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Dresda: “Civili”

Dresda: “Civili”

La band milanese pubblica la title track dell’album in uscita, un brano che affronta senza filtri l’anestesia emotiva del nostro tempo “Civili” è il nuovo singolo dei Dresda, title track dell’album omonimo in arrivo nei prossimi mesi per l’etichetta Musica Distesa. Il brano parte da una provocazione: provare a immaginare una sofferenza così estrema da rendere desiderabile la fine. Non è un invito alla distruzione, ma la messa in scena di un pensiero che emerge quando l’umanità sembra scomparire. “Civili” porta allo scoperto un nichilismo esasperato, nato da una miscela di rabbia, impotenza e inquietudine di fronte a un mondo che sembra precipitare. L’idea di un’apocalisse atomica come “soluzione” è una provocazione che rivela il vero bersaglio del brano: l’anestesia emotiva che si crea quando la guerra diventa spettacolo, quando le immagini scorrono accanto a pubblicità e intrattenimento, quando tutto si appiattisce sullo stesso piano. In questo scenario, la parola civili perde il suo significato originario e diventa quasi sinonimo di “corpi esposti”. È attraverso quei corpi che la violenza passa, oggi più che mai. Sul piano sonoro, il singolo porta con sé il retroterra rock della band: una chitarra abrasiva che richiama l’estetica di Marilyn Manson, un’energia che sfiora Led Zeppelin e Verdena, un inserto militare che evoca la retorica bellica dei primi anni Duemila. L’arrangiamento resta essenziale, costruito per lasciare spazio alla tensione del testo e alla dinamica del brano. All’interno dell’album, “Civili” è la porta d’ingresso. È il punto in cui la dimensione personale e quella politica si toccano senza separarsi. Mentre altri brani cercano spiragli di cura, orientamento e possibilità, la title track porta questa tensione al massimo. Dopo l’esordio con l’EP omonimo del 2024 i Dresda con “Civili” ampliano il discorso sonoro della band con arrangiamenti più maturi, una scrittura più precisa e l’apertura a strumenti e timbri che superano il formato del classico quartetto rock. Il disco è stato registrato tra Milano e le Marche, prodotto da Giuliano Dottori, mixato da Max Lotti e masterizzato da Giovanni Nebbia. L’artwork del progetto è realizzato da Stefano Sartori in arte Satiro Sfrenato. I Dresda nascono a Milano nel 2023 dall’incontro tra Enrico Giorgino e Francesco Parisotto. Il progetto prende forma con l’ingresso di Luca Montecchi durante le registrazioni del primo EP e si completa con Marco, entrato in vista della presentazione live del nuovo album "Civili". Nel 2024 pubblicano l’EP d’esordio “Dresda”, prodotto da Giuliano Dottori, che li seguirà anche nella realizzazione del primo album “Civili”, in uscita nella primavera del 2026. Dal vivo i Dresda hanno portato i brani dell’EP e parte del nuovo album sui palchi della scena milanese, esibendosi in spazi come Detune, Barrios, CIQ – Centro Internazionale di Quartiere e Circolo San Luìs. Il primo singolo estratto dal nuovo album è “Civili”, in radio dal 13 marzo 2026.
 Etichetta: Musica Distesa

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IL RICHIAMO DEL LUPO E LA TATTICA DEL GUERRIERO SPIRITUALE (RACCONTO SCRITTO DA ME)

IL RICHIAMO DEL LUPO E LA TATTICA DEL GUERRIERO SPIRITUALE (RACCONTO SCRITTO DA ME)

