpretavo Emilio Boschi, un calciatore, insieme a Ugo Tognazzi, Elena Sofia Ricci e Diego Abatantuono. Era davvero un bel cast. Questo è stato il mio debutto con Pupi. Che impressione ti ha fatto, prima come persona, poi come regista? Come regista mi ha fatto l’impressione che fa a tutti: è un maestro, un esempio vivente di autore, questo è innegabile. Possiamo davvero parlare di un genio. Per quanto riguarda la persona, negli anni, avendo fatto con lui credo sette, otto film, ora non ho presente il numero esatto, mi sono affezionato, così come lui si è affezionato a me. Abbiamo una stima reciproca che ci lega da tanti anni. Io lo considero come un fratello, come un parente stretto, qualcosa che va al di là del legame professionale. Quali caratteristiche, secondo te, distinguono Pupi Avati dagli altri registi con cui hai lavorato? Pupi rappresenta esattamente la mia idea di recitazione, o meglio di non‑recitazione. Rifiuta qualsiasi atteggiamento costruito durante l’interpretazione e detesta gli attori che “lavorano di faccia”. Per lui conta solo l’autenticità: non vuole vedere una persona che diventa personaggio nel momento in cui la macchina da presa la cattura. L’attore deve agire guidato da un pensiero preciso, senza gesticolazioni superflue o espressioni studiate. Pretende una naturalezza assoluta. Stai girando la serie Gotico Padano: com’è questa nuova esperienza sul set e che ruolo interpreti? Esattamente, in questo momento, sono sul set di Gotico Padano e ne sono davvero felice. Stiamo girando questa serie che terminerà le riprese il 2 ottobre, e in cui interpreto l’antagonista, un cattivo. La cosa mi diverte molto, perché quando siamo sul set, nei momenti di pausa, io e Pupi ironizziamo spesso su questa cattiveria che devo incarnare: non è certo qualcosa che appartiene alla mia vita privata. Ci scherziamo su, insomma. Devo dire la verità: questa è una serie che avrà un grandissimo successo, perché il racconto è bellissimo ed è una gioia per me far sapere che sto lavorando a questa serie. Mi riempie di entusiasmo e d’orgoglio. Non mi dilungo, ma il mio personaggio è meraviglioso, lo amo davvero. È un notaio molto, molto violento psicologicamente. Nella serie Gotico Padano troviamo una doppia regia: Pupi Avati e Mariantonia Avati, rispettivamente padre e figlia… Due sensibilità diverse che si intrecciano, oppure un’unica visione che si completa? Questa serie vanta una regia molto curata, due registi, padre e figlia, perfettamente allineati e diretti verso la stessa visione, per una collaborazione davvero armoniosa. Inoltre devo dire che Mariantonia è davvero bravissima. Nell'arco del tempo è cambiato qualcosa nel suo modo di fare regista o è sempre rimasto uguale? È identico. Sto lavorando a Gotico Padano e ritrovo esattamente ciò che avevo vissuto in Ultimo Minuto, il mio primo film: la stessa forza, la stessa grinta, la stessa energia creativa che non è mai cambiata nel tempo. Cosa ti ha lasciato Avati come uomo e come artista? Come dicevo Pupi mi ha preso per mano dal lontano ’87, quando ho fatto Ultimo Minuto, e devo dire che mi accompagna nella carriera più di ogni altro regista. Con gli altri ho fatto un film, due film, mi hanno richiamato… ma lui è una costante, e questo mi piace sottolinearlo in questa intervista. Tra noi c’è un rapporto quasi fraterno, costruito negli anni. Ripeto: c’è stata subito una folgorazione nella stima reciproca. A lui è piaciuto molto il modo in cui mi ponevo, e da lì è nata questa sintonia. Nel tempo è diventata un affetto quasi familiare. Quando il cellulare squilla e sul display compare il nome “Pupi Avati”, mi si accelera il battito. Se ti chiama, lo fa per dirti: “Ho un ruolo per te”, e ogni volta è una gioia che mi travolge. Vedere il suo nome sul display è sempre un’emozione, una di quelle che non si attenuano mai. In queste parole si percepisce tutta la gratitudine, la stima e l’affetto che legano Massimo Bonetti a Pupi Avati: un rapporto che va oltre il set, oltre i ruoli, oltre il tempo. Un sodalizio artistico e umano che continua a rinnovarsi, oggi più che mai, sul set di Gotico Padano, dove Bonetti porta in scena un nuovo personaggio e, insieme, una storia di fedeltà professionale rara e preziosa. Un percorso condiviso che non smette di emozionare, e che questa intervista celebra con la sincerità di chi sa cosa significa essere scelto, accompagnato e, soprattutto, riconosciuto. Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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La Via dei Norcini a Piacenza – Salumi Grossetti e il vino dei Fratelli Piacentini