Il Sole del mattino filtrava tra le foglie degli alberi disegnando macchie dorate sul terreno del tranquillo villaggio di Alba d’Oro, nella confederazione Cherokee; Ahyoka, un bambino di dieci anni del clan del Lupo sapeva che il suo posto era lì, con la sua famiglia, tra le vaste praterie e i boschi che chiamava casa; quel mattino, ignaro che il giorno non gli avrebbe donato pace, si era svegliato presto come al solito ed era andato a sedersi in riva al ruscello ad ascoltare il mormorio dell’acqua che raccontava storie antiche e a volte donava buoni consigli. Il ragazzo ad un tratto udì dei passi pesanti, non erano i passi leggeri dei cavalli del villaggio ma un battito sordo e straniero che faceva vibrare il terreno in modo strano; corse verso casa e, varcata la soglia, vide due uomini dalla pelle chiara vestiti di scuro, le loro facce erano dure come la pietra e parlavano una lingua tagliente fatta di ordini secchi, uno di loro puntò il dito proprio verso di lui; sua madre gli corse accanto in un lampo stringendolo a sé con una forza che non aveva mai sentito, le sue mani gli afferrarono le spalle come radici che si aggrappano alla terra per non essere sradicate. “No!” gridò la donna con un urlo straziato che lacerò il silenzio del villaggio. Suo padre si fece avanti con la schiena dritta e lo sguardo fiero, parlò con gli uomini ma le sue parole sembravano infrangersi contro un muro di sordità; il nonno si alzò a fatica appoggiandosi al suo bastone di noce, i suoi occhi profondi incontrarono quelli del bambino, l’anziano non disse nulla ma il Akyoka vi lesse l’amore, il dolore e l’impotenza; i suoi fratelli minori, che non capivano cosa stava accadendo, strillavano e piangevano; Akyoka fu strappato via dalle braccia della madre, si voltò e vide i suoi familiari piangere e urlare di disperazione. Il ragazzo fu portato in una scuola residenziale governativa, era un edificio di mattoni rossi che sorgeva in mezzo ai campi arati; qui non c’era il profumo del bosco né i colori della foresta, solo l’odore acido dei libri, il grigio dei muri e il marrone spento delle divise che lo obbligarono ad indossare. Fin dal primo giorno Ahyoka oppose resistenza, per lui era un atto istintivo come respirare, nella sua testa viveva l’anima del lupo; appena arrivato lo portarono in uno stanzino per tagliargli i capelli che per il suo popolo erano il prolungamento dei pensieri, un legame con la Terra e con gli spiriti, tagliarli era come recidere una parte della propria anima; un addetto gli si avvicinò con un paio di forbici. “Quei capelli non mi piacciono, così sembri una femminuccia, siediti che ti taglio quei zazzeroni.” Lo guardò in faccia sghignazzando. Lo afferrò per un braccio ma il bambino scalciò, morse, graffiò; sentendo le sue urla accorsero altri due uomini, insieme riuscirono ad immobilizzarlo sulla poltroncina, le forbici sferragliarono e lunghe ciocche di capelli neri caddero a terra come foglie morte; alla fine l’addetto, dopo avergli dato qualche calcio nel sedere, gli disse: “Ora sì che sembri un ometto.” Il ragazzo non pianse, strinse i denti ma dentro di sé sentì, oltre ad una rabbia profonda, un gelo e un vuoto che non aveva mai provato. Durante la prima lezione di inglese, l’insegnante, un certo signor Gray, un uomo alto e magro con gli occhiali, sentendo che Ahyoka parlava la sua lingua con i compagni gli si avvicinò minaccioso. “Non conosci la lingua di questo paese, qui si parla solo inglese!” gridò. Il bambino lo guardò dritto negli occhi. “Coniglio, sei uno stupido.” La punizione fu immediata, passò diverse ore in ginocchio sui ceci in un angolo dell’aula. Poi vennero i lavori, lo mandarono nei campi a raccogliere patate ma lui rimase fermo con le braccia incrociate mentre gli altri chinavano la schiena, un sorvegliante alto e robusto gli si piantò davanti. “E tu perché non fai niente, fannullone?” urlò l’uomo. Ahyoka non indietreggiò, lo guardò negli occhi e disse con voce ferma: “Nei campi il compito dei maschi è dissodare il terreno e costruire recinti, raccogliere il cibo spetta alle donne.” Nella sua cultura era un sacrilegio violare questa regola ma al sorvegliante non glie ne importava nulla, lo colpì, lo spinse e lo costrinse a lavorare poi parlando tra sé borbottò: “Pigri Cherockee, fanno lavorare le donne.” Ahyoka raccolse le patate in silenzio ma ogni patata che afferrava era una goccia di veleno che gli riempiva il cuore di umiliazione. Ma lo scontro più profondo fu sulla spiritualità, il primo giorno nella cappella della scuola Ahyoka non riusciva a comprendere come si potesse considerare un uomo un Dio inoltre quell’uomo inchiodato a una croce lo turbava, nella sua terra nessuno veniva ucciso per aver parlato come è accaduto a Gesù, le condanne a morte erano molto rare ed erano riservate a persone che avevano commesso crimini gravissimi. Mentre gli altri bambini si inginocchiavano davanti all’altare Ahyoka rimase in piedi a fissare il soffitto; un sacerdote gli si avvicinò con voce mielosa: “Inginocchiati davanti al Signore, piccolo.” Il bambino lo guardò in faccia: “Non voglio inginocchiarmi davanti a quell’uomo,” rispose, “io non sono nato macchiato e non ho peccati.” Il sacerdote si fece il segno della croce poi mise un dito davanti al naso del bambino. “Se parli così,” disse con voce profonda, “quando morirai andrai a far compagnia al diavolo.” Due assistenti lo spinsero verso il pavimento. “Giù! In ginocchio!” urlarono i due uomini; il ragazzo chiuse gli occhi e recitò a bassa voce una preghiera al Grande Spirito ma uno schiaffo lo colpì, poi un altro; urlò con tutta la forza che aveva rifiutandosi di piegare le ginocchia, quel gesto per lui significava un atto di resa totale della sua anima. Nella cappella il silenzio si ruppe, i bambini, decine di piccoli nativi seduti in file ordinate, cominciarono a sussurrare: “Andate via, tornate in Europa.” Un sorvegliante fece schioccare un bastone contro un banco con un colpo secco che riecheggiò come uno sparo. “Silenzio! State zitti o vi prendo a schiaffi uno per uno!” Il brusio morì all’istante ingoiato dalla paura, Ahyoka si inginocchiò e la messa fu celebrata senza interruzioni; finita la funzione religiosa il bambino ribelle venne chiuso in uno sgabuzzino e tenuto a digiuno tutto il giorno. Un pomeriggio, durante la lezione di inglese, il signor Gray, frustrato dall’ostinazione del ragazzo a parlare in Cherockee, lo afferrò per il colletto della divisa. “Se non impari la lingua inglese diventerai uno scarto della società; ascoltami, impara l’inglese così potrai trovare lavoro come manovale o finirai a fare l’operaio in una fabbrica, guadagnerai più soldi che a cacciare cervi come un selvaggio.” L’insegnante continuava a colpirlo in continuazione con degli schiaffi in faccia, non erano colpi forti che facevano male ma erano umilianti; Ahyoka sentì qualcosa spezzarsi dentro, una rabbia immensa e incontenibile gli salì alla gola, guardò negli occhi quell’uomo, simbolo di tutto il suo dolore, e gli sputò in faccia; il silenzio gelò l’aula, il viso del signor Gray divenne paonazzo, prese il bambino per un orecchio e lo trascinò in uno stanzino; poco dopo arrivarono tre uomini, mentre due lo tenevano fermo il terzo lo frustò sul sedere, fu frustato molte volte e poi lasciato lì per tutto il giorno e tutta la notte; Ahyoka guardò il cielo dalla finestra con le sbarre, fissò le stelle lassù, le stesse che vedeva da casa, nel dolore fisico provò un’alienazione totale, era solo in un mare di nemici, strappato via dalla sua terra come un albero sradicato. La notte successiva decise di tornare a casa, scavalcò la recinzione di filo spinato e camminò per ore infreddolito; all’alba vide un anziano seduto davanti al fuoco accanto ad una tenda, poco lontano c’era il suo cavallo; l’uomo, vedendo il bambino in pigiama intuì tutto. “Ciao piccolo lupo,” gli disse, “siediti, il fuoco è per tutti.” Il bambino si sedette, l’uomo gli mise una coperta sulle spalle e gli offrì una tazza di tè caldo e alcune fette di pane di mais; i due mangiarono in silenzio mentre le stelle scomparivano una ad una lasciando spazio al Sole. “Come ti chiami?” domandò l’anziano. “Ahyoka,” rispose il bambino. “Io sono Utohi e sono in viaggio per il commercio di carne e pelli,” disse l’uomo guardando il cielo. “Stai andando a casa?” chiese Utohi. “Tornerò dalla mia famiglia,” rispose il ragazzo con determinazione. “So da dove vieni, sei stato portato in quelle grandi case di dolore,” sospirò l’uomo, “hanno portato via molti dei nostri bambini, hanno cercato di fargli il lavaggio del cervello e con alcuni ci sono riusciti.” Ahyoka gli raccontò tutto, della scuola, delle punizioni, del taglio dei capelli, del Dio dei bianchi, di come si era sentito morire dentro; l’anziano ascoltò in silenzio senza mai interromperlo poi, vedendo i lividi sul volto e sulle mani del bambino disse: “Sai, io ho camminato molto, ho incontrato persone, ho sentito storie, ho sentito parlare di un modo di combattere che viene dal sud, non è una guerra con fucili, lance o archi.” Ahyoka ascoltava rapito. “Tu hai combattuto bene, piccolo lupo, hai ringhiato, hai morso ma a volte il guerriero sa che il nemico è troppo forte, troppo numeroso, sa che per sopravvivere a volte è necessario diventare come l’acqua che scorre, si adatta, trova sempre una via, non si arrabbia con la roccia ma la aggira; ti do un consiglio, fai finta di obbedire, impara la loro lingua, fingi di pregare il loro Dio ma dentro di te prega il tuo, canta le tue canzoni e parla con i tuoi antenati; diventa come un serpente, muta la pelle per sopravvivere ma dentro rimani sempre un lupo; questa sarà la loro più grande sconfitta, che tu, quando uscirai da quella scuola, sarai rimasto te stesso.” Utoki si mise a ridere. “Lo so che sei del clan del Lupo ma non chiedermi come faccio a saperlo.” Ahyoka rimase in silenzio fissando le fiamme danzanti, le parole di Utohi erano strane, difficili da afferrare come pesci in un ruscello; per tutta la vita gli avevano insegnato che un guerriero combatte, che la forza sta nel mostrare i denti mentre quello che l’anziano diceva sembrava il contrario, diceva di piegarsi per non spezzarsi ma più ci pensava più qualcosa in lui cominciava a muoversi. “È come il salice, mio nonno dice che il salice si piega nella tempesta mentre la quercia che è più forte si spezza?” domandò il bambino. L’anziano annuì, un sorriso saggio gli illuminò il volto rugoso. “Allora la rabbia non serve?” chiese Ahyoka. “La rabbia è come il fuoco,” rispose l’anziano, “ben governato ti scalda e cuoce il tuo cibo ma fuori controllo brucia la tua stessa casa, tu non devi spegnere la rabbia, devi solo imparare a non farti bruciare da lei.” Ahyoka strinse gli occhi, nella sua testa le idee iniziavano a disporsi come le pietre di un cerchio sacro, capì che in quella scuola potevano tagliargli i capelli ma non i pensieri, potevano costringerlo a inginocchiarsi ma non a credere, potevano prendere il suo corpo ma il suo spirito sarebbe scivolato via come acqua tra le dita. Ahyoka e Utohi camminarono per un giorno intero diretti verso la casa del bambino; ad un tratto Ahyoka riconobbe l’odore dei campi del suo villaggio, sua madre fu la prima a vederlo, corse verso di lui con un grido strozzato in gola, lo strinse così forte che si sentì soffocare ma era il soffocamento più dolce del mondo, Ahyoka pianse finalmente tra le sue braccia, piansero anche suo padre, i suoi fratelli e suo nonno che lo raggiunsero e lo avvolsero in abbracci di gioia. “Mamma, papà,” disse Ahyoka indicando Utohi, “quel signore mi ha dato da mangiare, mi ha insegnato come sopravvivere e mi ha riportato a casa.” Il padre strinse l’avambraccio dell’anziano con forza, nel saluto antico. “Grazie, lei ha riportato a casa il mio cuore.” La madre prese le mani di Utohi tra le sue. “Resti a mangiare con noi, questa notte il fuoco è anche suo.” L’anziano accettò l’invito, mangiarono e dormirono tutti assieme. La mattina dopo l’aria era fresca e il cielo si tingeva di rosa e arancione; Ahyoka vide Utohi prepararsi per il viaggio. “Te ne vai già?” sussurrò il bambino. “Sì, devo andare ma ricordati piccolo lupo,” disse Utohi, “ricordati della tattica del guerriero spirituale, loro possono prendere il tuo corpo ma non la tua anima, piegati come il salice ma non spezzarti e dentro di te resta sempre chi sei, sempre.” Ahyoka guardando l’orizzonte confermò: “Quando uscirò da quella scuola tornerò a casa, tornerò e sarò ancora un lupo.” L’uomo sorrise: “Lo so, piccolo lupo.” Ahyoka guardò Utohi allontanarsi con il suo cavallo finché non divenne un puntino lontano, finché non si confuse con gli alberi e con il vento poi rientrò in casa con un fuoco che nessuno avrebbe mai potuto spegnere. Quel giorno il mondo tornò ad essere come voleva Ahyoka, sua madre gli riempì la pancia con il suo cibo preferito, suo nonno gli accarezzò i capelli ormai corti, i suoi fratelli giocarono con lui con i loro semplici giocattoli e nel pomeriggio gli zii lo portarono nel bosco per insegnargli le tecniche di caccia e i segreti della natura ma la felicità era un sogno fragile; la sera gli adulti si riunirono attorno al fuoco parlando a bassa voce con occhi tristi e il ragazzo intuì tutto. La mattina dopo gli stessi uomini dalle facce di pietra tornarono, Ahyoka capì che non c’era scampo, le loro regole erano ferree; sua madre lo strinse un’ultima volta baciandogli la fronte e sussurrandogli parole d’amore, suo padre gli mise in mano un piccolo sacchetto di dolci, suo nonno gli posò una mano sulla testa e i suoi fratelli lo salutarono come se avessero capito tutto. “Ricorda le parole di quell’anziano,” gli suggerirono i genitori, “sii come l’acqua, noi siamo sempre con te.” Questa volta mentre lo portavano via Ahyoka non si voltò a guardare. Il ritorno fu durissimo, lo punirono per essere scappato e lo isolarono; dopo le punizioni riprese la vita in quella scuola ma questa volta mentre era nella cappella in ginocchio davanti alla croce chiuse gli occhi e sorrise dentro di sé, la sua bocca recitava quelle strane preghiere inglesi ma il suo cuore cantava un inno al Grande Spirito; il lupo in lui non ringhiava più, aspettava sapendo che un giorno sarebbe tornato al suo villaggio per sempre e ci sarebbe tornato intatto. Passarono gli anni, Ahyoka si piegò come il salice ma non si spezzò; finse di convertirsi alla religione dei conquistatori, di apprezzare la loro lingua e il loro stile di vita ma dentro di sé rimase un lupo. Finalmente il giorno della libertà arrivò, quando varcò per l’ultima volta il cancello della scuola non si voltò indietro, aveva imparato che guardare indietro serve solo a inciampare, guardò avanti, verso le montagne, verso il fumo leggero che saliva dal suo villaggio. Ahyoka riprese il suo posto tra la sua gente, grazie ai preziosi insegnamenti dei suoi zii divenne un cacciatore abile, paziente e silenzioso, conosceva i sentieri del bosco, sapeva leggere le tracce sulla terra e nel vento e la sua lancia non mancava mai il bersaglio, ma lui cacciava solo ciò che serviva, con rispetto, come gli avevano insegnato; un giorno Ahyoka incontrò l’amore della sua vita, si chiamava Walela, era bellissima, con gli occhi penetranti e i capelli neri lunghi fino alla vita; i due si sposarono con una cerimonia semplice, con il villaggio intero che cantava e ballava attorno al fuoco. Ahyoka era felice ma a volte nel profondo del cuore sentiva qualcosa di simile a un rancore profondo verso i dipendenti della scuola residenziale governativa, voleva che loro sapessero che lui aveva vinto e che loro erano stati sconfitti così, in occasione della festa del raccolto, quando il villaggio si preparava a celebrare con canti, danze e cibo abbondante, Ahyoka passò quasi un intero giorno a scrivere lettere, scrisse la stessa lettera al direttore, al signor Gray, a tutti gli altri insegnanti e ai sorveglianti che lo avevano picchiato e umiliato. “Siete tutti invitati alla festa del raccolto presso il villaggio di Alba D’Oro, ci sarà buona carne di cervo cotta lentamente sul fuoco, come piace alla mia gente, e una gustosa minestra di mais, fagioli e zucche coltivate dalle nostre donne, seguiranno i balli tradizionali dei Cherokee, i canti nella nostra lingua, quella che voi volete cancellare e infine ci sarà un rituale di ringraziamento al Grande Spirito, colui che voi odiate tanto; venite a festeggiare con noi, sarete nostri ospiti.” Così scrisse Ahyoka. Una mattina di pioggia le lettere arrivarono, il direttore fu il primo ad aprire quella a lui indirizzata, lesse le prime righe e il suo viso si fece scuro come la pece, in poche ore seppe che tutti i dipendenti avevano ricevuto la stessa lettera, decise quindi di convocare un’assemblea; la stanza era avvolta da un silenzio pesante, il direttore urlò battendo il pugno sul tavolo con tale forza che la tazza di caffè si rovesciò: “Me lo ricordo! Quel Ahyoka del villaggio di Alba D’Oro! Quel ragazzino selvaggio! Quello che sputò in faccia a te, Gray! Quello che si rifiutava di inginocchiarsi davanti al nostro Dio!” Il signor Gray si alzò di scatto con il volto paonazzo e le vene del collo gonfie: “Me lo ricordo! Quel ragazzo ribelle che dopo essere scappato era diventato buono, ci ha presi in giro! Faceva solo finta!” Passarono alcuni secondi di silenzio assoluto. “È una presa in giro,” borbottò un insegnante, “ci sfida, tutti quegli anni a cercare di piegarlo e lui ci scrive come se fossimo suoi pari!” Il signor Gray afferrò la lettera che aveva in tasca, la rilesse e più leggeva più il suo volto si contraeva in un’espressione di impotenza: “Abbiamo cercato di spezzarlo, gli abbiamo tolto tutto, i capelli, la lingua, i suoi Dei, la sua dignità e lui è tornato a casa, caccia e vive tra la sua gente, è diventato quello che voleva diventare, non quello che volevamo noi, siamo stati sconfitti!” Le parole rimasero sospese nell’aria come un tuono, una sconfitta, era esattamente quello che tutti sentivano. Il direttore, gli insegnanti e i sorveglianti si sentivano sconfitti e impotenti, proprio come Ahyoka quando veniva picchiato, lui aveva vinto piegandosi senza spezzarsi, fingendo di assimilare lo stile di vita imposto ma rimanendo attaccato a quello del suo villaggio, aveva vinto perché loro avevano fallito nel loro scopo, quello di omologarlo. Di tattiche del guerriero spirituale ne esistono diverse sparse in ogni parte del mondo, a mio parere alcune sono valide altre lo sono meno; la tattica che ho descritto in questo racconto mi sembra buona se alla fine i nemici si rendono conto di essere stati sconfitti; la rabbia può bruciare noi stessi sia quando viene espressa istintivamente nel momento sbagliato sia quando viene trattenuta per tanto tempo; se Ahyoka non avesse scritto quelle lettere al direttore, agli insegnanti e ai sorveglianti probabilmente gli sarebbe rimasto uno sfondo di rabbia nel cuore; la rabbia se non viene espressa diventa un peso che ci si porta addosso, l'individuo può anche essere felice ma c'è sempre quella piccola fiamma che brucia in fondo e non smette mai del tutto di scottare; la lettera che Ahyoka scrive non è solo un atto di vendetta ma anche di liberazione, una volta che ha dimostrato ai suoi nemici di aver vinto quella rabbia che sentiva nella parte più profonda di sé stesso scompare del tutto. Il guerriero spirituale non vince perché distrugge il nemico, vince perché non si lascia distruggere, vince perché alla fine la sua vita piena, la sua felicità conquistata, la sua integrità mantenuta diventano la prova che l'odio, il disprezzo e la volontà di annientamento non hanno funzionato; quando i nostri nemici capiscono di essere stati sconfitti la loro rabbia è la conferma della nostra vittoria perché chi ha vinto non si arrabbia, chi ha vinto sorride e continua a vivere la sua vita. Questa tattica può essere applicata anche nella società contemporanea; se un insegnante ti umilia o non ti da i voti che meriteresti non lasciare che le sue parole diventino la tua verità, studia con passione, pensa agli altri insegnanti che ti sostengono, fai finta di apprezzarlo e di condividere le sue idee ma alla fine laureati e inviagli una copia della laurea oppure invitalo ad una tua conferenza o regalagli un libro scritto da te.