L’inserimento dei Colli Piacentini nelle iniziative di informazione che accompagnano il turno di Presidenza italiana alla IAI ( Iniziativa Adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale), è stato fortemente sostenuto dai giornalisti ‘veronelliani’ di Borghi d’Europa. Dal 28 luglio, giorno nel quale sono stati presentati gli obiettivi della Presidenza italiana alla IAI presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, è partito il viaggio del gusto di Borghi d’Europa, alla scoperta degli inediti del buon e bello vivere dei Territori inseriti nella rete internazionale. Fino a maggio 2027 giornalisti e comunicatori visiteranno i borghi e i territori scelti, secondo la logica veronelliana delle visite in incognito. Un progetto, dunque, finalizzato ad informare chi informa, secondo una logica culturale ‘altra’ : l’informazione condivisa. I servizi, le annotazioni dei giornalisti non verranno pubblicati prima della discussione e dell’approvazione da parte dei soggetti intervistati e/o raccontati. Anche la destinazione dei testi costituirà una base di incontro : quali mezzi previlegiare, sulla base di una attenta analisi comunicazionale. Insomma un viaggio ricco di spunti e di nuove conoscenze. Uno dei Percorsi Internazionale è dedicato alla Via dei Norcini. L’appuntamento nei Colli Piacentini ha abbinato come prima ‘sosta gustosa’ il salame stagionato di Salumi Grossetti e i vini della Cantina Fratelli Piacentini. “Il salame da tenere in casa per accogliere gli amici, fetta dopo fetta- commenta Enrico Grossetti - , è il salame adatto a tutte le occasioni. Da gustare sia tenero che molto stagionato in base ai propri gusti, richiama la compagnia di un buon bicchiere di vino. Consigliamo di tagliarlo al coltello in fette non troppo sottili.” Sara ed Emanuel (Fratelli Piacentini), suggeriscono con il salame stagionato un vino importante, come il Gutturnio Superiore Antares. “ È il primo nostro vino rosso fermo, e ha inaugurato la linea di prodotti con nomi ispirati alla volta celeste. Anche qui abbiamo la dimostrazione del fatto che i vini di Piacenza non necessariamente devono essere vini beverini da consumarsi entro breve tempo, anzi! E hanno tutte le carte in regola per competere con i vini di altre zone più blasonate. D’altro canto il ”matrimonio” è fondato su basi solide: barbera e bonarda. Struttura, longevità, eleganza, i figli che ne sono nati. “

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I Calabresi e la guerra delle Fiandre

I Calabresi e la guerra delle Fiandre

Il prossimo 27 luglio sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, sarà disponibile la conversione sul tema“I Calabresi e la Guerra delle Fiandre”, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria. Il nuovo incontro, predisposto dall’associazione reggina, registra la presenza del Presidente del sodalizio organizzatore Gianni Aiello. La Guerra delle Fiandre, nota come Guerra degli ottant'anni (1568-1648), fu il conflitto con cui le 17 province dei Paesi Bassi si ribellarono al dominio di Filippo II di Spagna. I "fanti calabresi" sono stati protagonisti storici della "Guerra delle Fiandre" (e dei successivi conflitti europei) in quanto parte integrante dei tercios della Corona spagnola tra il XVI e il XVII secolo. All'interno dell'Armata delle Fiandre, i reggimenti di stanza nei domini italiani vennero impiegati per decenni negli scenari più duri del conflitto. Queste alcune delle cifre che saranno oggetto di analisi da parte del gradito ospite del sodalizio culturale organizzatore. La conversazione, sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da lunedì 27 luglio.

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Cinema: successo di pubblico a Palermo per la presentazione del docufilm "Made in Sicily"

Cinema: successo di pubblico a Palermo per la presentazione del docufilm "Made in Sicily"