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PERDERE LA BUSSOLA

Ci rendiamo conto che la nostra società sta precipitando nel baratro in modo inequivocabile nonostante le apparenze di progresso e benessere sociale. L’uomo sta commettendo l’errore fatale di rovinare la natura. In modo brutale e confusionario e la natura dal canto suo si vendica. Captiamo, anche senza tratte conclusioni affrettate, senza puntualizzazioni, che la società è ormai alla deriva, arrivata a un punto morto di non ritorno. I messaggi sono chiari. Ogni giorno ci imbattiamo in episodi crudeli. Sono sempre di più le persone che per strada parlano sole e danno chiari segni di squilibrio mentale. Sui marciapiedi ci si imbatte in personaggi folli che in certi casi non destano neppure più la curiosità dei passanti, che sono come assuefatti, anestetizzati. Molti giovani, dato l’uso di droghe, sono sull’orlo della follia, sono completamente fuori di testa e si aggirano nelle città, nei paesi, nelle periferie avvolte nel degrado, uno spettacolo indegno per una società che si definisce civile ed evoluta. I folli presenti sulle strade, nelle piazze, sulle vie importunano, rubano, urlano, costringono i cittadini a fuggire da un parco, a cambiare strada, a correre. Le nostre strade pullulano di mendicanti, di senzatetto, di folli che si lasciano andare a deliri senza fine. Molti folli presenti sulle vie minacciano, assaltano negozi, rompono auto e vetrine, insultano i passanti, non disdegnano di consumare atti osceni in luogo pubblico, molestano, insultano, violano la legge, distruggono parchi e giardini, tirano pietre, rompono arredi urbani, cancellate, saracinesche di negozi. Oltre ai giovani folli, all’occasione in strada si possono trovare anziani abbandonati a se stessi, senza assistenza alcuna, che chiedono l’elemosina sporchi e malandati. Il numero dei folli sembra aumentato vertiginosamente ed essi si riversano nelle piazze, nelle strade, nei semafori, nei parchi pubblici. Sono persone sbandate, in stato confusionario, visionari, drogati, schizofrenici dalla nascita. I folli sono soli ad affrontare il problema. Nessuno li ascolta, li vede, il loro disagio è invisibile. Questo è il segnale di una società indifferente. Si capisce perfettamente che nessuno vuole entrare nel regno della follia dell’altro, si prendono le distanze. I folli violano la legge, possono diventare dei potenziali criminali. Bisognerebbe prevenire questo scempio non solo a parole . Ai folli nelle strade si dovrebbe riservare una struttura pubblica, un ricovero con assistenza medica, in fondo non è colpa loro se sono malati, o un tutore che li segua in casa se si vuole evitare di fare dei centri. Si capisce invece al volo che la follia è a carico dei parenti quando ci sono. Negli ultimi tempi sono sempre di più i folli che sono assistiti nelle strade da volontari, che vengono portati via in modo temporaneo da ambulanze senza il seguito di parenti. Il folle è solo anche quando ha sorelle, zie, cugini, fratelli, nipoti, cognati. I parenti si dileguano e fanno finta di nulla, se chiamati dalle autorità cadono dalla nuvole e poi spariscono di nuovo senza lasciare traccia. Dobbiamo convivere con la follia e con la freddezza della gente. Intanto tutto precipita nel baratro. Pensiamo a questi malati soli e tristi senza una parola amica che in certi casi può risollevare. Sembra che i folli non siano esseri umani ma pupazzi. Dobbiamo stare attenti a questo dilagare di indifferenza, la nostra società non ha più una impronta umana. Siamo solo turbati da tanta indifferenza e percepiamo sulla pelle il senso di abbandono. Manca la comprensione, la solidarietà. I folli sono pure maltrattati con intenzione. Anche le persone rispettabili si comportano male con loro. Siamo persuasi che la società dovrebbe disintossicarsi dal male di vivere.

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Moira Sorrisi torna in TV con un anno di format, emozioni e storie da raccontare

Moira Sorrisi torna in TV con un anno di format, emozioni e storie da raccontare

MOIRA SORRISI: UN 2026 CHE PROFUMA DI NOVITÀ, TV E GRANDI EMOZIONI Il 2026 per Moira Sorrisi è iniziato con un’energia speciale, quella che si percepisce quando un anno promette di portare con sé nuove sfide, nuovi sorrisi e nuovi traguardi. Un anno che Moira affronta con entusiasmo, eleganza e quella spontaneità che da sempre la rende un volto amato della televisione. Si riparte da una certezza che ha accompagnato il pubblico per quindici anni: “Punto e Virgola”, in onda su Canale 10, dove Moira continua a condividere il palco con Carlo Senese. Un’intesa solida, costruita nel tempo, che il pubblico riconosce e apprezza, come un appuntamento familiare che non delude mai. Accanto a questo ritorno, prende vita la seconda stagione di “Sorrisi in Cucina”, sempre su Canale 10. Quest’anno al fianco di Moira c’è Brunella Costantini, food blogger brillante e appassionata, che porta freschezza e curiosità in ogni puntata. Il programma trova la sua cornice ideale nel Ristorante Lux, al Porto Turistico di Roma: una location suggestiva, affacciata sul Mediterraneo, dove ogni ricetta diventa un momento da condividere e ogni ripresa respira l’atmosfera del mare. Ad aprile arriva una delle novità più attese: “Smile”, in onda da lunedì 13 aprile alle 20:30. Un progetto che mostra un lato più intimo e accogliente di Moira, pronta a regalare sorrisi e piccole sorprese a chi ne ha più bisogno. Al suo fianco, Marco Profeta, presenza carismatica e perfetta per accompagnarla in questo viaggio fatto di incontri e storie sincere. Sette puntate, sette momenti speciali, sette modi diversi di ricordare quanto un gesto gentile possa fare la differenza. Il 23 e 24 maggio, sarà in diretta nazionale su Canale Italia per il “Pic Mag Show”, condotto da Giovanni Ciacci, Noemi e Nikol. Moira, insieme a Maria Teresa Ruta, Alessandro Cecchi Paone, Stefania D’Alessandro e altri membri della giuria, parteciperà all’elezione della nuova “Miss Trans Italia Sud America”, un evento elegante e significativo, guidato dai patron Antonio Nigrelli e Margherita Mazzanti. L’estate la riporterà sul palco, tra piazze gremite e musica che unisce generazioni: torna “80 Voglia di 90”, lo show che lo scorso anno ha fatto ballare il Sud Italia. DJ, ballerine, ritmo e un’atmosfera che profuma di ricordi e divertimento, per un viaggio leggero e coinvolgente negli anni ’80 e ’90. A completare questo anno ricco di appuntamenti, il 2 maggio, pochi giorni dopo il suo compleanno il 28 aprile, Moira celebrerà una festa esclusiva al Ristorante Lux, al Porto Turistico di Ostia. Una notte di amici, VIP, musica, sorprese e quell’eleganza naturale che la contraddistingue. Un’occasione per riunire amici, ospiti e affetti in un’atmosfera elegante e calorosa, con tante sorprese che renderanno la serata indimenticabile. Il 2026 di Moira Sorrisi è un percorso fatto di televisione, incontri, emozioni e nuovi inizi. Un anno che racconta una donna che continua a crescere, a mettersi in gioco e a portare luce in ogni progetto che abbraccia. Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa

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Nikita lascia Milano dopo il TIA e torna a Trieste: da qui nasce “Son Questa”

Nikita lascia Milano dopo il TIA e torna a Trieste: da qui nasce “Son Questa”