PALERMO – Grande partecipazione e un notevole successo di pubblico hanno caratterizzato, giovedì 25 giugno al cinema Aurora di Palermo, la presentazione di "Made in Sicily", il docufilm corale nato per celebrare il prestigioso riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio dell'Umanità UNESCO. Il progetto, scritto, diretto e prodotto da Fabrizio Dia per l'associazione Digital H.M. (hostessmodelle), ha catturato l’attenzione degli spettatori, configurandosi come un omaggio appassionato alle radici e all’eccellenza gastronomica siciliana. La visione autoriale di Dia, che firma anche la sceneggiatura, ha dato vita a un’opera corale che ha visto la partecipazione di un nutrito staff tecnico, fondamentale per la riuscita della pellicola. La serata è stata l’occasione per ringraziare i professionisti che hanno lavorato al film, tra cui il direttore della fotografia e fotografo di scena Sergio Fiorito, gli aiuti regia Camillo Spoto, Marco Ernani e Andrea Conti, il fonico e microfonista Giuseppe Ciriminna, e i location manager Carlo Muraglia e Marzia Castana. Hanno inoltre collaborato Giovanni Nicolosi (dronista), Kiara Ferretta (consulente costumista e sound design), Maria Elena Ristuccia (consulente per la sicurezza alimentare) e Marzia Castana (make up artist). A impreziosire il lavoro, una colonna sonora originale che include i brani inediti "Marranzano al Vento" e "Buongiorno Sofia", con il sound design curato da Fabrizio Dia e Kiara Ferretta. I riconoscimenti Durante la cerimonia, sono state consegnate targhe al merito per sottolineare l’impegno profuso nel progetto. Il riconoscimento come "Migliore attrice" è andato a Sophia Pagliaro. Premiata anche Maria Elena Ristuccia per la sua preziosa consulenza tecnica. Un ringraziamento speciale è stato rivolto alle aziende I.D.I.M.E.D. e Cantine Rallo, il cui sostegno è stato fondamentale per la realizzazione dell'iniziativa. Il Cast L'opera si avvale di un vasto cast corale, che annovera: Vito La Grassa, Rita Bucchieri, Emmanuele Crisafi, Maria Giovanna Frangiamone, Elisabetta Inzerillo, Vita Scibilia, Marzia Castana, Manuela Vesco, Aurora Orlando, Alessandra Carollo, Gabriel Torino, Giulia Messina, Davide Messina, Miriam Gioeli, Serena Bommarito, Sabrina Ottobre, Vittoria Martinelli, Aurelia Tripi, Valentina Vara, Chiara Seminara, Simone Aiello, Giorgia Davì, Matteo Provenzano, Gianni Tagliavia, Giulia Perdichizzi, Alice Rubino, Andrea Campisi, Giorgia Di Carlo, Anastasia Caruso, Lorenzo Pulizzi, Maria Amelia Migliore, Roberta Chiodo, Alessandra Chiodo, Greta Giacalone, Sabrina Giacalone, Gabriele Giacalone, Jenny Passantino, Teresa Guddo e Morena Prestigiacomo. Nella foto i protagonisti del docufilm, da sinistra Rita Bucchieri, Vito La Grassa, Sophia Pagliaro.

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Simone Riva, il “Turista Spazzino”, presenta la nuova canzone “De Romedi”

Simone Riva, il “Turista Spazzino”, presenta la nuova canzone “De Romedi”

Simone Riva, conosciuto come il “Turista Spazzino”, torna a unire musica e impegno sociale con il nuovo brano “De Romedi”, una canzone dedicata alle donne di ieri e di oggi, con particolare attenzione alle lavoratrici che affrontano quotidianamente ritmi intensi tra lavoro e famiglia. Il brano nasce da un episodio personale e simbolico: la figura di Elena De Romedi, citata come ispirazione e “esca narrativa” del pezzo, rappresenta tutte le donne che lavorano senza sosta e che, anche dopo turni pesanti, ad esempio in fabbrica, continuano a occuparsi della casa e dei propri cari. «La canzone è dedicata a tutte le donne che “sgobbano” dalla mattina alla sera - spiega Riva -. E nonostante i turni massacranti, non hanno ancora finito il loro lavoro quando tornano a casa. Non a caso in un passaggio riporto: “Fatto sta che le donne che lavorano dalla mattina alla sera sono come invincibili supereroi”. O forse meglio supereroine». Con questo nuovo progetto musicale, Simone Riva conferma la sua doppia identità pubblica: da un lato attivista ambientale noto per le sue iniziative di pulizia volontaria sul territorio, dall’altro autore e interprete di brani che affrontano temi sociali e di sensibilizzazione. “De Romedi” è un brano dedicato al carico quotidiano e spesso invisibile delle donne. Il testo mette al centro la fatica, la continuità e la resilienza femminile, raccontando una realtà fatta di impegno costante e responsabilità che non si fermano mai. Con la nuova canzone, che utilizza un linguaggio diretto e simbolico, prendendo spunto da figure reali e quotidiane per trasformarle in un messaggio universale, si conferma la collaborazione con Nicola Ursino, arrangiatore e polistrumentista. Un professionista delle note che ha composto la partitura musicale sulla melodia e sul testo di Simone Riva. Alla realizzazione del brano hanno anche collaborato la collega Elena De Romedi e l’amico di vecchia data Giorgio Rusconi con alcuni cori. Sia Simone Riva che Elena De Romedi lavorano in Carvel Srl di Cassina de’ Pecchi - specializzata nella lavorazione, studio e progettazione di armadi e articoli speciali per lo stoccaggio di materiali infiammabili, oli e idrocarburi pericolosi - dove hanno avuto modo di stringere amicizia. Lorenzo Perego, Amministratore Delegato, ha dichiarato: «Un bel gesto d’affetto nei confronti della collega e verso l’intera azienda. Elena De Romedi è una donna che si dà da fare ed è bello che venga trattata come la “sorella maggiore”. Questa iniziativa fa bene al morale e all’ambiente della nostra piccola realtà, a conduzione familiare. E fa bene a tutte le donne, a cui vengono giustamente attribuiti grandi meriti». Il brano è ascoltabile su tutte le principali piattaforme di musica in streaming. Il video musicale è visibile su Youtube a questo link:

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