«Ho rischiato di morire, ora scelgo la musica per smettere di compiacere» - Nikita. Il 20 marzo 2026, nel giorno del suo 32esimo compleanno, Nikita, all’anagrafe Nikita Pelizon, pubblica “Son Questa”, il nuovo singolo che si collega in modo diretto al percorso narrativo e musicale iniziato con “Maschere” e sviluppato, negli ultimi mesi, attraverso “Sei Bella Se”, “Angeli e Demoni” e il format social “SmascherAMANDOMI”. La poliedrica artista triestina mette nero su bianco una consapevolezza maturata nel tempo e la consegna a una canzone che ruota attorno ad un unico punto: smettere di adattarsi, iniziando a sottrarsi alle attese che arrivano dall’esterno, per interrompere la trattativa continua con lo sguardo degli altri e dichiarare, senza più giustificazioni, la propria essenza. Il progetto “SmascherAMANDOMI” nasce ufficialmente il 19 settembre 2025 con l’uscita di “Maschere”, un brano pensato per portare alla luce ciò che viene coperto, deformato, recitato. Poi arriva “Sei Bella Se”, pubblicato l’11 dicembre dello stesso anno, una traccia scritta in uno dei momenti più difficili della sua vita, dopo anni segnati da dolore fisico ed emotivo, pensata per dar voce a tutte le donne che la voce l’hanno persa e anche come gesto di vicinanza verso chi attraversa le feste sentendosi lontano dall’immagine di felicità che il mondo pretende. In seguito, a San Valentino 2026, esce “Angeli e Demoni”, confessione privata diventata canzone, in cui Nikita affronta la questione dell’amore come accoglienza di ogni lato del partner, compresi quelli più complessi, contraddittori e meno presentabili. “Son Questa” collega tutte queste traiettorie, ma compie un passo ulteriore, perché non racconta più soltanto le maschere riconosciute negli altri, bensì quelle che l’artista ha individuato in sé stessa nel tempo, assorbendo giudizi, pressioni, pretese, diffamazioni, fraintendimenti e ruoli che finivano per sporcare la percezione di chi fosse davvero. La scrittura, che la accompagna fin dall’infanzia, diventa uno spazio protetto, un luogo in cui quelle stratificazioni iniziano a cadere, una alla volta. Questo singolo nasce anche da una svolta biografica, un evento che ha segnato profondamente la vita personale dell’artista. Dopo aver rischiato di morire per un attacco ischemico transitorio (TIA), Nikita lascia Milano, città in cui aveva costruito la sua vita adulta, e torna a Trieste, nella casa dei genitori, dopo dodici anni. È lì, nella sua cameretta, una sera, guardando la luna dal balcone, che prende il telefono e registra sottovoce ciò che sente dentro. Quel piccolo ma decisivo gesto ha segnato il passaggio definitivo dal bisogno di dimostrare qualcosa alla scelta di esserci per come si è. Senza filtri, senza il timore di deludere scegliendo il silenzio e senza più pensare di dover corrispondere ad una direzione pensata e tracciata da altri. Dentro “Son Questa” confluiscono anche dieci anni vissuti tra moda e spettacolo, ambienti nei quali Nikita ha misurato da vicino il peso della superficie, delle aspettative sul corpo, della seduzione come linguaggio imposto, delle convenienze, dei compromessi inaccettabili, delle gerarchie opache e di un sistema in cui essere prese sul serio, per una donna, continua spesso a richiedere un prezzo ulteriore. Per questo, nella parte strumentale del brano, la Pelizon ha deciso di collaborare con l’intelligenza artificiale: non come provocazione tecnologica, bensì come scelta pratica di autonomia in un percorso che rifiuta dinamiche sessiste, invasioni di confine e ambiguità che troppe volte hanno accompagnato il lavoro creativo in presenza. Le voci sono state invece registrate da Rilah, professionista scoperto da Nikita su TikTok, con cui la stessa ha trovato in studio un clima di rispetto e precisione. Musicalmente, il pezzo si posa su sonorità pop dal forte taglio emozionale, lasciando ampio spazio alla delicatezza del pianoforte, aprendosi a sfumature più malinconiche attraverso il violino e trovando, verso il ritornello, una spinta ritmica affidata all’incursione della batteria, in un equilibrio che alterna la fragilità iniziale alla consapevolezza data dall’esperienza, senza compiacere nessuna delle due. “Son Questa” parla di Nikita, ma ad una più attenta analisi allarga il proprio raggio ben oltre la sua storia personale: è il brano di chi, dopo anni passati a rincorrere un’immagine di riuscita riconosciuta dall’esterno, decide di sottrarsi alla logica della scelta subita — quella dei casting e dei reality, ma anche delle relazioni sociali in cui si viene tollerati a condizione di cambiare, dei lavori in cui si è costretti a dimostrare continuamente di meritare un posto, dei contesti in cui si vale solo se si corrisponde a un’aspettativa, di tutti quei “perché dovremmo scegliere te?” — per spostare il baricentro al lato opposto: scegliere e scegliersi. Nel testo, Nikita mette in fila alcuni dei punti cruciali che hanno segnato il suo percorso: il rumore assordante di una vita che corre troppo veloce, la pressione dell’immagine sociale, il sospetto rivolto a chi non aderisce ai codici dell’apparenza, la distanza tra chi vive per la fama e chi cerca invece un significato lontano dai riflettori, il fastidio verso una dimensione pubblica in cui tutto sembra dover essere prestazione, strategia o racconto già scritto da altre mani. La ripetizione di «Io son questa, questa, questa» durante tutto il corso del brano, è una formula asciutta e assertiva per descrivere cosa rimane quando si smette di rincorrere il consenso altrui e si comincia ad apprezzare il proprio. In questa prospettiva, il singolo si inserisce in un tempo in cui la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è costruito appare sempre più sottile: filtri che alterano i connotati, immagini generate artificialmente, contenuti sintetici che imitano il vero, modelli di successo sempre più spinti verso la caricatura, sistemi che incentivano esposizione continua, prestazione e disponibilità permanente. Non sorprende, allora, che anche il rapporto con i contenuti e perfino con l’identità sia diventato più instabile e ambiguo. È dentro questo scenario che la frase “io son questa” smette di essere soltanto un’iterazione, un’àncora a cui aggrapparsi nei momenti difficili, per diventare un’attestazione di posizionamento personale, una risposta al caos del mondo, un modo per ricordarsi di sé, della propria unicità, anche e soprattutto in un contesto che tende a sfaldare i contorni. La canzone, tuttavia, non chiude il percorso; lo rilancia. Nikita la considera infatti una rinascita ancora in divenire, una forma nuova di sé, più libera dalla pretesa, più vicina al tempo, alla famiglia, agli affetti reali, alla natura, agli animali, a una dimensione di vita meno costruita e meno esposta. Dopo anni di solitudine e di investimento quasi esclusivo nella realizzazione professionale, l’esperienza del limite le ha posto una domanda importante: che cosa vale davvero la pena inseguire, e a quale prezzo? Il videoclip ufficiale, diretto da Leila Lisjak, è stato girato nella città natale di Nikita, Trieste, insieme alla famiglia e in luoghi che rappresentano la vita che l’artista sta scegliendo oggi. Un ritorno alle origini, ai legami, agli spazi in cui si riconosce una verità quotidiana e non più negoziabile. «“Son Questa” – dichiara - nasce nel momento in cui ho capito che non volevo più essere compatibile con ciò che mi faceva male. Per anni ho cercato di farmi prendere sul serio, di portare le mie canzoni nel mondo, di trovare un posto in ambienti che spesso chiedevano di adattarmi, di semplificarmi o di sopportare ciò che per me era inaccettabile. Dopo quello che ho vissuto, nel corpo, nelle relazioni, nel lavoro, ho sentito che non avevo più nulla da dimostrare. Solo da dire. E dirlo, finalmente, con il mio nome, la mia voce e la mia storia.» Sul piano live, Nikita sarà special guest il 12 aprile alle ore 20:30 al Teatro di Roiano di Trieste, all’interno dello show “SOLOINSIEME” di Puntino.

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Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Primo Ciak per il corto Made in Sicily

Il progetto celebra la cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO Si è svolta a Palermo, nel Palazzo dei Crociferi, gentilmente concesso dall'assessorato al centro storico, la prima scena del cortometraggio "Made in Sicily". Il corto vuole celebrare la Sicilia regione della gastronomia 2025 e la cucina italiana ufficialmente proclamata patrimonio culturale immateriale dell'umanità UNESCO. "Made in Sicily" è anche un progetto per sensibilizzare le nuove generazioni sul problema della corretta alimentazione e sui pericoli che possono derivare da conservanti, coloranti, emulsionanti, additivi chimici, acrilammide, PFAS, e cibi ultra processati. La soluzione è naturalmente tornare alle origini e mangiare i piatti tradizionali siciliani e italiani . La regia è di Fabrizio Dia, che si avvale per la realizzazione del progetto di un solido staff tecnico. Direttore della fotografia Sergio Fiorito, sceneggiatura Gabriele Dia, Stylist Kiara Ferretta, aiuto regia Camillo Spoto, assistente alla regia Marco Ermani, trucco cinematografico Marzia Castana, location manager Carlo Muraglia, ciacchista Andrea Conti, dronista Giovanni Nicolosi, consulente per la qualità e sicurezza alimentare Maria Elena Ristuccia e Giuseppe Ciriminna alla presa diretta. Il corto è un progetto corale che coinvolge 50 attori, fra i quali quattro protagonisti, Vito La Grassa noto al pubblico per "Squadra Antimafia" e "Uomini e donne", Sophia Pagliaro vincitrice del titolo nazionale Miss Venere 2025, e gli attori emergenti Rita Bucchieri e Carlo Muraglia. La produzione è dell'associazione Digital H.M. e a maggio 2026 è prevista la presentazione al cinema.

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Il mese della donna su Wyylde: community gratuita, networking e cultura per celebrare la libertà femm

Il mese della donna su Wyylde: community gratuita, networking e cultura per celebrare la libertà femm

Per l’occasione Wyylde ha selezionato cinque libri da leggere. Tra i titoli più caldi: “Il piacere è tutto mio” e “Giocando con il fuoco” Libertà, rispetto, consenso e autodeterminazione sono i valori che guidano ogni giorno Wyylde, la community europea più autorevole dedicata alla libertà sessuale. In occasione del mese di marzo, tradizionalmente dedicato alla celebrazione della donna, la piattaforma lancia un’iniziativa gratuita e immersiva rivolta a tutte le donne offrendo l’accesso alla community fino a fine mese, consentendo così la fruizione di contenuti dedicati, in un ambiente libero dai tabù, fondato su rispetto e consenso. Basterà iscriversi e inserire nella sezione abbonamento il codice "PROMOWYYLDE26" o accedere direttamente al link wyylde.com/it-it?promo=promowyylde26 Experience di community per un mese di marzo interattivo In un tempo in cui la condivisione è sempre più digitale, ma il bisogno di connessione autentica resta centrale, le experience di community diventano spazi vivi di dialogo, scoperta e confronto. Per questo motivo Wyylde apre gratuitamente, per tutto il mese di marzo, le sue porte a tutte le donne che desiderano condividere desideri ed esperienze in un luogo aperto e di confronto. Attraverso questa attività il mese dedicato alla donna assume così una dimensione partecipativa e contemporanea basata sul consenso, la comunicazione erotica e la cura di sé, con chat tematiche e spazi di condivisione dedicati a storie di autonomia e relazioni non convenzionali, contenuti speciali e momenti di networking tra donne che scelgono la libertà di esprimersi senza stereotipi. La piattaforma si conferma uno spazio dove il piacere è vissuto come esperienza consapevole e condivisa, in un clima di sicurezza, rispetto e inclusione. “Il mese di marzo è l’occasione per celebrare la libertà di esprimere sé stesse e i propri desideri”, dichiara Wyylde. “La sessualità è parte integrante della libertà femminile e merita spazi sicuri, consapevoli e inclusivi. Cultura e community possono essere strumenti potenti di emancipazione.” Con questa iniziativa, Wyylde invita tutte le donne a vivere il mese dedicato alla donna nel 2026 come un momento autentico di empowerment, scoperta e connessione, dove libertà e piacere diventano espressioni concrete di autodeterminazione. Cultura e consapevolezza: 5 libri per celebrare libertà e piacere femminile Per Wyylde, la libertà passa anche attraverso la cultura. La letteratura è uno strumento potente per comprendere il proprio corpo, le proprie emozioni e il diritto di vivere relazioni autentiche. Per questo motivo, nel mese di marzo, la community propone cinque letture che raccontano desiderio, indipendenza e autodeterminazione, invitando a riflettere e a sentirsi protagoniste della propria vita. Half His Age – Jennette McCurdy Un romanzo recente e provocatorio che esplora la consapevolezza femminile, il desiderio e il potere di scegliere, invitando a interrogarsi sulle dinamiche emotive e relazionali. Il piacere è tutto mio – Laurie Penny Un saggio che affronta la sessualità femminile in chiave moderna e libera dai tabù, incoraggiando a vivere il piacere come espressione di libertà e consapevolezza. Come essere donne – Caitlin Moran Ironico e brillante, riflette sul diritto di scegliere il proprio percorso e di esprimere desideri e identità senza compromessi. Giocando con il fuoco – Anaïs Nin Racconti e diari che esplorano il desiderio e la libertà sessuale femminile, ideali per avvicinarsi a una letteratura erotica consapevole e raffinata. Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf Un classico intramontabile sull’indipendenza economica, intellettuale e creativa delle donne, manifesto di libertà personale e autodeterminazione. Queste opere compongono un percorso culturale che va oltre l’intrattenimento: diventano strumenti di empowerment, capaci di stimolare dialogo, consapevolezza e crescita, e ricordano che la libertà più vera, come sottolinea Wyylde, è quella che si esplora senza paura, si desidera senza filtri e si vive in piena consapevolezza.

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Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Diradamento e caduta dei capelli: le nuove soluzioni cosmetiche innovative

Il diradamento e la caduta dei capelli sono condizioni molto diffuse negli uomini, ma anche tra le donne. Stress, fattori ormonali, predisposizione genetica e squilibri del cuoio capelluto possono influire sulla vitalità dei follicoli e sulla qualità del fusto. Negli ultimi anni la ricerca in ambito tricologico ha compiuto passi avanti significativi, portando allo sviluppo di trattamenti rigenerativi e formule cosmetiche innovative che lavorano in modo mirato sull’ambiente del cuoio capelluto. Quando si parla di ricrescita, è fondamentale distinguere tra: trattamenti medici rigenerativi eseguiti in clinica soluzioni cosmetiche avanzate a base di cellule staminali vegetali e attivi biotecnologici Entrambi gli approcci mirano a sostenere i follicoli ancora attivi, ma con modalità, tempi e costi differenti. Capelli e medicina rigenerativa: come funzionano i trattamenti clinici In ambito medico, i protocolli di medicina rigenerativa utilizzano cellule autologhe (provenienti dallo stesso paziente) o concentrati ricchi di fattori di crescita per stimolare i follicoli indeboliti. Il trattamento è ambulatoriale: Si effettua un prelievo (sangue o tessuto adiposo). Il materiale viene processato. Si procede con microiniezioni nel cuoio capelluto. L’obiettivo è migliorare la qualità dei capelli nelle zone diradate e favorire condizioni più favorevoli alla crescita. I risultati non sono immediati: i primi segnali possono comparire dopo alcune settimane, mentre i miglioramenti più evidenti si osservano generalmente tra i 3 e i 6 mesi, con protocolli che prevedono richiami periodici. Questi trattamenti sono indicati soprattutto nei casi di: -alopecia androgenetica iniziale -diradamento diffuso -mantenimento post-trapianto -caduta legata a stress o squilibri temporanei Il costo varia in base alla tecnica e alla struttura, con un prezzo per seduta che può andare indicativamente da 600 a oltre 2.000 euro. L’alternativa cosmetica: cellule staminali vegetali e attivi tricogeni Accanto all’approccio clinico, la cosmetica avanzata ha sviluppato soluzioni a base di cellule staminali vegetali e complessi biotecnologici. È importante chiarire che le cellule staminali per capelli di origine vegetale utilizzate nei trattamenti cosmetici non sono cellule vive, ma estratti attivi capaci di imitare i segnali di rinnovamento cellulare e sostenere il cuoio capelluto nel tempo. Le formulazioni più evolute puntano a: -rafforzare i capelli esistenti -aumentare lo spessore del fusto -rallentare la caduta -migliorare l’equilibrio del cuoio capelluto L’azione è progressiva e legata alla costanza d’uso. I benefici si osservano soprattutto in termini di: -maggiore forza e resistenza -capelli più corposi -riduzione della caduta stagionale -miglioramento della qualità generale del cuoio capelluto Risultati e aspettative: cosa è realistico aspettarsi Quando si parla di ricrescita, è fondamentale avere aspettative corrette. -I trattamenti clinici possono offrire risultati più evidenti nel medio periodo, soprattutto quando i follicoli sono ancora attivi. -Le soluzioni cosmetiche lavorano in modo graduale e costante, migliorando nel tempo qualità, forza e densità percepita. In entrambi i casi, la condizione iniziale del cuoio capelluto e la tempestività dell’intervento sono fattori determinanti. I benefici sono generalmente più evidenti nelle fasi iniziali o moderate del diradamento, quando i follicoli non sono completamente atrofizzati. Le Novità tutte italiane introdotte da Hilaria Cosmetics Tra le realtà italiane che hanno investito nella ricerca cosmetica rigenerativa si distingue Hilaria Cosmetics, brand specializzato in trattamenti anticaduta formulati con cellule staminali vegetali, estratti bioplacentari, attivi epigenetici e complessi tricogeni. L’obiettivo delle formulazioni è creare un ambiente ottimale per i follicoli ancora attivi, sostenendo: -microcircolo del cuoio capelluto -equilibrio cutaneo -ispessimento del capello -vitalità e densità nel tempo La linea comprende: -Lozione anticaduta a base di cellule staminali vegetali -Shampoo Detox per la ricrescita -Balsamo anticaduta -Integratore alla mela Annurca Tutte le formule sono 100% naturali e pensate per un utilizzo quotidiano, integrabile facilmente nella propria routine. A chi sono indicati questi trattamenti? Sia uomini che donne possono beneficiare di un approccio mirato alla salute del cuoio capelluto. -Negli uomini, i trattamenti sono spesso scelti per contrastare l’alopecia androgenetica e mantenere i risultati dopo un trapianto. -Nelle donne, sono particolarmente indicati nei casi di diradamento diffuso, squilibri ormonali o caduta legata a periodi di stress. La scelta tra trattamento clinico e soluzione cosmetica dipende da: -stadio del diradamento -budget disponibile -preferenza per un approccio invasivo o topico -obiettivi personali Supportare la ricrescita in modo consapevole Oggi la ricerca offre strumenti concreti per intervenire sul diradamento in modo sempre più mirato. La combinazione tra innovazione scientifica e cosmetica biotecnologica permette di costruire percorsi personalizzati, intervenendo tempestivamente nella routine quotidiana con un risparmio di lungo termine sui trattamenti clinici. Intervenire precocemente, sostenere i follicoli ancora attivi e mantenere costanza nel trattamento, sono le chiavi per accompagnare il naturale ciclo di crescita del capello e favorire un aspetto più pieno, forte e vitale nel tempo.

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Conversazione sull’ascia votiva di San Sosti

Conversazione sull’ascia votiva di San Sosti

Il prossimo 25 febbraio sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, sarà disponibile la conversione sul tema “L’ascia votiva di San Sosti”, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria. Il nuovo incontro, predisposto dall’associazione reggina, registra la presenza del Presidente del sodalizio organizzatore Gianni Aiello. Il British Museum di Londra è uno dei più grandi e importanti musei della storia del mondo. È stato fondato nel 1753 da Sir Hans Sloane, un medico e scienziato che ha collezionato un patrimonio letterario e artistico nel suo nucleo originario: la biblioteca di Montague House a Londra, in seguito acquistata dallo Stato Britannico per ventimila sterline e aperta al pubblico il 15 gennaio 1759. Il museo ospita circa 8 milioni di reperti che quotidianamente vengono contemplati da tantissimi visitatori nella location londinese di Great Russell Street. A partire dal diciannovesimo secolo, il polo museale cominciò ad incrementare i propri spazi espositivi con collezioni greche e romane, provenienti da diversi territori del continente europeo, frutto sia di operazioni militari che di spedizioni archeologiche. Nella location museale londinese sono ospitati preziosi manufatti provenienti dalla Calabria. Dopo le vicende esposte, a cura di Gianni Aiello, nelle precedenti conversazioni, inerenti al trattato di alleanza tra Reggio ed Atene, riportato su di un’apposita stele che venne scoperta sull’Acropoli di Atene, ed il tesoro di Sant’Eufemia, l’intervenuto questa volta accende i riflettori su un’altra importante testimonianza del passato calabrese, conosciuta come ascia di San Sosti, o ascia votiva di Kyniskos. Il manufatto votivo, risalente al quarto secolo a. C., è una scure bronzea, costituita da un'estremità ascia e dall'altra martello. Venne rinvenuto nel 1846 nei pressi dell’area del Comune di San Sosti, Calabria, provincia di Cosenza. Queste alcune delle cifre che saranno oggetto di analisi da parte del gradito ospite del sodalizio culturale organizzatore. La conversazione, sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da mercoledì 25 febbraio.

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Un Olimpo ancora vivo, più concettuale che leggendario

Un Olimpo ancora vivo, più concettuale che leggendario

L’Eredità dell’Olimpo: Viaggio nella Mitologia Greca di Tommaso Ardiani è un saggio che prende le distanze dalla mitologia intesa come semplice raccolta di racconti affascinanti. Qui i miti greci non vengono “narrati”, ma letti come strutture di pensiero, strumenti con cui il mondo antico ha cercato di rendere comprensibili il potere, il tempo, il conflitto, il limite e il destino umano. Il valore principale del libro sta nel suo impianto interpretativo. Ardiani accompagna il lettore in un percorso coerente che collega cosmogonia, divinità ed eroi a questioni universali: il Caos come origine ambigua, il conflitto tra gli dèi come modello del cambiamento politico e sociale, Crono come immagine di un tempo che genera e distrugge, l’eroe come figura sospesa tra grandezza e responsabilità. Il mito emerge così non come superstizione, ma come linguaggio simbolico capace di dire ciò che il pensiero razionale fatica a esprimere. La scrittura è chiara ma densa, più vicina alla saggistica culturale e filosofica che alla divulgazione tradizionale. Questo rende la lettura stimolante e attuale, ma anche meno immediata per chi si aspetta un approccio narrativo o introduttivo. Non è un libro da “scorrere”, bensì da leggere con attenzione, seguendo il filo concettuale che unisce i capitoli. L’assenza di immagini e la scelta di concentrarsi esclusivamente sul testo rafforzano l’idea di un’opera riflessiva, pensata per chi vuole andare oltre la superficie del mito e interrogarsi sul perché certi archetipi continuino a tornare nel linguaggio e nella storia. In definitiva, L’Eredità dell’Olimpo è una lettura solida e intelligente, consigliata a chi desidera comprendere la mitologia greca come forma di conoscenza ancora attiva, non come reliquia del passato. Un libro che non promette risposte facili, ma offre strumenti per pensare meglio.

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